Diritto e Fisco | Editoriale

Rifiuti in Campania: bastano 6 anni per ammalarsi

27 Novembre 2013 | Autore:
Rifiuti in Campania: bastano 6 anni per ammalarsi

Le rivelazioni di Carmine Schiavone trovano riscontro nei risultati delle indagini tossicologiche condotte in Campania dalla base militare americana di Capodichino: la regione è malata, la profezia lascia spazio alla certezza.

Carmine Schiavone, il boss pentito della mala casertana, ha dichiarato che, chi vive nelle zone della Campania in cui sono stati smaltiti illegalmente i rifiuti, morirà nei prossimi 20 anni.

Carmine Schiavone non è un perito, né un biologo; è solo un uomo che ha visto passare davanti ai propri occhi migliaia di fusti con materiale radioattivo e tossico-nocivo. E se la percezione di un criminale, di fronte al disastro ambientale, è già così nefasta, non è nulla a confronto dei risultati degli esami condotti dalla base militare americana di Capodichino, in provincia di Napoli, su acqua, terra e aria di tutta la Campania. Abitare per soli 6 anni nelle aree maggiormente contaminate della regione è sufficiente per avere ripercussioni irreversibili sulla propria salute.

Tra le previsioni di Schiavone e le indagini dell’US Navy c’è un forte punto di contatto: l’indifferenza dello Stato italiano. Questi risultati sono stati resi noti da diversi mesi, ma le istituzioni, in uno slancio di estrema coerenza, così come era accaduto con le dichiarazioni del pentito casertano, anche in questa occasione hanno elegantemente glissato. Nel frattempo, però, le parole di un boss hanno svestito i panni della profezia, corroborate – stavolta si – da accurate analisi, costate alle autorità americane qualcosa come 30 milioni di dollari. A rivelarlo è il settimanale “L’Espresso”.

Dal 2009 al 2011, gli americani hanno scandagliato oltre mille chilometri quadrati per scoprire che nessuna zona della Campania è totalmente sicura. Per Eraclito, l’acqua è il principio di tutte le cose; per l’US Navy, l’acqua è la fonte del male. I pozzi sono un disastro: c’è il Pce (solvente industriale), rame e piombo hanno valori sopra la norma. E c’è l’uranio. Secondo il dossier statunitense, il 92% dei pozzi privati costituiscono “un rischio inaccettabile per la salute”. Le falde sono contaminate. E – dato ancora più sconcertante – anche gli acquedotti non sono sani: dal  57% dei rubinetti analizzati nel centro di Napoli sgorga acqua pericolosa; la colpa è ancora dei pozzi, abusivamente allacciati alla rete idrica pubblica.

La terra fuma. I vapori delle sostanze tossiche interrate spingono verso l’alto, penetrano nei piani terra delle case, in garage e cantine, e nelle tubature.

Non finisce qui. Le analisi effettuate portano alla luce un’altra anomalia: nell’aria ci sono quantità ingenti di dibromo-cloro-propano, un antiparassitario usato nelle grandi piantagioni, vietato negli USA dal 1985 e in Europa da un ventennio. Ma qui l’agricoltura non c’entra. Di questo gli americani sono sicuri, perché rilevano questa sostanza anche sui cieli di Napoli, perfino sul lungomare.

Rimane il mistero, ma restano anche i dati ottenuti con le apparecchiature più sofisticate. Si dice sempre che il più grande problema della lotta ai reati ambientali sono le risorse economiche: condurre le indagini e fare gli opportuni riscontri ha un costo elevatissimo. Quando si decide di scavare in un terreno o effettuare sbancamenti non c’è la possibilità di sbagliare. E così le piccole procure, che non hanno risorse, chiedono aiuto ai piani superiori, scoprendo il muro di gomma. Intanto passano gli anni e tutto resta immobile.

Adesso una cosa è certa: sulla Campania nessuno potrà utilizzare simili giustificazioni, perché i riscontri ci sono: precisi, dettagliati, geograficamente inquadrati. Già nell’agosto 2009 il comando statunitense aveva presentato all’Ispra (istituto superiore per la protezione dell’ambiente) i primi risultati delle analisi condotte e i metodi di ricerca utilizzati. Le medesime informazioni sono state poi comunicate alla Protezione Civile e agli enti pubblici campani. Così facendo, lo Stato americano ha messo in difficoltà quello italiano, fornendo dati e risposte. Lo Stato italiano, adesso, dovrà studiare nuove scuse per continuare a far finta di niente.



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