I medici specializzandi non sono lavoratori veri e propri

16 Settembre 2020
I medici specializzandi non sono lavoratori veri e propri

Per la Cassazione si tratta di un contratto di formazione, più che di una prestazione professionale a tutti gli effetti, con tutto ciò che ne deriva in termini di remunerazione.

Quello tra medici specializzandi e ospedale/università non è un vero e proprio rapporto di lavoro, semmai una particolare modalità di formazione che prevede emolumenti a titolo di rimborso spese. Lo ha detto la Corte di Cassazione, in un’ordinanza della sezione Lavoro di pochi giorni fa [1].

Secondo i giudici della Suprema Corte, gli specializzandi non possono essere considerati come dei lavoratori a tutti gli effetti. Di conseguenza, non hanno diritto alle tutele previste, in termini di remunerazione, dall’articolo 36 della Costituzione, che scolpisce il principio per cui «il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa».

L’attività che i futuri medici prestano in ospedali e strutture cliniche durante il periodo della specializzazione, agli occhi degli Ermellini, è più affine a un contratto di formazione-lavoro. I pagamenti che ricevono non sarebbero da intendere come uno stipendio a tutti gli effetti ma come un compenso a fronte di un impegno a tempo pieno investito dai quasi camici bianchi nella loro formazione.

Questo perché, come scrivono i supremi giudici, le loro prestazioni sono più orientate ad apportare un vantaggio a se stessi, appunto in termini di formazione ed esperienza, che non all’università. Tant’è che la specializzazione culmina nel conseguimento di un titolo. Proprio per questo non è equiparabile neppure al lavoro dei medici freschi di assunzione nell’ambito del Servizio sanitario nazionale.

Attualmente, un medico specializzando percepisce circa 22mila euro lordi annui. Il trattamento economico è migliorato dall’anno accademico 2006-2008, ma secondo la Corte, non si può parlare di disparità tra chi si è iscritto a un corso di specializzazione prima e chi dopo la più vantaggiosa riforma. Rientra nelle facoltà del legislatore quella di applicare nuove normative o differire gli effetti di una riforma.

La Cassazione smentisce anche l’assunto che i giovani medici italiani siano illegittimamente mal pagati, rispetto anche agli altri Paesi Ue. L’Europa, infatti, ricordano i giudici, non ha dettato una disciplina [2] stringente agli Stati membri sul fronte della remunerazione degli specializzandi che, quindi, può avere tetti diversi in ogni Stato.


note

[1] Cass. sez. lav. ord. n. 18667 del 08/09/2020;

[2] Direttiva n. 93/16/Cee.


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