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Parcella avvocato: come deve essere?

15 Settembre 2020
Parcella avvocato: come deve essere?

Inammissibile il ricorso sulle spese per mancata distinzione tra diritti e onorari se non è provato il pregiudizio.

La legge impone all’avvocato di presentare al cliente, prima del conferimento dell’incarico, un preventivo scritto. Il preventivo deve indicare il costo complessivo della pratica, specificando in modo analitico le singole voci (spese vive, oneri connessi, compensi).

L’avvocato deve inoltre indicare al proprio assistito il livello di complessità dell’incarico, fornendo le informazioni circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento alla conclusione dell’incarico. Tale informazione, al contrario di quella relativa al preventivo, può essere anche fornita in modo verbale.

Alla fine dell’incarico o, in un momento anteriore (a seconda degli accordi tra le parti), il professionista presenta la propria parcella. Non c’è bisogno di emettere prima la fattura per ottenere il pagamento: il cliente è tenuto infatti a pagare subito, a semplice presentazione del “pro forma”. 

Qui, però, iniziano a sorgere le prime incomprensioni. Spesso, infatti, le voci di cui è composta la parcella sono poco chiare a chi non è esperto del mondo legale. Ed allora sarà bene spiegare come deve essere la parcella dell’avvocato.

Parcella avvocato: a quanto ammonta?

La legge Bersani del 2006 ha liberalizzato le tariffe degli avvocati che prima erano imposte dalla legge. Così oggi, ogni avvocato può chiedere al cliente il corrispettivo che preferisce, a prescindere da quello praticato sul mercato. Naturalmente – e questa è una logica conseguenza del mercato – il preventivo sarà tanto più alto quanto più complesso e lungo è l’incarico. Ad esempio, un ricorso per decreto ingiuntivo o un giudizio di separazione sarà meno caro rispetto a una causa di divisione dell’eredità o a un’azione rivolta ad ottenere il riconoscimento dell’usucapione di un immobile.

Di solito, anche se la legge non dice nulla a riguardo, il compenso è tanto più elevato quanto più alta è la posta in gioco, ossia il valore economico del diritto fatto valere dal cliente. Sarà, quindi, più costosa un’azione di rivendica di una villa che di un piccolo appezzamento di terreno non edificabile ad uso agricolo. 

Prevale in sintesi l’accordo tra le parti che, come anticipato in apertura, deve essere oggetto di una trattativa prima del conferimento dell’incarico, con la presentazione del preventivo scritto. L’avvocato non potrebbe chiedere, alla fine del giudizio, un importo superiore rispetto a quello preventivato, a meno che lo svolgimento del processo abbia comportato degli aggravi di lavoro non prevedibili all’inizio (si pensi al convenuto che abbia chiamato, in garanzia, altri soggetti, così arricchendo il numero delle parti da cui difendersi). Un comportamento però corretto imporrebbe al professionista di chiarire al cliente, non appena evidente, l’incremento del corrispettivo. 

Che succede se l’avvocato non presenta il preventivo?

Se l’avvocato non presenta il preventivo e il cliente non lo richiede, in caso di successiva contestazione sull’entità della parcella, a decidere il giusto compenso sarà il giudice. Lo farà tenendo conto dei criteri fissati da un decreto ministeriale del 3 aprile 2014 n 55. Li trovi indicati al termine dell’articolo “Fare causa a qualcuno: quanto costa?“.

Come si compone la parcella dell’avvocato

La parcella dell’avvocato, un tempo, si componeva di due voci: diritti e onorari. I diritti erano dovuti per le attività più propriamente “materiali”, come gli accessi in cancelleria e il supporto al cliente. Gli onorari erano, invece, i compensi dovuti per l’attività di difesa e di studio, quella cioè più tecnica ed intellettuale. 

La giurisprudenza riteneva, tuttavia, che la parcella fosse ugualmente legittima anche quando prevedeva un’unica voce, onnicomprensiva di diritti e onorari, senza tenere separati gli uni dagli altri (sempre che ciò non avesse comportato una limitazione del diritto di difesa del cliente) [1].

Oggi, questa distinzione è stata abbandonata. Oggi, non esistono più né i diritti, né gli onorari e la parcella si compone di un’unica voce: compenso. 

Il compenso, quindi, racchiude tutte le possibili ragioni di credito dell’avvocato, a cui poi andranno aggiunte le spese vive, ossia i costi per la difesa. Le spese vive possono essere rappresentate ad esempio da:

  • spese per viaggi e trasferte (benzina, hotel, pasti, ecc.);
  • contributo unificato (ossia la tassa che si paga per iniziare una causa civile);
  • costi di notifiche (tutte le volte in cui gli atti giudiziari devono essere spediti o comunque portati a conoscenza della controparte);
  • marche da bollo;
  • diritti di cancelleria, per la richiesta di copie, duplicati, formule esecutive, ecc.;
  • costi per fotocopie e altro materiale di cancelleria.

Tali voci devono essere evidenziate nella fattura, sia per una questione fiscale (esigenza di trasparenza verso l’Agenzia delle Entrate), sia per una questione di correttezza con il cliente (il quale potrebbe voler sapere il dettaglio delle spese vive). Le spese vive non sono soggette ad Iva.

Oltre all’onorario, l’avvocato potrebbe esigere il cosiddetto rimborso forfettario del 15%. Il rimborso forfettario è una voce determinata da spese vive difficilmente documentabili come la benzina per gli spostamenti in tribunale o le piccole spese di cancelleria per le quali non è stata richiesta la fattura (si pensi alle fotocopie del valore di pochi spiccioli). 

Il rimborso forfettario si applica sul compenso e costituisce una maggiorazione del 15%.

Si aggiunge poi la voce della previdenza, ossia la cassa forense. Questa voce viene rappresentata, nella parcella e poi in fattura, con l’acronimo CPA (cassa previdenza avvocati) o anche CAP. È pari al 4% della somma tra onorario e rimborso forfettario, escluse le spese vive.

Infine, c’è l’Iva che si applica alla somma tra CPA, onorario e rimborso forfettario.

La somma di tutte queste voci costituisce l’importo che il cliente deve corrispondere al proprio difensore. 

Fattura e nota spese

Come anticipato, l’avvocato non è tenuto ad emettere immediatamente la fattura, potendo posticipare il rilascio di questo documento all’avvenuto pagamento da parte del cliente. Prima quindi può emettere la semplice parcella (anche chiamata «parcella pro forma») comprensiva della nota spese (ossia il dettaglio dei costi vivi).


note

[1] Cass. ord. n. 19000/20 del 14.09.2020: «In tema di spese processuali, è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione che si limiti alla generica denuncia della mancata distinzione, nella sentenza impugnata, tra diritti e onorari secondo la disciplina delle tariffe professionali applicabili ratione temporis alla fattispecie, atteso che, in assenza di deduzioni sui concreti pregiudizi subiti dalla mancata applicazione di tale distinzione, la censura non dimostra l’esistenza di un interesse a ottenere una riforma della decisione».

Autore immagine: it.depositphotos.com


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