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Mantenimento figli: reddito degli ex va sempre confrontato?

17 Settembre 2020 | Autore:
Mantenimento figli: reddito degli ex va sempre confrontato?

Se si vuole avere un’idea chiara di quali sono gli impegni economici che ciascun genitore deve assumersi con la prole, non si può prescindere dall’analisi delle risorse patrimoniali di entrambi, pena l’illegittimità dell’assegno.

Mantenere i figli è un dovere di entrambi i genitori, essere mantenuti un diritto dei figli. È la nostra Costituzione [1] a prevedere che, anche nell’eventualità in cui mamma e papà non riescano a provvedere con le proprie risorse, arrivi comunque un supporto ai ragazzi in stato di necessità.

Questione cruciale il quantum del mantenimento, che va tarato sulle concrete possibilità economiche di chi deve versarlo. Quali sono i parametri per calcolare l’assegno? E soprattutto: ai fini di stabilire la cifra mensile per il mantenimento dei figli, il reddito degli ex va sempre confrontato? O ci sono dei casi in cui si può derogare?

Sono le domande alle quali risponderemo in questo articolo, attingendo alle risposte che la giurisprudenza ha già dato in numerose pronunce. Avrai a disposizione esempi pratici per regolarti, se stai cercando informazioni su questo tema.

Come si calcola il mantenimento?

L’assegno di mantenimento ha lo scopo di venire incontro a tutte le esigenze dei figli. Va versato ai minorenni ma anche ai maggiorenni che non siano in condizione di mantenersi (purché non se ne approfittino o, pigramente, non cerchino lavoro) o siano disabili. L’importo può essere fissato sulla base di accordi tra ex coniugi nell’ambito di una separazione consensuale o dal giudice nel contesto di una causa di separazione giudiziale.

La dichiarazione di separazione consensuale o le sentenze dei giudici di separazione e divorzio contengono le indicazioni su come regolare i rapporti tra ex coniugi una volta che il matrimonio è finito: divisione dei beni, casa e tutta una serie di altre questioni, compreso il mantenimento ai figli.

Il nostro Codice civile prevede precisi criteri per il calcolo dell’importo [2]. Il primo aspetto da valutare è il complesso delle esigenze attuali dei figli: scuola, sport, salute, abitazione in cui vive e, in generale, tutte le spese che servono per garantirgli una crescita serena e una buona educazione.

Impensabile che un figlio non risenta del trauma della separazione dei genitori; a maggior ragione, non deve percepire uno scossone anche dal punto di vista economico: il fatto che i suoi non stiano più insieme non deve travolgere anche il suo tenore di vita, che va mantenuto identico a quando lui/lei, mamma e papà vivevano sotto lo stesso tetto.

Vanno considerati i tempi di permanenza presso ciascun genitore: vuol dire che ci sarà un genitore collocatario, convivente col figlio, e uno non collocatario. Il primo si occuperà di tutte le spese relative al quotidiano mantenimento del figlio, al vitto e a molti dei compiti domestici e di cura, dei quali si tiene conto, in termini di doveri nei confronti della prole; il secondo contribuirà con l’assegno mensile.

Parametro importante, ai fini del calcolo, anche le risorse economiche dei genitori, che comprendono lo stipendio e, in generale, il complesso dei beni che compongono il loro patrimonio (eredità, immobili, quote di partecipazione sociale, proventi di altro tipo). Punto, quest’ultimo, fondamentale per proseguire nella nostra spiegazione.

Cos’è il principio di proporzionalità? 

Per capire quant’è consistente il patrimonio genitoriale, laddove il mantenimento non sia frutto di accordi ma da stabilire attraverso una causa, il giudice avvia una vera e propria indagine, avvalendosi anche della polizia tributaria e dell’Agenzia delle Entrate.

C’è da capire, infatti, chi tra i due ex coniugi è tenuto a versare la cifra più alta, nel contesto, come dicevamo sopra, della conservazione dello stesso tenore di vita di prima, per il bene del bambino/ragazzo. L’onere dell’assegno mensile andrà al genitore che non vive coi figli. I redditi degli ex devono essere confrontati perché ciascuno dei due deve contribuire alle esigenze del figlio in base alle sue possibilità economiche.

Sembrano osservazioni scontate, ma il nostro legislatore ha voluto mettere le cose in chiaro stabilendo il principio di proporzionalità, che compare a più riprese nel Codice civile. Lo si ritrova, per esempio, quando si afferma che «entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia» [3]. O quando si specifica che l’educazione dei figli è obbligazione da assolvere «in proporzione alle rispettive sostanze e secondo le loro capacità di lavoro professionale o casalingo» [4].

Proporzionalità che va necessariamente accertata, per l’uno e per l’altro genitore, per capire definitivamente come regolarsi.

L’importanza del confronto tra i redditi 

La proporzionalità dell’assegno alle possibilità economiche del genitore e il confronto con i redditi dell’altro sono così fondamentali che importi stabiliti senza queste analisi preliminari sono da considerarsi illegittimi. Lo ha ricordato la Corte di Cassazione, con una sentenza depositata nei giorni scorsi [5], che ha dato ragione a un padre che chiedeva la revisione della cifra.

Modificare l’ammontare dell’assegno, infatti, è sempre possibile, purché ci siano stati cambiamenti sostanziali rispetto alla sentenza di separazione/divorzio, che giustifichino una diminuzione o un aumento del mantenimento [6]. È quello che ha fatto questo padre di cui vi parliamo. Un dentista in pensione ha dovuto smettere di lavorare a causa di un glaucoma invalidante. Il suo reddito, dunque, non era più quello di un tempo e non gli permetteva più di pagare tremila euro al mese per mantenere il figlio, convivente con l’ex moglie.

Tra tribunale e Corte d’Appello, l’importo era stato diminuito, ma non di quanto l’uomo avrebbe voluto. Nel ricorso in Cassazione, ha specificato che l’ammontare dell’assegno era stato calcolato «senza rispettare il principio di proporzionalità rispetto al reddito dell’istante, trascurando la maggiore capacità economica dell’altro genitore, tra l’altro nemmeno aggiornata».

La Corte d’Appello, infatti, abbassando l’assegno a 1400 euro, aveva concluso che, siccome tremila euro era la somma che l’uomo si era impegnato a versare anni prima ed era alta anche rispetto ai redditi di allora, evidentemente doveva avere qualcuno che lo aiutasse in famiglia per riuscire a pagare. Quindi, nonostante la sproporzione tra assegno e stipendio, contava comunque il fatto che riuscisse a pagare.

Ragionamento errato, per la Cassazione, che ha sottolineato come il calcolo dipenda fortemente sia da un confronto tra i redditi dei due ex coniugi sia dalla proporzionalità con le risorse economiche di ciascuno. Tant’è che, nella sentenza d’appello, «è completamente assente il raffronto tra i redditi dei due coniugi», hanno concluso i supremi giudici.

Il presupposto della Corte d’Appello è sbagliato perché non ha tenuto conto di una prassi fondamentale: «nel quantificare l’ammontare del contributo dovuto dal genitore non collocatario per il mantenimento del figlio minore, deve osservarsi il principio di proporzionalità, che richiede una valutazione comparata dei redditi di entrambi i genitori, oltre alla considerazione delle esigenze attuali del figlio e del tenore di vita da lui goduto».

Causa rinviata a una nuova sezione della Corte d’Appello, dunque, che dovrà procedere alla quantificazione dei redditi anche dell’ex moglie, per confrontarla con quelli dell’ex marito. Operazione che ora sappiamo quanto sia determinante per avere un’idea chiara dei doveri economici ed educativi di ciascun genitore verso i figli.


note

[1] Art. 30 Cost.

[2] Art. 337 cod. civ.

[3] Art. 143 cod. civ.

[4] Art. 148 cod. civ.

[5] Cass. civ. sent. n. 19299 del 16.09.2020.

[6] Art. 155 ter cod. civ.


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