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C’è privacy sulle sanzioni disciplinari?

18 Settembre 2020
C’è privacy sulle sanzioni disciplinari?

L’azienda è tenuta a risarcire il danno morale al dipendente le cui note negative sono state divulgate a terzi? Il contrasto tra Garante della privacy e Cassazione.

Il datore di lavoro può diffondere le note negative inflitte nei confronti dei dipendenti? C’è privacy sulle sanzioni disciplinari? Sulla questione, relativa a un pubblico dipendente, si è di recente pronunciata la Cassazione [1], ma il principio può essere preso a riferimento anche per il comparto privato. 

Immaginiamo che un lavoratore subisca una sospensione di 3 giorni per aver violato il regolamento aziendale e che il datore comunichi il fatto ai rappresentanti sindacali e agli altri dipendenti per farli desistere dal compiere il medesimo comportamento. Il lavoratore viene a sapere della fuga di notizie e, sapendo di essere ormai sulla bocca di tutti, chiede all’azienda il risarcimento del danno. È legittima questa sua richiesta?

Immaginiamo ancora che il datore di lavoro, nell’inviare una nota negativa al proprio dipendente, ne affidi la comunicazione a un’addetta all’ufficio di segreteria che così prende visione del contenuto del documento, non sigillato in una busta chiusa. Anche in questo caso si ripropone il medesimo quesito: c’è privacy sulle sanzioni disciplinari?

Sul punto, si registra un netto contrasto tra il Garante della Privacy e la magistratura. Ma poiché è quest’ultima che può decidere se e quando annullare i provvedimenti amministrativi, ivi comprese quindi le sanzioni del Garante, sarà bene tenere soprattutto conto del parere della Cassazione. Ecco, quindi, qual è l’indirizzo sposato dai giudici.

Privacy sulle sanzioni disciplinari: il parere del Garante

Secondo il Garante, non c’è privacy sulle sanzioni disciplinari dei dipendenti pubblici. 

Allo stesso modo, non viola la riservatezza dei lavoratori pubblicare nel bollettino ufficiale dei ministeri i provvedimenti disciplinari nei loro confronti. 

Questo indirizzo è stato sposato più volte dall’Authority. Il Testo unico delle disposizioni concernenti lo Statuto degli impiegati civili dello Stato (D.P.R. n.686/57) prevede, infatti, l’obbligo di pubblicare sul citato bollettino mensile gli atti relativi ai provvedimenti disciplinari. La pubblicazione sul bollettino in questione non può ritenersi, dunque, in contrasto con la legge sulla protezione dei dati personali.

Nella vicenda che ha originato la sentenza in commento, il Garante ha riconfermato lo stesso principio, sancendo che non c’è violazione di privacy nel comunicare una nota negativa all’addetto alla segreteria dell’azienda affinché la inoltri all’interessato e nel diffondere l’esito della decisione nel corso di una riunione sindacale.

Il datore di lavoro può comunicare le sanzioni disciplinari?

Secondo la Cassazione, non c’è violazione della privacy nel comportamento del datore che affida la notifica della nota negativa a un’addetta alla segreteria. L’assenza della figura dell’incaricato del trattamento dati può essere superata da un ordine di servizio con il quale viene individuata la persona che si deve occupare dei fascicoli del personale. 

Si configura, invece, una lesione della riservatezza nel diffondere a terzi – ad esempio, nel corso di una riunione sindacale – il fatto che ha originato il procedimento disciplinare e la relativa sanzione. In questo caso, dunque, il datore di lavoro – sia questo un ente pubblico (come l’Inps) o un soggetto privato – è tenuto a risarcire i danni al lavoratore. Si tratta, in particolare, del risarcimento del danno morale. 

Inoltre, la dimostrazione del pregiudizio, ai fini dell’ottenimento del risarcimento, può essere fondata su presunzioni ossia su semplici indizi, non necessariamente prove specifiche. Certo, questo non significa che il risarcimento è sempre scontato e implicito nel fatto stesso della lesione della privacy: il dipendente deve comunque dimostrare di aver subìto un pregiudizio, ma la conferma di ciò può essere desunta da regole di esperienza, la sua quantificazione può essere determinata in via equitativa, ossia secondo quanto appare giusto al giudice nel caso concreto. 

I giudici hanno fatto leva sulla massima di esperienza secondo la quale la diffusione di valutazioni professionali negative comporta una sofferenza per l’interessato. Un pregiudizio non irrisorio e non tollerabile in nome della solidarietà sociale. Nel quantificare il risarcimento i giudici hanno comunque tenuto conto dell’ambiente, circoscritto all’ufficio, in cui la notizia era circolata.


note

[1] Cass. sent. n. 19328/20.

[2] Garante Privacy, doc. web n. 46964 del 28.03.2000.


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