Affidamento alternato: come funziona

21 Novembre 2020 | Autore:
Affidamento alternato: come funziona

Le soluzioni per ripartire i tempi di permanenza dei figli presso i genitori, in deroga alla regola del collocamento prevalente. L’interesse primario è quello del minore.

Ti stai separando da tua moglie e la tua maggiore preoccupazione riguarda i figli. Vuoi sapere a chi di voi due saranno affidati e quali modalità verranno stabilite. Se sei in ansia per questi aspetti, devi sapere innanzitutto che esiste una soluzione equilibrata, che viene privilegiata dalla legge e dai giudici: si tratta dell’affidamento condiviso, in base al quale si decide presso chi dei due genitori il figlio minore sarà collocato in via prevalente, ma entrambi continueranno ad avere i medesimi diritti.

L’affidamento condiviso è diventato ormai la soluzione “standard”, adottata in tutti i casi, mentre è sconsigliato, o da evitare, l’affidamento esclusivo ad uno solo dei genitori. Rimane fermo, anche in caso di affidamento condiviso, il diritto di visita del genitore presso il quale i figli non dimorano abitualmente (il cosiddetto “genitore non collocatario”) che godrà dei periodi, anche protratti, stabiliti per gli incontri con loro, come ad esempio le vacanze estive oppure i giorni delle festività natalizie e pasquali.

C’è però una soluzione particolare che, in alcuni casi, può rivelarsi utile: è quella dell’affidamento condiviso paritario, che prevede il collocamento alternato. Prevede che i figli abiteranno, in base a dei turni prestabiliti, presso ciascuno dei genitori, però, ha lo svantaggio di disorientare il bambino, se gli avvicendamenti avvengono con troppa frequenza.

Ora, ti spiegheremo come funziona l’affidamento alternato soffermandoci sui casi in cui esso è praticabile, cosa prevede, come può essere chiesto e ottenuto. Tieni presente che i giudici adottano un orientamento restrittivo in proposito, poiché l’interesse primario da considerare è quello del minore, non dunque quello dei genitori. Bando, perciò, alle soluzioni “pratiche”, che tendono a privilegiare la comodità degli adulti.

L’affidamento condiviso

L’affidamento condiviso è da circa 15 anni la regola di legge nei casi di separazione dei coniugi. Serve a realizzare il principio di bigenitorialità, in base al quale il figlio ha il diritto di mantenere buoni e costanti rapporti con entrambi i genitori, potendoli frequentare in maniera continuativa.

Consente anche a tutti e due i genitori di occuparsi di loro in maniera effettiva, anziché a distanza o a frammenti, trascorrendo il tempo necessario a seguire e curare la loro crescita. Questo aiuta il genitore presso cui i figli non convivono abitualmente a fornire loro la sua presenza ed assistenza. Perciò, è la soluzione che verrà scelta in tutti i casi in cui risulta concretamente praticabile, senza danni per il minore. Il giudice determinerà i tempi e le modalità di frequentazione tra genitori e figli e dunque di esercizio della responsabilità genitoriale anche da parte del genitore escluso, a seguito della separazione, dalla presenza nella casa familiare.

Solo nei casi in cui la frequentazione con uno dei genitori appare contraria agli interessi del minore (come nel caso di un genitore violento), il giudice disporrà l’affidamento esclusivo nei confronti dell’altro.

Per approfondire queste distinzioni sui diversi tipi di affidamento leggi “Affidamento condiviso, congiunto, alternato ed esclusivo“, mentre per analizzare l’affidamento condiviso puoi leggere le relative linee guida che spiegano il modo di procedere e di decidere dei giudici in questi casi.

Il collocamento dei figli

Nell’affidamento condiviso “ordinario” si deciderà dove i minori avranno la loro residenza abituale. Saranno collocati presso uno dei due genitori, come nel caso dell’ex moglie alla quale viene assegnata la casa coniugale.

Il collocamento, di solito, sarà disposto in via prevalente presso la casa del genitore collocatario, per garantire ai figli stabilità ed evitargli continui spostamenti di abitazione. L’altro genitore potrà comunque mantenere i rapporti attraverso il diritto di visita e di incontro con le modalità stabilite dal giudice (in proposito, leggi anche “affidamento condiviso dei figli: quali regole“).

L’affidamento alternato

Proprio per evitare le eccessive rigidità dell’affidamento dei figli con collocamento presso uno solo dei genitori, esiste l’affidamento alternato, nel quale ad essere ripartito in maniera ciclica è proprio il collocamento, nel senso che si stabilisce che il minore viva, a periodi alterni, presso ciascuno dei genitori.

Una particolare figura di affidamento condiviso alternato è quella detta «a collocamento invariato», nel quale a spostarsi non sono i figli, ma i genitori che si alternano nella stessa abitazione dove il figlio vive.

Ha il vantaggio di non costringere i ragazzi a cambiare spesso casa, consentendogli di rimanere nello stesso ambiente domestico in cui stanno crescendo. Nel provvedimento di separazione, il giudice stabilirà quali saranno le modalità di alternanza dei genitori nella casa familiare.

In entrambi i casi, la soluzione dell’affidamento alternato non trova frequente applicazione nella pratica, soprattutto perché si ritiene che questo provochi disagio nei figli, a causa dei continui spostamenti di residenza.

I giudici temono che ciò provochi disorientamento ed un vero e proprio «effetto destabilizzante» sui minori. Perciò, la Cassazione [1] ha posto dei paletti, affermando che l’affido alternato potrà adottarsi solo in presenza di determinate condizioni: quando il contrasto tra i genitori non consente di realizzare l’affido condiviso ordinario, oppure quando il minore, appositamente sentito, si dichiari d’accordo a questa soluzione ed i genitori la approvino.

Altri giudici, invece, lo ritengono appropriato e adatto a garantire un regime di vita equilibrato, senza il rischio per i figli di perdere i punti di riferimento familiare nella delicata fase della crescita.

Nella scelta del regime da adottare, molto dipende dai casi concreti. Una nuova sentenza della Cassazione [2] ha deciso una vicenda in cui erano previsti per i figli weekend alternati presso ciascuno dei due genitori, poiché gli ex coniugi abitavano distanti.

Così il figlio poteva trascorrere i fine settimana una volta con la madre, collocataria, ed un’altra con il padre non convivente. Questa soluzione faceva risparmiare parecchio tempo per gli spostamenti ed i viaggi.

Il padre, però, avrebbe voluto il figlio tutto per sé anche nei weekend ed ha proposto ricorso in tal senso, ma la Suprema Corte lo ha respinto, con riguardo al preminente interesse del minore. Sulla decisione ha pesato la scuola frequentata dal ragazzo e le attività sociali e sportive svolte nel luogo dove risiedeva con la madre.

Bando, quindi, agli automatismi: la sentenza ha stabilito che i tempi di permanenza presso i genitori non devono essere ripartiti «in modo simmetrico», ma vanno stabiliti a seguito di una valutazione ad hoc tale da garantire la migliore soddisfazione per il benessere e la crescita equilibrata del figlio.

Dunque, in sintesi, l’affido condiviso rimane la regola base, alla quale può derogarsi, attraverso l’affidamento alternato, solo quando esso risulti più vantaggioso per il minore. La valutazione di queste circostanze, in caso di disaccordo dei genitori, spetta al giudice, che, se decide di privilegiare questa soluzione, dovrà stabilire i tempi di permanenza del figlio presso ciascun genitore in modo che egli possa crescere e seguire i suoi impegni scolastici e le altre attività sociali senza subire traumi di alcun genere.


note

[1] Cass. ord. n. 4060 del 15 febbraio 2017.

[2] Cass. ord. n. 19323 del 17 settembre 2020.


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1 Commento

  1. l Messaggero (ed. Nazionale) del 16/09/18 pag. 22
    La legge sull’affido condiviso
    Il disegno di legge della maggioranza sull’affido condiviso ha iniziato il suo iter a palazzo Madama. L’onorevole Simone Pillon ha dichiarato “L’obiettivo è quello di non costringere più i bambini a dovere scegliere tra il padre e madre nel caso di separazione dei genitori, quindi offrire ai bambini la possibilità di trascorrere tempi uguali con il papà e con la mamma, esattamente come accade nelle coppie conviventi”. Pariteticità che però non deve esistere qualora le coppie conviventi siano state formate – prima di dividersi – da un genitore che lavora e l’altro no, occupandosi (quest’ultimo) di più dei figli. Silvio Pammelati Roma

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