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Gioco delle tre carte: è legale?

22 Settembre 2020
Gioco delle tre carte: è legale?

Giochi di pubblica scommessa non autorizzati: non rientra nella categoria il gioco delle tre carte che anzi va ricondotto all’indifferente giuridico.

In Italia, è legale il gioco delle tre carte? Come tutti ricorderanno per averlo visto almeno una volta nei film, si tratta dell’ormai classico banchetto, di reminiscenza napoletana, che spesso si trova sulle strade delle zone turistiche. L’organizzatore prima scopre una delle tre carte che mette in bella mostra; poi le mischia tra loro velocemente. Il giocatore deve essere in grado, con la capacità degli occhi, di individuare dove si trova la carta evidenziata in partenza. 

Il gioco delle tre carte viene anche detto “gioco delle campanelle”. In questo caso, il prestigiatore nasconde una biglia sotto una campanella concava o un bicchiere o una tazza rovesciata. Dopo aver spostato velocemente i tre oggetti, in modo da confonderli tra loro, invita uno spettatore a scommettere sotto quale dei tre nasconde la biglia. In questo secondo caso, però, dietro questo trucco si nasconde una truffa. L’organizzatore è infatti abile, durante tale rapida operazione, a riprendere in mano la biglia e a nasconderla nel proprio palmo. Nessuno dei campanelli, infatti, contiene alcunché.  

È stato chiesto alla Cassazione, già più di una volta, se il gioco delle tre carte è legale o se richiede piuttosto l’autorizzazione governativa rientrando nelle scommesse. Di recente, la Corte si è pronunciata su tale aspetto fornendo un importante chiarimento [1]. Ecco qual è stata la risposta.

Quali scommesse richiedono l’autorizzazione

Una cosa è il gioco di abilità, un’altra la scommessa. In quest’ultima, le possibilità di vittoria non dipendono dalle capacità del giocatore ma da fattori del tutto casuali ed esterni. Proprio per questo, e soprattutto per evitare che la scommessa possa tramutarsi in un facile imbroglio, chi raccoglie soldi per le puntate nei giochi dove le capacità del giocatore non rilevano affatto per decretarne la vincita, deve prima farsi rilasciare un’autorizzazione ministeriale, senza la quale il gioco è abusivo. Non sarebbe, ad esempio, necessaria la concessione su scommesse relative al tiro all’arco o su una gara di velocità. Lo è, invece, nel caso della roulette o del poker (è noto infatti che, seppure il gioco richiede una certa bravura, dipende in gran parte dalle carte che escono dal mazzo). Leggi “È legale giocare a carte nei bar?“.

È il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza [2] a stabilire che, per l’esercizio delle scommesse, è necessaria l’autorizzazione amministrativa. In particolare, la licenza per l’esercizio delle scommesse può essere concessa esclusivamente a soggetti concessionari o autorizzati da parte di Ministeri o di altri enti ai quali la legge riserva la facoltà di organizzazione e gestione delle scommesse.

Gioco delle tre carte: è legale?

Veniamo ora al gioco delle tre carte. Qualche mese fa, la Cassazione [3] aveva detto che il “gioco delle tre campanelle” non autorizzato costituisce reato perché integrante una scommessa, anche se esercitato su un banchetto per strada. Leggi “Scommessa tra privati: quando è abusiva?“.

Oggi, la Corte ha cambiato idea. Secondo i giudici supremi, il banchetto con le 3 carte – che da sempre gli spettatori della Formula Uno incontrano nei sottopassi all’interno dell’autodromo di Imola – non costituisce illecita raccolta, perché non autorizzata, di pubbliche scommesse e non può in alcun modo integrare il reato previsto dalla legge [4]. Il gioco delle tre carte o delle tre campanelle non è di quelli oggetto di concessione governativa. La Cassazione ha così sancito l’indifferenza giuridica per questa tradizionale forma di scommessa da strada. La necessità dell’autorizzazione governativa riguarda solo quei giochi istituiti o disciplinati dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. 

Tra l’altro, il reato colpisce l’“organizzazione” di scommesse e, per i giudici la presenza di un banchetto e dei due compari non integra tale organizzazione.

Non si può neanche parlare di esercizio del gioco di azzardo, inteso come quello dove l’abilità del giocatore non può mai superare se non eccezionalmente la sorte. In situazioni simili, può al limite prospettarsi il reato di truffa, ma solo se il gioco viene truccato, impedendo che la fortuna o l’abilità dello scommettitore possa fare il proprio corso in contrasto all’insita aleatorietà della vincita. Quindi, anche nel caso della consueta presenza di compari, che svolgono la funzione di finti giocatori occasionali e fortunati, la loro funzione di indurre gli avventori a scommettere non costituisce quel raggiro o artificio che punta ad assicurarsi il denaro del malcapitato.

Il caso

Sotto processo tre uomini, tutti originari della Romania. A loro carico l’accusa di avere «esercitato abusivamente l’organizzazione di scommesse», con particolare riferimento al ‘gioco delle tre campanelle’ messo in piedi nel contesto dell’autodromo ‘Dino Ferrari’ di Imola.

Ricostruita nei dettagli la vicenda, i giudici del tribunale ritengono i tre uomini colpevoli «per avere esercitato, in assenza della prescritta autorizzazione, ed organizzato attività pubblica di scommessa su giochi di abilità». Consequenziale la condanna, con pena fissata in 300 euro di ammenda per due soggetti e in 450 euro di ammenda per un terzo soggetto.

La decisione del tribunale viene impugnata da tutti e tre gli uomini con un ricorso congiunto in Cassazione.

Per il loro difensore è evidente l’errore compiuto in tribunale. Ciò perché «la disposizione, che si assume essere stata violata, vieta a chiunque non sia titolare della apposita concessione governativa di organizzare, esercitare e raccogliere scommesse su qualsiasi gioco istituito o disciplinato dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli», ma in questo caso, sottolinea il legale, «i tre uomini partecipavano alla realizzazione di scommesse sul giuoco denominato ‘tre campanelle’, che non rientra fra quelli organizzati e disciplinati dalla Agenzia dei Monopoli». 

In premessa, i giudici della Cassazione rilevano che la disposizione che si presume sia stata violata, ossia l’art. 4, comma 1, l. n. 401/1989, «sanziona penalmente la condotta di chi abusivamente esercita l’organizzazione di pubbliche scommesse su altre competizioni di persone o animali e giuochi di abilità». In questo caso, però, «la condotta attribuita ai tre uomini sotto processo esula del tutto rispetto alla fattispecie penale», poiché essi «tenevano un banchetto ove uno dei tre esercitava il cosiddetto ‘giuoco delle tre campanelle’ e gli altri due, facendo mostra di riportare delle vincite, inducevano altri soggetti, allettati dalla possibilità di conseguire un facile guadagno, a giuocare a loro volta».

E «in un tale comportamento non sono assolutamente ravvisabili gli estremi del reato contestato», osservano i giudici della Cassazione, anche perché il reato ipotizzato «mira a reprimere non la occasionale e sporadica attività di scommessa su giuochi di abilità, ma la non occasionale organizzazione di essa» e per essere tale, cioè non occasionale, «detta organizzazione presuppone l’esistenza di una struttura costituita da mezzi e persone che, seppure stabile e caratterizzata da una sua particolare complessità, non può, tuttavia, neppure essere ridotta alla mera disponibilità di un banchetto amovibile ed alla presenza e collaborazione di due ‘compari’».

In questo caso specifico, peraltro, «la condotta attribuita ai tre uomini appare essere scevra sia dalla esistenza di artifici o raggiri in danno dei possibili scommettitori sia da fattori di preponderante aleatorietà dell’esito della scommessa», e ciò significa, aggiungono dalla Cassazione, che «essa non solo non è sussumibile nello schema normativo della disposizione che si assume essere stata violata, ma neppure integra gli estremi di altro reato».

Così, trovandosi di fronte a un «indifferente giuridico», vanno cancellate definitivamente le accuse mosse nei confronti dei tre uomini.


note

[1] Cass. sent. n. 26321/20 del 22.09.2020.

[2] T.U.L.P.S. art. 88.

[3] Cass. sent. n. 19985/20 del 2.07.2020.

[4] Comma 1 dell’articolo 4 della legge 401/1989

Corte di Cassazione, sez. Feriale Penale, sentenza 2 – 21 settembre 2020, n. 26231

Presidente Bricchetti – Relatore Gentili

Ritenuto in fatto

Il Tribunale di Bologna, con sentenza del 9 aprile 2019, emessa a seguito della opposizione a decreto penale presentata dagli imputati, ha dichiarato la penale responsabilità di Al. Gh., Al. Ni. e di Do. Fi. Co. in ordine al reato di cui all’art. 4, comma 1, della legge n. 401 del 1989, per avere costoro, in concorso fra loro, fecondo l’accusa, esercitato, in assenza della prescritta autorizzazione, ed organizzato attività pubblica di scommessa su giochi di abilità, e li ha, pertanto, condannati, concesse le circostanze attenuanti generiche solo ai due Alarrjaru, rispettivamente alla pena di Euro 300,00 di ammenda i primi due ed a quella di Euro 450,00 di ammenda il terzo.

Hanno interposto un congiunto ricorso per cassazione i tre imputati, lamentando, sotto il profilo della violazione di legge, nella specie la stessa norma precettiva che si assume da costoro infranta, la illegittimità della sentenza impugnata. I tre ricorrenti panno rilevato che la disposizione che si assume essere stata dai medesimi violata, vieta, a chiunque non sia titolare della apposita concessione governativa, di organizzare, esercitare e raccogliere scommesse su qualsiasi gioco istituito o disciplinato dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli.

Nel caso di specie i tre partecipavano alla realizzazione di scommesse sul giuoco denominato “tre campanelle”, che, non rientrando fra quelli organizzati e disciplinati dalla Agenzia dei Monopoli, sarebbe estraneo, secondo la loro prospettazione, alla fattispecie contravvenzionale contestata ai tre imputati.

Considerato in diritto

Il ricorso è fondato e, pertanto, lo stesso deve essere accolto.

Osserva, infatti, il Collegio che la disposizione che, ad avviso del giudice di primo grado, i tre prevenuti avrebbero violato, si tratta dell’art. 4, comma 1, della legge n. 401 del 1989, sanziona penalmente, per quanto ora interessa, la condotta di chi abusivamente esercita l’organizzazione di pubbliche scommesse su altre competizioni di persone o animali e giuochi di abilità.

Appare evidente che, rispetto a siffatta fattispecie penale sia del tutto esulante la condotta attribuita ai tre imputati, i quali, al di fuori di qualsiasi attività organizzata, tenevano, all’interno dell’autodromo “Dino Ferrari” di Imola, un banchetto ove uno dei tre esercitava il cosiddetto “giuoco delle tre campanelle” e gli altri due, facendo mostra di riportare delle vincite in detto giuoco, inducevano altri soggetti, allettati dalla possibilità di conseguire un facile guadagno, a giuocare al loro volta.

Rileva il Collegio che in un tale comportamento non sono assolutamente ravvisabili gli estremi del reato contestato al tre prevenuti, non foss’altro in quanto lo stesso mira a reprimere non la occasionale e sporadica attività di scommessa su giuochi di abilità, ma la non occasionale organizzazione di essa; per essere tale detta organizzazione presuppone l’esistenza di una struttura costituita da mezzi e persone che, seppure non deve essere stabile e caratterizzata da una sua particolare complessità, non può, tuttavia, neppure essere ridotta alla mera disponibilità di un banchetto amovibile ed alla presenza e collaborazione di due “compari”.

Al riguardo si osserva come, nelle non isolate occasioni in cui questa Corte ha trattato il tema della rilevanza penale del “giuoco delle tre campanelle” (ovvero “delle tre carte” o come altrimenti esso viene definito in funzione del corredo strumentale a disposizione del soggetto che lo esercita), essa mai ha ritenuto che lo stesso abbia potuto integrare il reato contestato ai tre odierni ricorrenti, avendo osservato come lo stesso possa, ricorrendone le condizioni, integrare gli estremi della contravvenzione prevista e punita dall’art. 718 cod. pen., ma solo in quanto la possibilità per chi vi partecipi di vincere o di perdere, premessa la natura patrimoniale della “posta” messa in giuoco, sia, in maniera ampiamente preponderante se non esclusiva, dipendente dalla sorte e non dalle capacità dei giocatori (Corte di cassazione, Sezione III penale, 1 dicembre 2000, n. 12431).

Circostanza questa, cioè la preponderante aleatorietà dell’esito del giuoco, che, proprio con riferimento al giuoco in questione, è stata esclusa ogni qual volta sia risultato che, invece, la vincita o la perdita nel giuoco sia derivata dalla maggiore o minore abilità di chi ad esso, nel ruolo di gestore o di scommettitore, vi abbia preso parte (Corte di cassazione, Sezioni unite penali, 24 luglio 1991, n. 14).

In altre circostanze si è rilevato che la condotta in questione, in assenza di una qualche ulteriore attività volta, attraverso l’artifizio od il raggiro, alla induzione in errore del soggetto passivo del reato, neppure è sussumibile sotto la specie della truffa, essendo stato altresì precisato che non è condotta efficace a costituire in tal senso artifizio o raggiro quella volta a sollecitare nell’ignaro scommettitore la volontà di giuocare, attraverso la prospettazione di un facile guadagno dovuto alla sua abilità (Corte di cassazione Sezione II penale, 27 novembre 2019, n. 48159).

Considerato, pertanto, che la condotta attribuita ai tre prevenuti, per come descritta nel capo di imputazione e nella sentenza impugnata, appare essere scevra sia dalla esistenza di artifici o raggiri in danno dei possibili scommettitori sia da fattori di preponderante aleatorietà dell’esito della scommessa, risulta che la stessa non solo non sia sussumibile nello schema normativo della disposizione che si assume essere stata dai medesimi violata, ma, fatti salvi gli eventuali effetti dell’art. 2034 cod. civ., deve concludersi che la stessa, neppure integrando gli estremi di altro reato, rientri nell’ambito dell’indifferente giuridico.

A tanto consegue l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, data la insussistenza come reato del fatto ai tre imputati contestato.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.

 


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