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Il mobbing: cos’è e come tutelarsi

20 Settembre 2020 | Autore: Daniele Nuzzolese
Il mobbing: cos’è e come tutelarsi

Mobbing: cos’è e come tutelarsi da una delle molestie più diffuse in Italia. Esempi di mobbing per riconoscerlo e quali gli strumenti offerti dalla normativa per difendersi.

Mobbing: origine del termine e designazione della fattispecie

Agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, fu l’etologo austriaco Konrad Lorenz il primo a utilizzare il termine mobbing per riferirsi a quel tipo di molestia e angheria perpetrata da alcune razze di animali verso i propri simili al fine di allontanarli dal branco. Il termine fu immediatamente preso in prestito dalla medicina ufficiale, accentuandone le sfumature tipiche del bullismo. Infine, nel corso degli anni Ottanta del Novecento, lo psicologo svedese Heinz Leymann pose le basi della moderna accezione di mobbing, inteso come comunicazione ostile a fini vessatori.

Oggi, in ambito lavorativo, il mobbing identifica quel complesso di comportamenti di carattere oppressivo assunto da persone superiori gerarchicamente, dal datore di lavoro o da colleghi, nei confronti del singolo lavoratore. Per definirsi mobbing, tale complesso di atteggiamenti deve soddisfare due criteri fondamentali:

  1. molteplicità;
  2. reiterazione temporale.

Il fine di tali comportamenti è quello di emarginare un individuo dall’organizzazione lavorativa con un risvolto anche massiccio sull’alterazione della salute e dell’equilibrio psicofisico.

Mobbing: cosa dice la nostra normativa?

A differenza degli altri Stati europei, l’ordinamento italiano non contempla alcuna normativa specifica in materia di mobbing. Esiste, inoltre, una risoluzione del Parlamento Europeo alla quale l’Italia non si è mai adeguata e a cui, tuttavia, non ha mai fatto seguito una direttiva precisa. Questo significa che, per dirimere le controversie sul mobbing, occorre fare riferimento alle norme già esistenti e, nello specifico:

  • l’art. 32 della Costituzione, che tutela la salute dell’individuo;
  • l’art. 2087 del Codice Civile, che obbliga l’imprenditore a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale di ciascun lavoratore;
  • tutte quelle norme del Codice Penale che puniscono le lesioni personali.

In presenza del silenzio da parte del legislatore, è la giurisprudenza che ha fornito, e continua a fornire, gli elementi necessari per affrontare le tematiche legali connesse al mobbing.

Mobbing: quando si può definire tale?

L’elemento scatenante del mobbing consiste in quell’insieme di comportamenti reiterati e di carattere vessatorio assunti da individui di grado superiore o colleghi.

Per parlare di molestie sul posto di lavoro, però, serve comprovare l’alterazione della salute del lavoratore, mediante adeguata certificazione da parte di personale medico.

Tuttavia, non basta dimostrare le modificazioni avvenute in seno all’equilibrio psicofisico ma occorre anche evidenziare in modo oggettivo e rigoroso il nesso di causalità fra i comportamenti vessatori e il perduto stato di benessere.

Solo provando la sussistenza di tale nesso di causalità, il lavoratore avrà diritto al risarcimento di un danno patrimoniale, morale, biologico ed esistenziale.

Generalmente, al mobbing è associato il disturbo dell’adattamento, una patologia che, oltre allo stress, all’ansia e alla depressione, può condurre anche alla cattiva condotta.

Ovviamente, l’onere della prova spetta al dipendente che si senta mobbizzato e i consulenti accerteranno, insieme al giudice, la veridicità di tale situazione patologica e le sue connessioni con l’ambiente lavorativo.

Mobbing: caratteri del fenomeno e tipologie

In Italia, le cause legali di mobbing attualmente attive si aggirano intorno a 1.200.000. Si stima, però, che il numero di lavoratori colpiti da comportamenti aggressivi sia estremamente più alto.

Il fenomeno, infatti, è caratterizzato dall’omertà, complice anche il fatto che l’unico strumento che il mobbizzato possiede per portare alla luce un comportamento vessatorio è la denuncia, da stilare di fronte all’autorità giudiziaria oppure ai rappresentanti sindacali.

Nell’ambito delle controversie di mobbing oggi combattute in tribunale, il comportamento più utilizzato per molestare un individuo è l’emarginazione morale del lavoratore nel luogo di lavoro.

Paradigmatico il caso di una ragazza siciliana assunta da un’azienda operante su territorio toscano. La neo-lavoratrice, giunta nella sede di lavoro, si è vista sistemata nell’angolo di un grande ufficio, molto lontana dalle altre postazioni di lavoro. Per rimarcare un certo nonnismo, i colleghi erano soliti alzare il volume della radio in modo che la ragazza mobbizzata non potesse apprendere in modo diretto le direttive impartite. Inoltre, quando la stessa si recava di persona presso il proprio manager di settore, lo stesso la redarguiva con termini che alludevano a svogliatezza, tacciandola anche di essere lavativa.

Oltre all’emarginazione morale, anche la dequalificazione e il demansionamento sono atteggiamenti vessatori che confluiscono in mobbing. In casi del genere, il lavoratore vive una graduale perdita di competenze, accompagnata anche da fenomeni esterni (possono essere un esempio il non trovare nemmeno una sedia o una scrivania su cui lavorare). Nei casi più gravi, il lavoratore non ha nemmeno mansioni da svolgere, innescando tutta una serie di pesanti conseguenze psicologiche.

Mobbing: come dimostrarlo?

Come abbiamo già avuto modo di vedere, la comprovazione del nesso di causalità deve essere estremamente rigorosa, pena la sconfitta in aula.

In genere, l’ostacolo ricorrente che un lavoratore ha nel dimostrare di essere vittima di mobbing è non trovare testimoni. Se un datore di lavoro assume un comportamento mobbizzante su un individuo, è molto probabile che i colleghi di lavoro non sposeranno la causa del lavoratore mobbizzato per paura di subire ripercussioni di vario genere.

Il consiglio, allora, è di tenere un diario personale dove segnare il tipo di vessazione subita, l’ora, il luogo e i nomi di eventuali colleghi presenti. Tale strumento si rivelerà un’ottima prova per ricostruire le angherie e confermare il nesso di causalità più volte menzionato.

Occorre inoltre ricordare che la Cassazione ha espunto la dequalificazione tra le prove di mobbing, rimarcando l’importanza dell’intento persecutorio da parte del soggetto mobbizzante. Ovviamente, la dequalificazione comporta comunque un risarcimento a livello professionale.



Di Daniele Nuzzolese


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