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Quanti soldi servono per andare in affitto?

19 Novembre 2020
Quanti soldi servono per andare in affitto?

Prima di sottoscrivere un contratto di locazione è bene sapere a quali costi si va incontro.

Gli italiani sono uno dei popoli europei più affezionati alla casa di proprietà. Per questo, nel nostro Paese, la maggior parte delle famiglie vive nella propria abitazione.

Tuttavia, non tutti possono permettersi di comprare una casa e, a volte, non ci sono abbastanza certezze per fare questo passo. In questi casi, la famiglia decide dunque di prendere una casa in locazione e si chiede: quanti soldi servono per andare in affitto?

Si tratta di una domanda molto importante. Prendere un appartamento in locazione, infatti, determina indubbiamente dei costi inferiori all’acquisto di una casa. Tuttavia, il conduttore deve sostenere una serie di spese che non possono essere evitate se si vuole sottoscrivere un contratto di affitto.

Che cosa significa andare in affitto?

Avere un’abitazione in cui vivere è un bisogno essenziale di ogni individuo e di ogni nucleo familiare. Se non hai un’abitazione di proprietà e decidi di mettere su famiglia devi, necessariamente, valutare tra due opzioni: comprare una nuova casa oppure andare in affitto.

Spesso, l’acquisto della casa non è possibile per diverse ragioni: assenza di certezze lavorative, indisponibilità di un anticipo in denaro, carenza dei requisiti per prendere un mutuo, etc. In questi casi, non resta che andare in affitto, ossia, firmare un contratto di locazione con un proprietario di un appartamento in base al quale l’immobile viene ceduto in uso al conduttore (detto anche inquilino) e quest’ultimo, in cambio dell’uso, paga mensilmente un canone di locazione pattuito dalle parti.

Prendere la casa in affitto ha i suoi vantaggi. Il conduttore, infatti, non deve sostenere un costo ingente come quello legato all’acquisto di una casa. Inoltre, se l’immobile ha dei problemi o necessita di manutenzioni straordinarie deve provvedere direttamente il proprietario.

Lo svantaggio è legato al fatto che i soldi spesi per l’affitto mensile sono, in un certo senso, persi e non vengono capitalizzati per avere una casa propria.

Quanti soldi servono per andare in affitto?

Sicuramente, andare in affitto costa molto meno che comprarsi una casa. Tuttavia, anche chi decide di prendere un appartamento in locazione è chiamato a sostenere dei costi, che variano al variare di una serie di fattori. Vediamo quali sono i principali oneri economici da sostenere.

Innanzitutto, il proprietario dell’immobile, solitamente, chiede all’inquilino il versamento di una caparra, o deposito cauzionale. Si tratta di una somma versata in garanzia al momento della presa del possesso dell’immobile che viene restituita quando l’affitto termina dopo aver verificato lo stato dei luoghi.

Se, conclusa la locazione, il proprietario si rende conto che il conduttore non ha arrecato alcun danno la caparra verrà restituita. Se, invece, vi sono dei danni, il proprietario si trattiene una somma pari ai danni cagionati.

La caparra, di solito, ammonta ad un importo compreso tra due e cinque mensilità del canone di locazione.

Se hai affittato una casa a 500 euro al mese devi considerare che potresti essere chiamato a versare una caparra compresa tra 1.000 e 2.500 euro.

Inoltre, il contratto di locazione deve essere registrato presso l’Agenzia delle Entrate e, di solito, le spese di registrazione vengono ripartite tra proprietario e conduttore.

Ma a quanto ammonta l’imposta di registro? Tale tassa è pari al 2% del canone annuo di locazione con un minimo di imposta pari ad euro 67,00.

Per fare un esempio, se il canone di locazione annuo dell’appartamento è pari a 10.000 euro, la tassa di registro sarà pari a 200 euro.

Inoltre, in sede di registrazione, deve essere pagata anche l’imposta di bollo, che varia a seconda del numero di pagine e di copie del contratto, con un importo minimo di 32,00 euro.

Se le parti stipulano un contratto agevolato, l’imposta del 2% si calcola sul 70% del canone di affitto annuo e l’imposta di bollo deve essere assolta per intero.

Tornando al nostro esempio, se l’affitto annuale è pari a 10.000 euro, la tassa di registro non sarà di 200 euro ma solamente di 140 euro.

Contratto di affitto: chi paga le spese di registrazione?

Chiarito quanto ammontano l’imposta di registro e l’imposta di bollo, occorre chiedersi chi deve sostenere tali spese. Senza dubbio, è il proprietario a dover provvedere alla registrazione materiale del contratto di affitto.

Per quanto concerne i costi, invece, la legge [1] prevede che le spese di registrazione del contratto di affitto devono essere ripartite in parti uguali, al 50%, tra proprietario e conduttore.

Il contratto di locazione stipulato dalle parti può derogare a questa disposizione e prevedere una diversa ripartizione delle spese di registrazione. Tuttavia, la deroga può essere solo in melius per il conduttore. Un eventuale patto con cui il conduttore accetta di sostenere in toto le spese di registrazione del contratto di affitto sarebbe, infatti, nullo.

Contratto di affitto: spese ulteriori

Alle spese che abbiamo elencato occorre aggiungere anche i costi da sostenere per intestare a proprio nome le utenze presenti nell’immobile come, ad esempio, la corrente elettrica, l’acqua, il gas, etc.

Le volture delle utenze hanno costi diversi che dipendono dalle tariffe applicate dal singolo gestore anche se ci sono dei massimali stabilità dall’Arera (Autorità di Regolazione per Energia, Reti e Ambiente).

In particolare, per le forniture elettriche, i costi sono costituiti da:

  • 23,00 euro di corrispettivi commerciali;
  • 25,81 euro di oneri amministrativi.

Per le forniture di gas, invece, i costi di voltura dipendono dalla concessione comunale in corso, applicata dal distributore competente per territorio.

Ai corrispettivi commerciali che sono sempre pari a 23,00 euro in tutta Italia), occorre dunque aggiungere un onere amministrativo diverso in base al listino dell’impresa che distribuisce il gas.

Inoltre, il conduttore sarà chiamato a concorrere alle spese condominiali relative all’appartamento di cui è entrato in possesso.

Infine, occorre ricordare che la legge pone a carico del conduttore tutte le spese ordinarie, mentre il proprietario deve sostenere solo le spese correlata alla manutenzione straordinaria.

Tanto per fare alcuni esempi, sono a carico del conduttore le seguenti spese:

  • manutenzione ordinaria di pavimenti e rivestimenti;
  • manutenzione ordinaria di infissi e serrande, nonché degli impianti di riscaldamento e sanitario;
  • rifacimento di chiavi e serrature;
  • tinteggiatura di pareti;
  • sostituzione di vetri;
  • manutenzione ordinaria di apparecchi e condutture di elettricità;
  • manutenzione ordinaria dell’impianto citofonico e videocitofonico;
  • verniciatura di opere in legno e metallo.

Competono, invece, al proprietario le opere straordinarie come, ad esempio, la manutenzione straordinaria dell’impianto di riscaldamento o la sostituzione dei pavimenti.


note

[1] Art. 8 L. 392/1978.


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