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Diritto all’oblio: come funziona

14 Settembre 2020 | Autore: Giovanni Landi
Diritto all’oblio: come funziona

Hai trovato in Rete delle informazioni che ti riguardano e desideri che siano cancellate? Ecco gli strumenti a tua disposizione per “essere dimenticato”.

“Lasciarsi il passato alle spalle”. È un’esigenza essenziale per la salute mentale e per la reputazione sociale. La memoria infinita di Internet, però, ha reso questa possibilità sempre più difficile. 

Digitando il vostro nome su un motore di ricerca o su un social network, è possibile che appaiano contenuti che credevate archiviati dal tempo, o che preferireste siano dimenticati. Ad esempio, una condanna penale subita diversi anni fa (e scontata per intero) o vecchie notizie poco edificanti. 

Ebbene, oltre che a voi, quelle informazioni sono visibili con un click anche al resto del mondo, il che potrebbe condizionare non poco la vostra vita. Pensiamo al potenziale datore di lavoro che, prima di accogliervi a un colloquio, fa una breve ricerca su Internet per farsi un’idea sul vostro conto. «Noi siamo quello che Google dice di noi», ha notato un celebre giurista. 

È proprio per questo che esiste il diritto all’oblio, o “ad essere dimenticati”. In presenza di alcune condizioni, gli utenti possono pretendere la cancellazione di vecchi contenuti che compromettono la propria reputazione, oppure la sparizione (“de-indicizzazione”) degli stessi dai risultati dei motori di ricerca. Vediamo allora come funziona il diritto all’oblio.

Diritto all’oblio e mezzi di informazione

Il diritto all’oblio, a dire il vero, non riguarda solo il mondo digitale e non è nato con esso. Prima dell’avvento di Internet, esso consisteva essenzialmente nel diritto a non vedere ripubblicate o riproposte (sui giornali, in televisione, al cinema) informazioni compromettenti ma lontane nel tempo, senza che ci fosse un interesse pubblico o un collegamento con l’attualità. 

La prima sentenza italiana che ha riconosciuto il diritto all’oblio sulla carta stampata è del 1995 [1]. In quel caso, un quotidiano è stato condannato a risarcire il danno morale verso un uomo dopo aver ripubblicato la notizia di un omicidio avvenuto ben trent’anni prima. A tale vicenda sono seguiti numerosi altri casi anche riguardanti programmi o sceneggiati televisivi. 

Ancora oggi, dunque, se un giornale ripubblica un fatto di diversi anni fa, ad esempio richiamando il vostro nome, è possibile rivolgersi all’autorità giudiziaria per chiedere il risarcimento del danno. Per ottenerlo, è necessario dimostrare l’assenza di un interesse pubblico alla riproposizione della notizia.

Diritto all’oblio su Internet

In Rete, come sappiamo, la notizia non è “ripubblicata”, ma vi rimane permanentemente. I motori di ricerca, in particolare, consentono di partire da un nome di cui si sa ben poco per apprenderne moltissimo: commenti, foto, scandali, opinioni, idee.

Cosa può fare, quindi, chi ritiene che il risultato di una ricerca su Google danneggi la propria reputazione e non sia più attuale? In primo luogo, può rivolgersi allo stesso motore di ricerca o al sito internet, che sono obbligati a valutare l’istanza.

Nel 2014, la Corte di Giustizia dell’Unione europea [2] ha ordinato a Google di cancellare il link a un vecchio articolo sui problemi giudiziari di un cittadino spagnolo. Da allora, il colosso digitale ha messo a disposizione degli utenti un modulo online espressamente dedicato al diritto all’oblio: chiunque, accedendovi, può richiedere alla società di rimuovere risultati contenenti il proprio nome.

In un caso, la Cassazione italiana [3] ha ordinato la cancellazione di una notizia (un accoltellamento in un ristorante), non solo dai motori di ricerca, ma anche dall’archivio online del quotidiano. In altre pronunce si è chiesto ai portali online di aggiornare le notizie con i loro sviluppi, ad esempio con l’assoluzione in appello.

Se i motori di ricerca e i siti internet non accolgono le vostre domande, è possibile rivolgersi al Garante della Privacy o al giudice civile, che valuteranno la richiesta bilanciandola con l’interesse pubblico alla conoscenza.

E le persone famose?

Se un comune cittadino può pretendere di “essere dimenticato” dopo essere finito sotto i riflettori per un lasso di tempo, lo stesso non vale per le celebrità, che dalla luce dei riflettori non escono mai. Come per la privacy, anche per il diritto all’oblio le persone famose sono trattate diversamente.

Un politico che è stato condannato decenni fa per evasione fiscale, non potrà pretendere che quell’episodio non venga più ricordato o citato, perché la sua figura pubblica rende il fatto sempre interessante. 

Discorso simile vale per quei casi di cronaca talmente celebri da essere entrati nell’immaginario collettivo. Pensiamo al mostro di Firenze, al delitto di Wilma Montesi o alle stragi terroristiche, tutti avvenimenti che hanno segnato la loro epoca e continuano ad alimentare il dibattito pubblico. Per i loro protagonisti, siano essi vittime, carnefici o semplici figuranti, la pretesa dell’oblio non può essere avanzata.

Cancellazione dei dati personali

Un ultimo punto riguarda i dati personali. Avete fornito alcune informazioni su di voi ad un’azienda, magari per ottenere degli sconti o ricevere pubblicità, e ora volete che siano cancellate? Bene, è un vostro diritto. A sancirlo è il Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali [5].

In base all’articolo 17 (“diritto alla cancellazione”), si può chiedere al titolare del trattamento la cancellazione dei propri dati. Il titolare ha l’obbligo di accogliere la richiesta in presenza di determinati motivi, ad esempio quando i dati non sono più necessari alle finalità iniziali.

Anche qui, di fronte a un diniego si può ricorrere al Garante della privacy o all’autorità giudiziaria.



Di Giovanni Landi

note

[1] Trib. Roma 15.05.1995.

[2] Corte di giustizia dell’Unione europea (CGCE), Causa C-131/12 – Google Spain.

[3] Cass. sent. n. 13161 del 24/06/2016.

[4] Cass. sent. n. 5525 del 5/04/2012.

[5] Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (RGPD), n. 2016/679.


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