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Referendum taglio dei parlamentari: perché sì e perché no

18 Settembre 2020
Referendum taglio dei parlamentari: perché sì e perché no

Quello che c’è da sapere sul voto del 20 e 21 settembre, per ridurre il numero di eletti alla Camera e al Senato.

Domenica 20 e lunedì 21 settembre si vota in Toscana, Puglia, Veneto, Marche, Valle D’Aosta e Liguria per il rinnovo dei consigli regionali e in tutte le Regioni italiane per il referendum sul taglio dei parlamentari. Urne aperte dalle 7 alle 23 il 20 e dalle 7 alle 15 il 21.

Ma da dove nasce questo voto? Quali saranno le conseguenze? Quali gli schieramenti in campo e per quale soluzione? Vediamolo insieme in questo approfondimento sul taglio dei parlamentari: perché sì e perché no.

La genesi del referendum 

Un referendum costituzionale viene indetto quando se ne fa richiesta dopo l’approvazione di una legge costituzionale o di revisione costituzionale. La legge in questione è stata approvata l’8 ottobre scorso (553 voti a favore, 14 no e due astenuti), dopo essere passata quattro volte al vaglio del Parlamento (due deliberazioni della Camera e due del Senato), come prevede la procedura costituzionale in questi casi in cui il procedimento legislativo è più complesso di quello ordinario [1].

C’erano tre mesi di tempo per chiedere che l’approvazione della legge sul taglio dei parlamentari fosse confermata dai cittadini con referendum (anche per questo il referendum costituzionale è detto confermativo): potevano farlo 500mila elettori, cinque consigli regionali o un quinto dei parlamentari di una delle due Camere. L’hanno proposto un quinto dei senatori, per la precisione 71.

La legge, cavallo di battaglia dei Movimento 5 Stelle, prevede una riduzione del numero dei parlamentari da 630 a 400 per la Camera e da 315 a 200 per il Senato. Il referendum avrebbe dovuto svolgersi prima ma è stato posticipato dal decreto Cura Italia a causa della pandemia di Coronavirus.

Perché sì? 

Chi sostiene il sì ritiene che il Parlamento sarebbe più funzionale, sul presupposto che in meno si lavorerebbe meglio, e meno costoso, oltre al fatto di voler portare il numero dei parlamentari in linea con quello di altri Paesi europei.

Tra l’altro, secondo chi voterà sì alle urne, la rappresentanza politica a livello locale oggi è assicurata dai consigli regionali, che non esistevano nel 1963, quando è stata fissata l’attuale entità del numero dei membri delle Camere, così come non c’era la possibilità di esprimere il proprio voto per eleggere i parlamentari europei.

Quindi, la rappresentanza dei cittadini non corre alcun rischio, per chi è favorevole al sì. Al referendum seguirà la riforma della legge elettorale. Il taglio sui parlamentari va concepito, quindi, in quest’ottica, come un primo passo verso una stagione di ulteriori riforme.

Perché no?

La preoccupazione della rappresentanza è proprio quella che, invece, assale chi è favorevole al no. Tagliare i parlamentari, infatti, significa aumentare il numero degli elettori in rapporto agli eletti di Camera e Senato. Attualmente, l’Italia ha un eletto ogni 64 mila persone residenti sul territorio nazionale (945 eletti per 64 milioni di abitanti). Si passerebbe a uno ogni 101mila.

Questo rischierebbe di mettere in pericolo la democrazia e la rappresentatività anche territoriale perché diminuirebbe la quantità di senatori da eleggere nelle Regioni. Alcune, in particolare Basilicata e Umbria, subirebbero un taglio dei seggi pari al 57%.

Inoltre, la riforma al momento non è accompagnata da una nuova legge elettorale che apporti dei correttivi. Il timore è che il Parlamento ne esca menomato e paralizzato, senza neppure che il gioco valga la candela: il risparmio – 500 milioni di euro, secondo le stime dei 5 stelle – è il famoso caffè al giorno di ogni cittadino italiano. L’equivalente dello 0,007% della spesa pubblica.

Come voteranno i partiti 

I partiti della maggioranza voteranno sì: è il Movimento 5 Stelle a volere fortemente il taglio dei parlamentari. Il Partito democratico è diviso. La linea della direzione nazionale è quella del sì: dagli alleati all’Esecutivo hanno ottenuto rassicurazioni sulla modifica della legge elettorale, a titolo di «correttivo», ma molti esponenti del partito, fondatori compresi, sono contrari.

Valter Veltroni e Romano Prodi hanno già annunciato il loro no. Forza Italia non ha dato indirizzi particolari. Lega e Fratelli d’Italia voteranno sì, con qualche defezione: nel partito di Salvini, per esempio, il suo braccio destro Giancarlo Giorgetti si sfila e vota no.

I maggiori costi del Parlamento italiano 

Un approfondimento del Corriere della Sera, oggi, a cura di Milena Gabanelli e Simona Ravizza, fornisce qualche numero. Mentre non c’è molta differenza tra il costo della nostra Camera e quelle europee (Italia 989 milioni, Francia 568 milioni, Germania 990 milioni) si osserva una variazione più netta tra il costo dei nostri parlamentari e gli altri colleghi del continente (1,6 milioni costo annuo di un deputato italiano, 1,4 in Germania, 1 in Francia, 250mila euro in Spagna).

La conclusione del Corriere, dopo aver sviscerato i numeri, è che i parlamentari italiani «sono pagati meglio, hanno rimborsi più alti che non devono documentare e spesa illimitata in viaggi da non giustificare». «Tagliando il numero dei parlamentari – scrivono Gabanelli e Ravizza -, con la modifica della Costituzione, verranno ovviamente ridotti i costi e sacrificata un po’ di rappresentanza democratica (giocoforza verranno ampliati i collegi elettorali assegnando a ogni eletto un territorio di riferimento più ampio). Forse un Parlamento più snello diventerà anche più efficiente. Dopodiché i privilegi e le spese ingiustificate rispetto al resto d’Europa, restano intatti. E per eliminarli non serve modificare la Costituzione».


note

[1] Art. 138 Cost;


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