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Auto incastrata in strada stretta: chi paga?

16 Settembre 2020 | Autore:
Auto incastrata in strada stretta: chi paga?

È vero che il proprietario della carreggiata deve adoperarsi per la manutenzione e per fare in modo di ridurre il rischio di eventuali danni, ma è anche vero che l’automobilista deve assumere una guida prudente e consapevole di potenziali pericoli.

Ti sei concesso una gita fuori porta, a spasso per una meravigliosa città d’arte. Nessuna zona a traffico limitato: il tuo programma è girare per il centro storico in auto, prima di trovare un parcheggio vicino e proseguire a piedi.

La strada, però, è stretta. Così tanto da costringerti a un’infinità di manovre per riemergere dal budello in cui non avresti mai pensato di infilarti. Tutto sommato ne sei uscito – e già questo è buono -, non si può dire indenne, dato che hai urtato gli specchietti retrovisori addosso ai muri delle case, ma poteva finire peggio. Non riesci comunque a digerire quei graffi sulla carrozzeria e, dato che la segnaletica era assente, stai pensando di chiedere i danni al Comune, proprietario della strada.

Nessuno te lo vieta, ma bisogna capire quante sono le tue probabilità di successo. Se ti stai chiedendo chi paga in caso di auto incastrata in una strada stretta, sei nel posto giusto. Cercheremo di spiegartelo nel modo più semplice possibile, illustrandoti, con un linguaggio alla portata anche di chi è digiuno di diritto, cosa dicono la legge e la giurisprudenza. Con esempi concreti, come sempre siamo abituati a fare.

Quale responsabilità dell’automobilista? 

Il Codice della strada è pieno di doveri riconosciuti a chi guida un’autovettura. Potremmo sintetizzarli così: cautela massima, dal regolare la velocità a qualunque altro aspetto della guida. Il principio è quello della prevenzione: se gli automobilisti sono i primi ad assumere condotte prudenti, sarà più verosimile riuscire a contenere disagi per se stessi e per gli altri utenti della strada.

Così come il proprietario della carreggiata deve fare il possibile per evitare danni che derivino da un cattivo stato di manutenzione, il conducente di un’auto deve fare il possibile per non mettere/mettersi nei guai, così da non rappresentare un pericolo o un intralcio alla circolazione [1].

Quale responsabilità dell’ente pubblico? 

La legge ha previsto una serie di obblighi anche a carico dei proprietari delle strade. Un modo per responsabilizzarli e far sì che abbiano a cuore la sicurezza e la fluidità della circolazione. Dipende da loro che il manto stradale sia in buone condizioni.

In particolare le pubbliche amministrazioni, proprietarie di arterie stradali, devono garantire [2]:

  • manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi;
  • il controllo tecnico dell’efficienza delle strade e relative pertinenze;
  • l’apposizione e manutenzione della segnaletica prescritta.

Questo comporta una presunzione di responsabilità a carico del proprietario di una strada, in caso di incidenti di vario tipo che coinvolgano veicoli e che si svolgano su quella strada.

Che cos’è il caso fortuito?

C’è, però, una circostanza che può sollevare da ogni responsabilità Comuni, Province e pubbliche amministrazioni in genere. Si chiama «caso fortuito» [3] e con esso si intende una situazione imprevista o comunque un qualcosa che non può dipendere dalla volontà o dal controllo sul bene che si ha in custodia.

In pratica, se la persona che sta guidando ha dei problemi o un incidente per cause connesse allo stato disastroso dell’asfalto, si presume che sia responsabile l’ente proprietario della strada. Chi guida l’auto ha l’onere di dimostrarlo. Chi ha la proprietà della carreggiata ha la possibilità di replicare sostenendo di non avere alcuna colpa proprio per via di un caso fortuito, ovvero di un qualcosa che abbia contribuito fortemente a causare l’incidente, troncando di netto il legame tra responsabilità e danno.

L’imprudenza dell’automobilista può essere considerata caso fortuito? 

Assolutamente sì. La Cassazione lo sostiene da tempo. È un orientamento consolidato quello secondo il quale la responsabilità di un incidente possa essere attribuita al guidatore se è stato imprudente e se l’incidente si poteva evitare con un comportamento più cauto [4].

Questo anche laddove, ad esempio, l’asfalto sia dissestato e nessuno abbia provveduto a sistemarlo. Se bastava, per esempio, andare più lentamente per evitare qualunque danno/sinistro, non è la cosa – cioè la strada in pessimo stato – ad aver fatto rischiare il conducente, ma il conducente che si è assunto il rischio.

Si ritiene, infatti, che la guida imprudente abbia un indiscutibile effetto sulla produzione di conseguenze spiacevoli, aumentando le probabilità di arrecare danni a se stessi e agli altri. Anche al di là dei doveri della pubblica amministrazione che spesso, è vero, non tratta splendidamente le strade di cui è proprietaria, ma – e questo il presupposto da cui parte la Suprema Corte – un po’ di cautela da parte di chi guida può aiutare a prevenire [5].

C’è, quindi, come si può ben vedere, una lunga serie di sentenze a conferma di questo principio. In poche parole, per attribuire la responsabilità a chi guida, nonostante le cattive condizioni della strada, servono due requisiti specifici:

  • la prova che sia stata effettivamente commessa un’imprudenza;
  • l’imprevedibilità, da parte del proprietario della strada, di un tale comportamento incauto da parte del conducente.

Di conseguenza, l’automobilista, per avere chance più certe di addebitare il danno alla pubblica amministrazione, deve:

  • essere stato prudente;
  • non aver potuto prevedere il pericolo.

L’esempio pratico

Proprio in questi giorni la Cassazione è tornata sul tema [6], esaminando il ricorso del proprietario di un suv rimasto letteralmente incastrato nella stradina medievale di un paesino in Piemonte.

L’uomo chiedeva un risarcimento per i danni al suo voluminoso fuoristrada, inadatto a percorrere viuzze in cui anche un’utilitaria fatica a passare. Ma l’automobilista non poteva immaginarlo: con i giudici della Suprema Corte ha insistito proprio sul fatto di non avere idea del guaio in cui si stesse cacciando. Letteralmente. A saperlo non si sarebbe mai avventurato in quella via così sottile: voleva raggiungere un ristorante, ha dovuto ingranare la retromarcia, in una complicata manovra di dietrofront.

Colpa del Comune, proprietario della strada, sostiene lui: non solo il danno di non mettere neanche un cartello di avviso ma pure la beffa di tornare nella stradina a distanza di tempo e vedere che, invece, i segnali erano stati, in seguito, posizionati. A dimostrazione della coscienza sporca, secondo l’automobilista: li hanno messi solo dopo che si è posto il problema e non prima.

Ma i cartelli stradali «tardivi» sono a dir poco irrilevanti, per la Cassazione, essendo in presenza di un centro storico che, per sue fattezze e conformazione, appare immediatamente non percorribile con un suv. Non servivano cartelli, dunque. L’automobilista avrebbe dovuto intuire di non potersi calare in quel reticolo di viuzze senza avere delle oggettive difficoltà.

I giudici scrivono che «la carenza di segnaletica non sussiste» perché la ristrettezza della carreggiata «appare da subito evidente per gli utenti che intendano immettervisi, come pure è evidente l’andamento in discesa della strada. Evidenti sono pure, per chi decida comunque di inoltrarvisi, le strettoie e le curve a gomito. Ne deriva che l’apposizione della segnaletica risulta addirittura superflua e la sua mancanza non riveste contributo causale di sorta al verificarsi dell’allegato evento lesivo».

Come possiamo capire, quindi, secondo la Cassazione era molto più plausibile che l’uomo intuisse il pericolo di infilarsi in un suv in quella porzione di città, piuttosto che fosse invece l’amministrazione a contemplare un’eventualità simile.

Colpa dell’automobilista, dunque, che doveva capire di non poter passare con una macchina così grande in un piccolo centro medievale. È questo, dunque, a detta della Corte, il caso fortuito che solleva il Comune da responsabilità: il «comportamento imprudente dello stesso danneggiato».


note

[1] Art. 140 del Codice della strada;

[2] Art. 14. del Codice della strada;

[3] Art. 2051 c.c.;

[4] Cass. sent. n. 2692 del 06/02/14;

[5] Cass. sez. III n.287 del 13/1/2015; Cass. sez. VI n. 22419 del 26/9/2017;

[6] Cass. sez. civ. VI ord. n. 19116 del 15/09/2020.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 9 luglio – 15 settembre 2020, n. 19116
Presidente Scoditti – Relatore Iannello
Rilevato in fatto
1. Il Tribunale … ha confermato la decisione di primo grado che aveva rigettato la domanda di … diretta a ottenere la condanna del Comune di … al risarcimento dei danni subiti dalla propria autovettura, … , a seguito dell’intenso sforzo in retromarcia compiuto transitando lungo una strada stretta e ripida del centro storico (via …) nella quale si era immesso, diretto ad un ristorante della zona, non essendo segnalato il pericolo insito nella conformazione della strada, né l’impossibilità, da parte di un veicolo omologato e di normali dimensioni, di percorrerla per intero.
Ha, infatti, ritenuto che l’evento fosse imputabile a fatto e colpa dello stesso danneggiato e configurasse pertanto caso fortuito idoneo a rappresentare unica causa del sinistro.
Ciò in quanto – ha osservato – «come emerge dalla documentazione fotografica … e dalla stessa narrazione dei fatti dell’appellante, lo stato di fatto dei luoghi appariva e non poteva non apparire perfettamente e chiaramente visibile (le caratteristiche della stradina medioevale in questione, quanto ad angustia, ripidità e presenza di curve a gomito non sono l’effetto di improvvisi sommovimenti o spostamenti del sedime stradale, ma sono le stesse caratteristiche proprie di quei luoghi da secoli…) e certamente incombeva all’utente della strada l’adozione delle normali cautele che gli avrebbero consentito di superare ogni eventuale situazione di pericolo, creata dall’imprudenza del conducente».
3. Avverso tale decisione … propone ricorso per cassazione sulla base di cinque motivi, cui resiste l’ente intimato depositando controricorso.
4. Essendo state ritenute sussistenti le condizioni per la trattazione del ricorso ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ., il relatore designato ha redatto proposta, che è stata notificata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.
Il ricorrente ha depositato memoria ex art. 380-bis cod. proc. civ..
Considerato in diritto
1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia «omessa indicazione nelle conclusioni di parte appellante e l’omessa pronunzia da parte del Tribunale circa l’istanza di ammissione di nuovi documenti prodotti ex art. 345, 3. co., c.p.c, in riferimento agli artt. 112 c.p.c. e 360, 1. co., n. 4), c.p.c.» (così nell’intestazione).
Rileva che nell’atto di citazione in appello aveva formulato «istanza di ammissione di nuovi documenti, in particolare nuove fotografie sullo stato attuale dei luoghi, ex art. 345 c.p.c.» in quanto, recatosi sui luoghi del sinistro dopo la definizione del giudizio di primo grado, aveva preso atto e documentato con fotografie il fatto che il Comune aveva nel frattempo apposto, all’inizio di Via …, la segnaletica stradale di divieto di transito ai veicoli larghi più di 1,80 m.
Lamenta quindi che, pur essendo stata tale istanza ritualmente formulata e verbalizzata in prima udienza e ribadita nelle conclusioni, di essa non risulta fatta alcuna menzione in sentenza, né il Tribunale si è in alcun modo pronunciato sull’esistenza e sul valore probatorio dei documenti.
2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia «omesso esame … circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in riferimento all’art. 360, 1. co., n. 5), c.p.c.».
Lamenta che il Tribunale ha esaminato la questione oggetto di doglianza – ossia l’omessa colposa segnaletica circa uno stato di fatto del tutto imprevedibile ed inaspettato, integrante per il sig. … insidia o trabocchetto – ma ha escluso la sussistenza di un’insidia o di un trabocchetto, caratterizzata sotto il profilo oggettivo dalla non visibilità e sotto quello soggettivo dalla non prevedibilità, pretermettendo totalmente di considerare che, in realtà, e per lo stesso Comune di …, quella strada non era (al momento dei fatti) e non è oggi praticabile; anzi lo stesso Comune ne vieta (oggi) l’accesso.
Ciò, per l’appunto, per non aver preso in considerazione la successiva apposizione sui luoghi di segnaletica di divieto di transito per veicoli di dimensioni eccedenti la larghezza di 1,80 m.
Contesta, quindi, come errata ed apodittica l’affermazione conclusiva contenuta in sentenza secondo cui «l’apposizione della segnaletica risulta addirittura superflua e la sua mancanza non riveste contributo causale di sorta al verificarsi dell’allegato evento lesivo», osservando che, al contrario, l’essere stata tale segnaletica successivamente apposta dimostrava l’importanza ad essa assegnata dallo steso ente.
3. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 360, comma primo, nn. 3 e 4, cod. proc. civ., violazione o falsa applicazione degli artt. 2697 cod. civ., 112, 115 e 167 cod. proc. civ. per avere il Tribunale omesso di considerare la non contestazione di tutte le circostanze poste a fondamento della domanda risarcitoria, relative alle caratteristiche della strada ed alla dinamica dei fatti e per avere piuttosto ricostruito quest’ultima in termini difformi e non corrispondenti al vero.
4. Con il quarto motivo il ricorrente deduce, con riferimento all’art. 360, comma primo, num. 3, cod. proc. civ., violazione o falsa applicazione dell’art. 2051 cod. civ. e dell’art. 14 cod. strada.
Sostiene che il Comune, avendo omesso di apporre la necessaria segnaletica, salvo poi porvi rimedio dopo il sinistro, ha violato la suindicata norma del codice della strada (che impone agli enti proprietari delle strade, «allo scopo di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione», di provvedere alla «apposizione e manutenzione della segnaletica prescritta») e che ha così pertanto consentito, con colpa grave, che si creasse la situazione di pericolo o insidia o trabocchetto nella quale egli si è trovato.
Ne consegue – argomenta il ricorrente – che ogni conseguenza dannosa, eziologicamente connessa a tale inadempimento, debba essere posta a carico dell’Ente proprietario.
5. Con il quinto motivo il ricorrente denuncia, infine, «violazione o falsa applicazione della legge n. 247 del 2012 e relativo regolamento ministeriale recante la determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense, D.M. n. 55 del 2014, in riferimento all’art. 360, 1. co., n. 3) c.p.c».
Lamenta che l’importo liquidato per spese di soccombenza poste a suo carico (pari ad Euro 3.800, oltre accessori di legge) eccede il massimo consentito dal menzionato decreto per lo scaglione di riferimento.
6. Il primo motivo è inammissibile.
Il vizio di omessa pronuncia che determina la nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c. rilevante ai fini di cui all’art. 360, comma 1, n. 4, dello stesso codice, si configura esclusivamente con riferimento a domande attinenti al merito e non anche in relazione ad istanze istruttorie per le quali l’omissione è denunciabile soltanto sotto il profilo del vizio di motivazione (Cass. 05/07/2016, n. 13716); a fortiori non determina nullità della sentenza l’omessa indicazione, nelle conclusioni, della richiesta istruttoria poi di fatto disattesa (v. Cass. 09/05/2018, n. 11150).
7. Il secondo motivo è infondato.
Come si rimarca anche nella memoria, il fatto storico di cui si lamenta omesso esame è rappresentato dalla apposizione, in epoca successiva al fatto, di segnaletica di divieto di transito nella strada in questione per veicoli di larghezza superiore a metri 1,80.
Di tale fatto si argomenta la rilevanza sul rilievo che esso avrebbe dimostrato che, secondo valutazione seppur tardiva dello stesso Comune, la strada poteva costituire una insidia per chi vi si fosse immesso alla guida di veicoli che non rispettassero quei limiti dimensionali.
In realtà, però, come si evince dalla stessa illustrazione del motivo, la sentenza impugnata prende in esame l’assunto difensivo e lo giudica infondato per ragioni che espressamente escludono la rilevanza della assenza di segnaletica al momento del fatto (e, per implicito, dunque, anche della sua successiva apposizione). Ivi si osserva infatti (pag. 16) che «la carenza di segnaletica posta a base della domanda del … non sussiste, posto che la ristrettezza della carreggiata della via … appare da subito evidente per gli utenti che, provenienti da via al …, intendano immettervisi, come pure è evidente l’andamento in discesa della strada. Evidenti sono pure, per chi decida comunque di inoltrarvisi, le strettoie e le curve a gomito. Ne deriva che l’apposizione della segnaletica risulta addirittura superflua e la sua mancanza non riveste contributo causale di sorta al verificarsi dell’allegato evento lesivo».
Il fatto di cui si lamenta l’omissione dunque difetta, palesemente, di decisività nel percorso argomentativo seguito dalla Corte di merito, e la contestazione che rispetto a tale valutazione è svolta dal ricorrente si appalesa meramente oppositiva ed estranea al paradigma censorio del vizio evocato.
8. Il terzo motivo è inammissibile per aspecificità.
La censura non coglie, infatti, l’effettiva ratio decidendi, che non consiste nella negazione della conformazione della strada in questione, quale posta a fondamento della pretesa risarcitoria, ma nella affermazione del rilievo causale esclusivo della condotta dello stesso danneggiato.
Si volge in sostanza a contestare la ricognizione del fatto quale operata in sentenza e, correlativamente, a sollecitare una nuova e diversa valutazione delle emergenze processuali, alla stregua però di operazione censoria non consentita in questa sede.
9. Il quarto motivo è parimenti inammissibile.
Anch’esso, lungi dall’indicare le affermazioni in diritto asseritamente in contrasto con l’art. 2051 cod. civ., allega un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa (si contesta, fondamentalmente, la valutazione, di merito, della sussistenza del caso fortuito, identificato nel comportamento imprudente dello stesso danneggiato, tale da escludere il nesso causale tra cosa in custodia ed evento di danno).
10. E’ invece fondato il quinto motivo.
Il Tribunale ha liquidato le spese del grado, dichiaratamente in base al D.M. n. 55 del 2014.
Appare dunque evidente l’errore in cui è incorso il Tribunale, rappresentato dall’applicazione di uno scaglione superiore all’effettivo valore della causa, da determinare in base al valore della domanda, pacificamente e chiaramente indicato in Euro 4.037 (oltre rivalutazione e interessi il cui importo, però, atteso il breve lasso di tempo intercorrente tra fatto dannoso e citazione introduttiva non può aver fatto lievitare il credito azionato ad importo eccedente il massimo dello scaglione compreso tra Euro 1.101 ed Euro 5.200).
Non risultando lo svolgimento di attività istruttoria il massimo liquidabile per tre fasi in rapporto a tale scaglione è, infatti, pari ad Euro 2.916.
11. Con limitato riferimento a tale censura la sentenza impugnata va pertanto cassata.
Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384, comma secondo, cod. proc. civ., con la liquidazione delle spese processuali dovute a controparte dall’odierno ricorrente per il secondo grado del giudizio di merito nell’importo complessivo di Euro 2.000, oltre accessori come per legge.
12. L’accoglimento parziale del ricorso giustifica l’integrale compensazione delle spese del presente giudizio di legittimità.
P.Q.M.
accoglie il quinto motivo di ricorso; rigetta i rimanenti; cassa la sentenza; decidendo nel merito, liquida le spese del giudizio di appello in Euro 2.000, oltre rimborso forfettario delle spese generali nella misura del 15% ed oltre accessori come per legge.
Compensa integralmente le spese del presente giudizio di legittimità.


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