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No al licenziamento di chi scarica con eMule musica e film dal pc dell’ufficio

27 Novembre 2013
No al licenziamento di chi scarica con eMule musica e film dal pc dell’ufficio

La generica contestazione è una misura sproporzionata, se non viene dimostrato il danno effettivo e concreto patito dal datore di lavoro.

Licenziare il dipendente che ha installato, sul pc dell’ufficio, il software eMule per scaricare da internet musica e film, sfruttando la connessione dell’azienda, è illegittimo.

A dirlo è una sentenza di ieri della Cassazione che farà la felicità degli “smanettoni” del “peer to peer” (o, come più sinteticamente viene detto, “p2p”).

Beninteso, con ciò la Suprema Corte non ha voluto sdoganare il download non autorizzato di materiale protetto dal copyright, ma ha semplicemente detto che la misura espulsiva è una sanzione eccessiva e sproporzionata rispetto all’illecito posto in essere dal dipendente. E ciò anche se la policy aziendale vieta espressamente l’utilizzo di piattaforme di condivisione dei files.

È vero, il licenziamento è una delle possibili conseguenze che conseguono a condotte illecite da parte dei dipendenti. Ma il provvedimento espulsivo costituisce comunque l’ultima spiaggia e, quindi, per essere legittimo, va circostanziato con elementi in grado di delineare l’effettiva gravità dell’addebito contestato all’incolpato. In parole povere: non è sufficiente contestare l’installazione di eMule sul pc, ma bisogna anche provare l’effettivo danno (e non solo presunto) per il datore di lavoro.

Non basta, quindi, una generica contestazione se non si dimostra che, da tale comportamento, sono derivati dei danni concreti per l’azienda come, per esempio, il rischio di un’intercettazione da parte delle autorità postali accortesi del download illegale; l’esposizione del pc a possibili virus e intrusioni da parte di malintenzionati; il tempo perso dal dipendente e sottratto alle ore lavorative, ecc.

Il datore di lavoro non può neanche giustificare il licenziamento dicendo che, in astratto, il computer può essere esposto a seri pregiudizi di stabilità e di attacchi informatici. Per i Supremi Giudici, infatti, è ragionevole credere che esista pur sempre un back up dei dati dell’azienda, specie se di grandi dimensioni.

In una successiva sentenza, la Cassazione [2] è tornata sullo stesso tema, però in un’ottica differente, considerando come legittimo, in questo caso, il licenziamento. Infatti, se nel primo caso era stato preso in considerazione solo il fatto che il dipendente avrebbe potuto mettere a rischio la sicurezza della rete aziendale attraverso l’uso di eMule in violazione delle norme di policy aziendale (cosa per quale – come detto – era necessaria una prova concreta), nella seconda e decisiva contestazione, invece, all’incolpato si addebitano “reiterate, massicce e continuative” violazioni, con navigazione su siti web di interesse esclusivamente personale. In pratica, è evidente, in questo caso, la lesione della fiducia del datore poiché il dipendente sottrae ore lavorative per navigare su internet per scopi personali. Il licenziamento, sotto questa prospettiva, è legittimo.


La sola installazione di eMule sul pc aziendale e il download di materiale protetto dai diritti d’autore da parte del dipendente, non giustifica il licenziamento di quest’ultimo. Il danno per il datore, infatti, deve essere non “ipotetico”, ma concreto. Dunque, l’azienda dovrà dimostrare di aver subìto concreti danni.

note

[1] Cass. sent. n. 26397/13 del 26.11.13.

[2] Cass. sent. n. 27392/13 del 06.12.2013.


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