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Disconoscimento paternità: come provarlo?

27 Novembre 2020 | Autore:
Disconoscimento paternità: come provarlo?

I modi per dimostrare che il figlio non è tuo: la legge e i giudici pongono particolari requisiti per pronunciare la sentenza che esclude il rapporto di filiazione.

Hai un figlio ma hai il dubbio che non sia tuo. Nutri infatti dei sospetti sul comportamento infedele di tua moglie o forse hai a disposizione qualcosa di più di un sospetto: una traccia, qualche indizio o, addirittura, una vera prova del fatto che abbia avuto una relazione o un rapporto sessuale con un altro uomo durante il periodo di concepimento del bambino.

Potrebbe anche darsi che tua moglie ti confessi di averti tradito. Ma sia che tu abbia ottenuto prove in tal senso, sia che tua moglie stessa abbia ammesso l’adulterio, non hai ancora quanto serve per provare legalmente di non essere tu il padre del bambino. Occorrono altri elementi in grado di irrobustire l’azione giudiziaria da instaurare per ottenere una sentenza di disconoscimento della paternità.

Tieni presente che la legge tutela il bambino prima del padre e, perciò, richiede una prova molto rigorosa in caso di disconoscimento, abbastanza robusta da superare la presunzione della paternità attribuita. Ora ti spiegheremo come provare il disconoscimento di paternità nei vari casi che si possono verificare, dall’adulterio conclamato alla scoperta di un rapporto sessuale occasionale di tua moglie con un altro uomo nell’epoca del concepimento.

Ora, a indicare quali sono i criteri necessari è arrivata una nuova sentenza della Corte di Cassazione che spiega quali requisiti servono per arrivare ad una pronuncia di disconoscimento di paternità.

Il disconoscimento di paternità

Il disconoscimento di paternità è un’azione “di rimedio” prevista dal Codice civile, che serve ad allineare la situazione di diritto con quella di fatto. Infatti esiste una presunzione di paternità che normalmente attribuisce il figlio ai genitori uniti in matrimonio.

È una presunzione di legge fondata su massime di esperienza in base a ciò che accade nella maggior parte dei casi, in cui il figlio di una coppia sposata ha per padre il marito. La stessa esperienza insegna che, talvolta, le cose possono andare in modo diverso e un figlio può essere concepito anche al di fuori dal matrimonio.

Così le norme consentono di chiedere il disconoscimento a chi ne abbia interesse, in modo da ottenere una sentenza che stabilirà che il figlio non ha quel padre che era stato presunto, cioè il bambino non è il figlio di colui che si riteneva fosse il padre.

L’azione – che può essere esercitata dal marito, dalla madre o dal figlio stesso, se maggiorenne, ed anche dai loro eredi – mira a far cadere la presunzione di paternità del matrimonio; per superarla, però, occorre fornire prove che dovranno essere ritenute convincenti dal giudice.

In passato, si poteva avviare l’azione di disconoscimento solo in tre casi: quello del figlio nato dopo 300 giorni dall’inizio della separazione legale, quello dei coniugi che non avevano convissuto nel periodo tra i 300 ed i 180 giorni prima del parto e, infine, quello dell’impotenza clinicamente accertata (anche solo a generare).

Dal 2013 in poi, con la riforma delle norme del Codice civile in materia di filiazione [1], questi limiti non operano più e l’azione di disconoscimento è sempre consentita, ma bisogna dimostrare giudizialmente la sua fondatezza. Vediamo ora come fare.

Disconoscimento di paternità: quali prove servono

Eccoci al punto che più ti interessa: come provare che non sei tu il padre del bambino. L’onere di provare questa circostanza, cioè che non esiste un rapporto biologico tra te ed il figlio che ti è stato o potrebbe esserti attribuito, spetta a te come padre (o anche alla madre ed al figlio maggiorenne stesso, come abbiamo accennato).

L’azione di disconoscimento, sia nel caso in cui venga instaurata dal padre sia quando viene proposta dagli altri soggetti legittimati, è soggetta alle consuete regole probatorie in materia civile: chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento. Ma in concreto, proprio in questi casi, le cose possono risultare difficili e l’accertamento giudiziale della “non paternità” rivelarsi complesso.

La norma del Codice civile si limita ad affermare che chi esercita l’azione di disconoscimento «è ammesso a provare che non sussiste rapporto di filiazione tra il figlio e il presunto padre» e precisa che «la sola dichiarazione della madre non esclude la paternità».

Dunque, da un lato abbiamo la possibilità di fornire la prova con ogni mezzo consentito, dalle testimonianze all’esame del Dna, dall’altro l’esclusione espressa della validità delle sole dichiarazioni della madre, dunque anche nel caso in cui ella abbia confessato una relazione o un rapporto sessuale con un altro uomo.

Potrai, quindi, sottoporti agli appositi test di paternità mediante esami ematologici, cioè con un prelievo di sangue analizzato in laboratorio per l’estrazione del Dna che dovrà essere comparato con quello del bambino (cosiddetto esame incrociato) per verificare la compatibilità delle tracce genetiche; ma potresti ricorrere anche alle testimonianze e a produzioni documentali, come immagini e filmati.

Ricorda che i criteri legali di superamento della presunzione di paternità cui abbiamo accennato sono stati eliminati per quanto riguarda l’ammissibilità dell’azione, ma rimangono validi ai fini di prova: perciò potrai dimostrare, con documentazione medica, di essere stato impotente oppure valorizzare il fatto di non aver coabitato con tua moglie durante tutto il periodo utile per il concepimento, ad esempio perché ti trovavi stabilmente all’estero.

Se nonostante tutto, ti trovi ancora in “zona grigia” ed hai delle perplessità, ora una nuova sentenza della Cassazione [2] ha fissato con chiarezza quali sono i criteri per individuare i mezzi di prova validi e convincenti e dunque i requisiti necessari per instaurare con successo l’azione di disconoscimento della paternità.

Secondo la Suprema Corte, occorre avere la «acquisizione certa della conoscenza». Non basta un mero sospetto e neppure un fatto non direttamente dimostrativo, come un’infatuazione di tua moglie per un altro uomo o una relazione sentimentale tra i due o una loro “normale” frequentazione.

Serve, piuttosto, avere la certezza di una relazione adulterina oppure di un avvenuto incontro a carattere sessuale, dunque «idoneo a determinare il concepimento del figlio che si vuole disconoscere».

Il concetto di fondo è: esclusi i semplici sospetti, che non contano nulla, non basta la conoscenza del fatto che tua moglie abbia un flirt con un altro uomo e lo frequenti: occorre, invece, la «conoscenza certa» di una sua relazione adulterina – dunque la scoperta conclamata del tradimento – oppure di un rapporto sessuale completo che ella ha avuto con un altro uomo all’epoca del concepimento.

La Suprema Corte precisa – con riguardo ai termini da rispettare per avviare l’azione di disconoscimento [3] e dunque riferendosi al momento della scoperta – che «la decorrenza del termine di esperibilità dell’azione si riverbera sulla disciplina della prova, nel senso che l’attore deve assolvere l’onere a cui è tenuto fornendo la dimostrazione del momento in cui ha conosciuto, in termini di certezza, l’esistenza di una condotta della moglie idonea al concepimento per opera di altri».

Anche qui le espressioni adottate sono velate ma il concetto risulta chiaro: dovrai dimostrare con certezza, in maniera oggettiva e indubitabile, la scoperta dell’adulterio o del rapporto sessuale specifico. E a tal proposito il Collegio ribadisce ancora che deve esserci «l’acquisizione certa della conoscenza di un fatto idoneo a generare il concepimento del figlio», mentre – prosegue la sentenza – non assumono rilievo né il sospetto dell’esistenza di una vera e propria relazione, né la dimostrazione di una condotta che tale capacità non abbia».

In pratica, secondo i criteri stabiliti dalla Cassazione non avrà nessun rilievo, ad esempio, la produzione in giudizio di “messaggini” a carattere amoroso o le notizie di incontri avvenuti tra i due amanti in luoghi pubblici, come bar o ristoranti, anche se intensi e avvenuti con frequenza. La dimostrazione di una notte trascorsa insieme nella stessa camera d’albergo, invece, potrebbe avere un significato diverso. Gli stessi principi valgono se tua moglie ti dovesse confessare di averti tradito con un altro uomo. Questa dichiarazione di avvenuti rapporti sessuali da parte sua con un altro uomo non è sufficiente perché, come abbiamo visto, la legge preclude sempre l’utilizzabilità in giudizio di quanto dichiarato dalla madre.

Così nella maggior parte dei casi si cerca di munirsi di una prova inoppugnabile e di carattere scientifico, la cui validità è riconosciuta nei giudizi di disconoscimento: l’esame del Dna.

In proposito, leggi anche questi articoli:


note

[1] Art. 243 bis Cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 19324/20 del 17 settembre 2020.

[3] Art. 244 Cod. civ.


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