Che cos’è il Pil

18 Settembre 2020 | Autore:
Che cos’è il Pil

La misura della ricchezza nazionale: come si calcola e a cosa serve. Dal reddito degli italiani all’economia sommersa e illegale.

C’è una parola molto corta e diventata d’uso frequente: tutti ne parlano ma pochi sanno bene cosa esattamente sia. Si tratta del Pil, il prodotto interno lordo, di cui senti spesso discutere nei telegiornali e dibattiti televisivi oppure su internet e sui giornali, quando leggi che il Pil è aumentato, oppure è diminuito, che cresce il debito pubblico in rapporto al Pil, che l’andamento del Pil suscita preoccupazione, e così via.

A complicare le cose c’è il fatto che molti parlano dei calcoli sul Pil e dei vantaggi del suo incremento. Poi, ci sono le sue distinzioni: il Pil sommerso, quello illegale, le quote che sfuggono al Pil, i rapporti tra Pil e altre grandezze e così via.

A giudicare dalla frequenza con cui il Pil viene utilizzato nei dibattiti e nelle notizie, al punto di essere usato come arma politica o per le valutazioni economiche, sembra davvero un tema importante, qualcosa da conoscere. Così abbiamo deciso di spiegarti che cos’è il Pil, in modo che tu possa avere le idee chiare d’ora in poi e formare bene la tua opinione in materia.

Ti sarà utile in molte cose: se ti occupi di economia e finanza oppure di politica e società, avrai numerosi vantaggi nel saper comprendere e maneggiare questo numerino sempre variabile, e sarà prezioso conoscerlo anche se sei un semplice cittadino che vuole essere ben informato su quanto accade.

Il Pil ti dirà molto per illuminare parecchi fenomeni e capire meglio come vanno le cose, ma non sarà la risposta a tutti i problemi. «Il Pil misura tutto, tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta», diceva Robert Kennedy. E il suo monito è sempre valido.

Il tuo reddito e quello degli italiani

Partiamo da qualcosa che ti è ben noto: il tuo reddito, cioè la somma di quanto produci e realizzi con le tue attività in un determinato periodo, come un mese o un anno. Potresti avere solo lo stipendio o la pensione, i guadagni della tua attività d’impresa o artigianale o i compensi della professione, ma anche i canoni di affitto che percepisci da immobili dati in locazione, proventi di capitale come i guadagni azionari o le cedole obbligazionarie e dei titoli di Stato, e ancora altri redditi aggiuntivi che derivano rendite e partecipazioni o da un secondo lavoro o qualsiasi attività extra svolta per arrotondare.

Ebbene, se estendi questo concetto alla tua famiglia, alla tua città e arrivi a considerare la nazione in cui vivi – qui ipotizziamo che sia l’Italia, ma il concetto è valido ovunque – avrai la misura del reddito nazionale, che somma tutti i redditi dei suoi componenti.

Per produrre servono essenzialmente due cose: il lavoro e il capitale, intendendo come tale i mezzi di produzione. Anche internet oggi lo è, perché consente di offrire, o fruire, di innumerevoli servizi che sino a pochi anni fa non esistevano. Semplificando al massimo, i fattori produttivi sono uomini e macchine, braccia e camion, dita e pinze, cervello e computer. Hai capito il concetto.

Non pensare però che finisca tutto qui; siamo solo agli esordi del concetto del Pil ma questo è stato il primo indispensabile passo: adesso, pensa che non c’è da considerare solo lo stipendio del fornaio, ma anche il valore del pane.

La produzione e il valore aggiunto

Le fabbriche producono e, poi, vendono (se gli affari vanno bene, altrimenti la merce resta in magazzino o sugli scaffali). Abbiamo visto che per produrre serve sia il lavoro sia il capitale. Quando i beni vengono realizzati e sono pronti per la vendita, il ricavato che si ritrae si chiama valore del prodotto.

Qui, c’è un problema: non si possono semplicemente sommare i valori di tutti i prodotti e farli rientrare automaticamente, così come sono, nel Pil. Questo perché c’è il pericolo di contare la stessa cosa più volte: precisamente, il valore dei beni e componenti intermedi, quelli che vengono utilizzati nel processo produttivo, come i freni di un’auto o il cuoio delle scarpe.

Tutti questi valori vanno computati una volta sola, altrimenti il conteggio finale risulterebbe falsato. Vale a dire che se devi calcolare il valore di un panino devi togliere quello della farina (e del salame, se lo compri già imbottito) utilizzata nella pianificazione, che è stata già conteggiata nel momento in cui è stata venduta al panificio.

Perciò, il Pil considera sempre e solo il valore aggiunto, cioè la differenza tra quello che una fabbrica o un artigiano compra dall’esterno e quello che poi fattura in vendita ai suoi clienti. L’imbianchino compra e paga la vernice, il cui costo viene inglobato nella tinteggiatura delle pareti e addossato al cliente finale, ma per calcolare il vero Pil bisogna sottrarre questo materiale, considerando solo la differenza, che in questo caso è il valore aggiunto apportato dalla sua prestazione di lavoro, al netto dei materiali utilizzati.

Da qui, puoi comprendere come il Pil riesca a misurare abbastanza bene il valore prodotto da un’intera economia, come quella italiana. È un dato estremamente importante e considerato fondamentale: per ciascuno Stato, occupa il primo posto tra le variabili da controllare, come i redditi di una persona fisica o il fatturato di un’azienda.

Le spese

Non abbiamo ancora finito con l’esposizione dei concetti base: tra i mattoni che compongono il Pil ce n’è un terzo, il fattore della spesa. Già, perché essendo il Pil l’aggregato di una nazione, deve considerare che ogni Stato può produrre per sé stesso oppure per l’esportazione. Beni e servizi che hanno un valore, ma devono essere considerati separatamente.

Quindi, per avere il valore esatto del Pil, bisogna sommare il valore complessivo delle esportazioni e sottrarre invece quello delle importazioni, cioè i beni e servizi che arrivano dall’estero e vengono consumati nel nostro Paese; come un’Audi, o un iPhone. Ecco, adesso abbiamo il Pil completo.

Se hai dei dubbi su come considerare i nostri beni che vengono venduti all’estero, come i prodotti alimentari tipici del made in Italy, leggi ancora e troverai la soluzione anche per questo: in questo caso bisogna infatti vedere dove vanno a finire i ricavi, cioè chi li incassa. E per fare questo esiste un concetto leggermente più ampio del nostro Pil.

La definizione del Pil

Il Pil – acronimo di prodotto interno lordo – è una grandezza aggregata ed esprime il valore di tutti i beni e servizi che vengono prodotti in un determinato Paese durante un certo periodo di tempo; di solito, l’anno ma viene spesso misurato dall’Istat anche nelle sue variazioni mensili, trimestrali e semestrali. Vi rientrano tutti i settori produttivi: agricoltura, industria, commercio, servizi, investimenti, anche le attività svolte sul mercato dalle pubbliche amministrazioni.

È la lancetta che orienta l’economia, fa capire come sta andando e così aiuta il Governo e tutti gli operatori coinvolti a prendere le decisioni necessarie.

I vari tipi di Pil: lordo e netto

Il Pil non è unico ma ne esistono varie sfaccettature. Innanzitutto il Pil pro capite, che divide il numero nazionale per gli abitanti, in modo da ottenere il reddito medio e si possano anche fare “classifiche” sulle ricchezze dei vari Paesi (il Pil di piccoli Stati, come Lussemburgo o il principato di Monaco, è piccolissimo in termini assoluti ma elevato se rapportato al numero dei cittadini).

Ricorda che il Pil è un prodotto interno, cioè riferito a quello che viene prodotto entro i confini fisici di uno Stato – nel nostro caso l’Italia – e non considera ciò che producono gli italiani che vivono all’estero, mentre comprende, invece, quel che è prodotto qui dagli stranieri.

E non abbiamo ancora fatto i conti con un fattore importante, che altera e distorce le misurazioni: l’inflazione. Infatti, esiste un prodotto interno lordo (detto anche nominale) che tiene conto dell’inflazione manifestata nel periodo di osservazione, ed un prodotto interno netto (o reale) che depura questo effetto in modo che le variazioni dei prezzi – di solito in aumento, come nel caso dell’inflazione, ma potrebbe essere il contrario se ci fosse una deflazione – non incidano sui valori effettivi.

Perciò il Pil può essere calcolato a prezzi correnti, cioè quelli vigenti nel periodo del calcolo, oppure a prezzi costanti, in modo da correggere i dati evitando di considerare le loro fluttuazioni. Questo è utile per ottenere un valore aderente alla realtà: pensa al caso in cui la produzione sia rimasta del tutto invariata ma l’inflazione sia aumentata del 20% nell’anno. Non sarebbe esatto dire che il Pil è aumentato del 20%, tranne nel caso in cui ci riferiamo al Pil lordo.

Sviluppando questo concetto arriviamo al Pnl, il prodotto nazionale lordo, che sottrae dal Pil la quota spettante ai non residenti e vi inserisce i redditi guadagnati dagli italiani che lavorano all’estero e i profitti delle società italiane che operano oltre confine. Ad esempio, se Fca fabbrica in Italia autovetture, il valore della produzione entra nel Pil perché le vetture vengono realizzate negli stabilimenti italiani, ma i profitti devono essere defalcati se si vuole arrivare al Pnl; il contrario avviene per le aziende italiane che hanno sedi produttive all’estero.

Se poi vogliamo essere ancora più precisi, togliamo gli ammortamenti (le quote che misurano il logorio dei macchinari e degli altri mezzi di produzione e dunque la loro progressiva perdita di valore nel tempo) dal Pil o dal Pnl, che vengono chiamati lordi proprio perché tengono conto di queste voci, e otterremo, rispettivamente, il Pin, prodotto interno netto, o il Pnn, prodotto nazionale netto.

Questi ultimi concetti però vengono poco utilizzati nella pratica e sono riservati agli specialisti, come gli esperti di contabilità nazionale e gli analisti finanziari. Invece c’è un’altra grossa variabile che incide pesantemente sul Pil e te ne parleremo ora.

Il Pil sommerso 

Fin qui abbiamo considerato il Pil ufficiale, quello misurato dall’Istat. Ma cosa succede per le prestazioni realizzate in nero, per le vendite non fatturate e per le operazioni illegali, come la cessione di droga e i suoi proventi illeciti?

Si tratta dell’economia non osservata dalle autorità nazionali o internazionali ma che rappresenta una fetta consistente. Bisogna tenerne conto, altrimenti avremmo dati incompleti, come un marito che occulta alla moglie parte dei proventi della sua attività o un cassiere che in certi orari non batte gli scontrini e incassa il ricavato.

Secondo le stime, esiste una grossa quota di Pil sommerso: il peso delle attività che sfuggono ai canali ufficiali raggiunge almeno il 20% del Pil tradizionale. Secondo l’Eurispes si arriverebbe ad un terzo

L’Istat è più prudente e parla – sempre a livello di stime, dunque di dati presunti – del 12,1% del Pil. Non sono stime facili: si tratta di calcolare il reddito di spacciatori e prostitute, di chi lavora in nero anche per attività in sé legali (dalle baby sitter agli artigiani) e di chi “dimentica” di rilasciare fattura o scontrino o fitta case senza regolare contratto. Ed di chi ha attività economiche o finanziarie che riescono a rimanere totalmente sconosciute al Fisco, anche se questa quota si va riducendo per effetto dei sempre più stretti controlli.

Ma riguardo a questi evasori – totali, parziali o occasionali che siano, e coinvolti in attività più o meno illegali – prima ancora di fargli i conti in tasca, bisognerebbe conoscere il loro preciso numero, e ciò è ancor più difficile.

Ci sono poi da considerare, ai fini del Pil, tutte quelle attività che danno un enorme profitto alle organizzazioni criminali, come il traffico di organi o di esseri umani, per arrivare a estorsioni, traffico di sostanze stupefacenti, commerci illeciti, contrabbando, frodi, sofisticazioni e molte altre ancora.

Comunque, prendendo per buoni i dati prudenziali dell’Istat, per l’Italia tutto questo significa almeno 200 miliardi di euro in più di Pil all’anno, di cui buona parte derivano da attività per loro natura illegali. Vale a dire che l’intero importo delle somme stanziate dal Recovery Fund europeo per la ripresa dall’emergenza Covid, 209 miliardi in favore dell’Italia, equivale a un anno di produzione italiana avvenuta in nero o mediante attività vietate dalla legge.



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