Studente fuori corso: niente permessi retribuiti

19 Settembre 2020 | Autore:
Studente fuori corso: niente permessi retribuiti

La Cassazione: «Va tutelato il diritto del datore di lavoro alla prestazione e la norma non consente le assenze a chi non è nel corso regolare degli studi».  

Lo studente lavoratore che frequenta l’università ma è fuori corso non ha diritto ad ottenere dei permessi di lavoro retribuiti. Il che non rappresenta una discriminazione o una violazione del diritto all’istruzione. Questo il pensiero espresso dalla Cassazione in una sentenza appena depositata [1].

La Suprema Corte si è pronunciata su una sentenza di Appello in cui i giudici avevano stabilito che la normativa contrattuale sul diritto ai permessi retribuiti per motivi di studio «si riferisce solo agli iscritti al corso legale di studi universitari, poiché opera riferimenti all’ultimo e al penultimo anno di corso, riferimenti che non avrebbero concreto significato se non con riguardo a una fisiologica durata del corso di studi». Un’interpretazione che, secondo la Corte, è la più razionale, poiché «il legislatore non può aver riconosciuto al lavoratore il diritto a permessi retribuiti per seguire le lezioni senza limiti, cioè al di fuori della durata legale del corso e a prescindere dal superamento o meno degli esami sostenuti per i corsi seguiti».

La Cassazione, nel pronunciarsi sulla vicenda, parte dal presupposto che la legge garantisce il diritto dei lavoratori studenti, compresi quelli universitari, che devono sostenere prove di esami, di beneficiare di permessi giornalieri retribuiti. Un diritto, aggiungono gli Ermellini, che spetta «a tutti i lavoratori che intendono dedicarsi allo studio per conseguire la possibilità di affrontare, senza remore di carattere economico, gli esami, per ottenere titoli riconosciuti dall’ordinamento giuridico statale, senza che la categoria dei soggetti legittimati possa essere limitata ai soli studenti iscritti e frequentanti corsi regolari di studio in scuole statali, pareggiate o comunque abilitate al rilascio di titoli di studio legali».

Ora: è anche vero – spiega la Cassazione – che il diritto allo studio non deve «comprimere il diritto del datore di lavoro alla prestazione». A tal proposito, la Suprema Corte concorda con i giudici di Appello sul fatto che la norma contrattuale, «per individuare i beneficiari in caso di concorso di richieste che superino il limite annuale, individua l’anno di frequenza (ultimo, penultimo, etc., postulando necessariamente il riferimento agli studenti in corso regolare)». In altre parole, la normativa sui permessi retribuiti, secondo la Cassazione, si riferisce alla frequenza di corsi di studio universitari, «attività chiaramente riservata ad un numero delimitato di anni, quelli coincidenti con il corso legale di studi».


note

[1] Cass. sent. n. 19610/2020 del 18.09.2020.


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