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Denuncia per contributi non versati: il ruolo dell’Inps

22 Settembre 2020 | Autore:
Denuncia per contributi non versati: il ruolo dell’Inps

Se il dipendente fa causa al datore di lavoro per i contributi evasi è obbligatorio chiamare in giudizio l’ente previdenziale?

La legge [1] prevede, a favore dei lavoratori dipendenti, il riconoscimento automatico delle prestazioni previdenziali e assistenziali obbligatorie, anche se il datore di lavoro non ha versato regolarmente i contributi dovuti.

Grazie a questa previsione il lavoratore può, ad esempio, beneficiare dell’indennità di disoccupazione nei casi in cui il datore non abbia effettuato i versamenti all’Inps, o li abbia effettuati in misura minore del dovuto, oppure beneficiare dell’indennità per malattia o per infortunio.

Le uniche eccezioni a questo beneficio, detto principio di automaticità delle prestazioni, sono previste da alcune leggi speciali e dalla prescrizione dei contributi: decorso il termine di prescrizione, i contributi non possono essere più versati e l’Inps non può più riceverli. Questo può rappresentare un grave danno per il lavoratore, che può vedere diminuita o addirittura negata la pensione a causa dei versamenti mancanti.

Il lavoratore può, naturalmente, denunciare il datore per i mancati versamenti: ma, in caso di denuncia per contributi non versati, il ruolo dell’Inps qual è? È necessario chiamare l’Inps in causa?

Alla domanda ha risposto la Corte di Cassazione, con una recente sentenza [2], nella quale fornisce importanti chiarimenti riguardo alla partecipazione dell’istituto al giudizio con cui il lavoratore chiede la condanna del datore di lavoro al versamento dei contributi evasi.

Facciamo allora il punto completo della situazione.

Contributi non versati: quando spettano le prestazioni Inps?

Chiariamo innanzitutto in quali casi, nonostante il mancato versamento dei contributi, il lavoratore ha comunque diritto alle prestazioni erogate dall’Inps, come la Naspi, in virtù del principio di automaticità delle prestazioni. Questo principio non è universale, ma opera in maniera diversa a seconda dell’attività svolta dal lavoratore, subordinata, parasubordinata o autonoma.

Per quanto riguarda i lavoratori subordinati, l’unico responsabile del versamento dei contributi è il datore di lavoro, sia per la quota a suo carico che per quella a carico del dipendente [3]. Il lavoratore non ha dunque alcuna responsabilità per il mancato versamento della contribuzione e può fruire comunque, di conseguenza, delle prestazioni previdenziali e assistenziali garantite dall’Inps.

Fanno eccezione:

  • i contributi per cui è decorso il termine di prescrizione;
  • i lavoratori autonomi;
  • i lavoratori domestici;
  • i contributi aggiuntivi previsti sull’eventuale differenza tra le somme corrisposte per lo svolgimento di attività sindacale ai lavoratori in aspettativa e la retribuzione presa a riferimento per il calcolo della contribuzione figurativa, oppure sugli importi erogati dall’organizzazione sindacale al lavoratore in distacco; la contribuzione aggiuntiva è esclusa dall’automaticità delle prestazioni in quanto facoltativa e ha la sua fonte nell’accordo tra l’organizzazione sindacale e il beneficiario della contribuzione, tra i quali sussiste un solo rapporto fiduciario e non di lavoro [4].

Contributi non versati: quando si prescrivono?

La prescrizione dei contributi Inps da lavoro dipendente, a seguito delle previsioni della riforma Dini [5], si verifica nel termine di 5 anni dall’insorgenza dell’obbligo di versamento in capo al datore di lavoro, a meno che nel quinquennio non intervenga la denuncia del lavoratore o dei suoi superstiti.

Contributi prescritti: come recuperarli?

Il lavoratore può recuperare i contributi prescritti attraverso la costituzione di rendita vitalizia [6]: per la precisione, attraverso questo istituto il datore di lavoro può riscattare i contributi previdenziali dei lavoratori dipendenti omessi e caduti in prescrizione. La stessa facoltà è riconosciuta al lavoratore dipendente, che può sostituirsi al datore di lavoro, salvo il diritto al risarcimento del danno.

Denuncia al datore per contributi non versati: bisogna informare l’Inps?

Se il lavoratore denuncia il datore per contributi previdenziali evasi, deve essere chiamato in causa anche l’Inps: l’istituto, in gergo tecnico, è “litisconsorte necessario”. A stabilirlo è la Cassazione- sezione lavoro, con una nuova sentenza [2] riguardante una controversia sul calcolo dei contributi previdenziali non versati da parte del datore.

In particolare, la Suprema corte, richiamando l’orientamento giurisprudenziale prevalente, ha precisato che la domanda con la quale il dipendente chiede la condanna del datore di lavoro al versamento all’Inps di contributi evasi richiede la presenza in causa dell’ente previdenziale.

L’Inps deve essere necessariamente chiamato in giudizio, in quanto l’istituto:

  • è direttamente interessato all’accertamento giudiziale sull’esistenza e durata del rapporto di lavoro e sulla misura della retribuzione;
  • è destinatario del pagamento;
  • ha interesse a limitare il riconoscimento della rendita vitalizia ai casi di esistenza certa e non fittizia di rapporti di lavoro.

Il litisconsorzio necessario non è, comunque, solo nei confronti dell’Inps, ma anche del datore di lavoro, che ha interesse a non trovarsi esposto, se la causa si svolge in sua assenza, agli effetti pregiudizievoli di un giudicato ai suoi danni, a causa del riconoscimento di un inesistente rapporto lavorativo, lontano nel tempo.


note

[1] Art. 2116 Cod. civ; Art. 27 RDL 636/1939.

[2] Cass. sent. 19679/2020.

[3] Art. 2115 Cod. civ.

[4] Circ. Inps 129/2019.

[5] Art.3, Co.9, L. 335/1995.

[6] Art.13 L. 1338/1962.


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