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Patto di quota lite: quando il cliente ci rimette

28 Novembre 2020 | Autore:
Patto di quota lite: quando il cliente ci rimette

La clausola di determinazione del compenso in base al risultato è nulla, ma l’avvocato conserva il diritto ad essere pagato in base ai tariffari forensi.

Vai dal tuo avvocato per affidargli una causa, ad esempio per il risarcimento danni derivanti da un incidente stradale. Il valore della controversia è notevole ma l’esito è piuttosto incerto, così decidi di pagare il difensore con una percentuale commisurata al risultato raggiunto: gli verserai, poniamo, il 20% e resta inteso che il pagamento avverrà a cose fatte, cioè solo quando riceverai la somma.

Un accordo del genere si chiama patto di quota lite ed è vietato dalla legge. Questo metodo comporta che il compenso professionale dell’avvocato difensore viene calcolato sulla base di una quota del bene oggetto della controversia – nel caso dell’esempio, l’importo che speri di ottenere – anziché essere commisurato alle tariffe professionali che tengono conto anche del valore della causa e dell’impegno necessario.

Certo, un patto del genere sembra un modo semplice e rapido per definire la questione dell’ammontare delle spettanze al legale che curerà la vicenda. Magari, conti di pagarlo successivamente e solo in caso di successo, quando con una sentenza favorevole o con una transazione conveniente raggiungerai il risultato “sicuro” e finalmente avrai i soldi in tasca. Tuttavia, devi sapere che in molti casi, in fin dei conti, con il patto di quota lite il cliente ci rimette.

Questo sistema presenta più inconvenienti che vantaggi, senza contare lo svilimento della professione di chi si presta ad un accordo illecito, partecipando direttamente al rischio della causa e accettando il rischio di non ricevere nulla in caso di insuccesso. Inoltre, l’avvocato stesso potrebbe tirare fuori – se e quando gli conviene – la scrittura privata che contiene questo accordo, magari per “ricordare” al cliente che il suo credito non è stato pagato. In tal caso, come vedremo, il giudice gli darebbe ragione.

Il patto di quota lite

Il patto di quota lite comporta che l’avvocato sarà retribuito dal cliente per le prestazioni professionali svolte in base al risultato ottenuto, con una percentuale prestabilita. La legge professionale forense [1] in via generale lo vieta, ammettendolo solo nel caso in cui la percentuale venga stabilita sul valore dell’affare – cioè della causa, non del suo esito – o su quanto si prevede che il beneficiario della prestazione possa ottenere.

Carlo si fa assistere da un avvocato per il risarcimento danni da incidente stradale e concorda con lui che il compenso sarà pari al 25% di quanto otterrà con la sentenza favorevole: è un patto di quota lite vietato. Giovanni, invece, prevede di ottenere dal sinistro 100mila euro con l’avvocato un compenso pari al 30% di questo valore: determinare le spettanze in questo modo è lecito. Nota che se al termine della causa, Gennaro non otterrà l’importo atteso (oppure se gli verrà riconosciuta una cifra superiore) sarà comunque tenuto a retribuire il legale per 30mila euro.  

La formulazione della norma non è molto chiara e, nella pratica, non è agevole capire se si può pagare l’avvocato solo se vince. Certo è che, dopo l’abolizione dei tariffari minimi, le parti sono libere di stabilire il compenso basandosi sul tipo di affare e delle prestazioni necessarie o in misura forfettaria.

Ricorda che, per trasparenza, l’avvocato è obbligato [2] a fornire al cliente un preventivo scritto nel quale esporrà il costo prevedibile della pratica, specificando l’ammontare dei suoi compensi. Evidentemente, non potrà farlo basandosi sul patto di quota lite, che è vietato dalla legge professionale forense.

La parcella dell’avvocato

La parcella dell’avvocato commisurata al risultato stabilito nel patto di quota lite è nulla perché, come abbiamo visto, l’accordo è considerato illecito dalla legge; anzi l’avvocato che vi ha aderito potrà subire una sanzione disciplinare, applicata dal Consiglio di disciplina dell’Ordine di appartenenza.

Per un principio analogo, è nullo anche il patto con il quale si stabilisce di pagare l’avvocato con una quota dei beni oggetto della lite, quando essi sono diversi dal denaro, come nel caso di beni immobili o di uno stock di autovetture in contesa giudiziale. Anche in questi casi, infatti, si avrebbe un aggancio della parcella non al valore dei beni in contesa, ma al risultato concreto della causa, che non può essere conosciuto nel momento in cui si stipula l’accordo.

Ma cosa succede se l’avvocato pretende comunque il pagamento delle sue spettanze, nonostante il fatto che il patto quota lite sia vietato e, dunque, nullo? In questo caso, la legge e la giurisprudenza gli consentono comunque di agire in giudizio contro il cliente moroso, ma il limite del compenso che gli verrà riconosciuto sarà quello della commisurazione degli onorari e delle altre voci di parcella in base alle tariffe ministeriali [3].

In tal caso, il coacervo delle voci calcolate potrebbe risultare ben superiore a quello di un accordo legittimo e raggiunto in maniera trasparente tra il cliente e il professionista prima di intraprendere le causa o le altre attività legali necessarie.

Come l’avvocato riesce a farsi pagare

Un caso del genere è stato recentemente risolto dalla Corte di Cassazione [4]. Qui, a complicare le cose, c’era anche il fatto che in corso di giudizio il cliente assistito dall’avvocato aveva chiesto di essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato (il cosiddetto gratuito patrocinio) che vieta al difensore di incassare ulteriori compensi dai suoi assistiti oltre a quelli liquidati dallo Stato.

Nella causa promossa per essere pagato, l’avvocato aveva prodotto la scrittura privata con cui il suo compenso era stato determinato mediante il patto di quota lite. I giudici di merito avevano ritenuto nullo l’accordo per contrarietà a norme imperative, cioè alla legge che abbiamo indicato ed anche alla normativa sul gratuito patrocinio [5].

Ciò avrebbe impedito al patto di produrre i suoi effetti giuridici. Tuttavia, quel documento conservava un suo particolare valore: quello di prova che il cliente non aveva pagato l’avvocato. «La dichiarazione di nullità delle scritture, ai fini della percezione del compenso del difensore per le prestazioni svolte nel giudizio d’appello, non preclude però il riconoscimento del valore confessorio di tali atti, al fine di paralizzare l’eccezione di prescrizione presuntiva in relazione ai compensi per l’attività svolta dal difensore nel giudizio di primo grado», rileva la Corte.

Il patto quota lite, infatti, conteneva la menzione che «nessun compenso era stato corrisposto al difensore»; perciò – ragiona il Collegio – «in tal modo ammettendo che l’obbligazione non era stata estinta, comportamento incompatibile con l’eccezione presuntiva di prescrizione».

Nello specifico, il cliente – che aveva stabilito con l’avvocato un iniziale patto di quota lite impegnandosi a pagare il 15% sulle somme che gli sarebbero state liquidate in sentenza –  sosteneva di aver saldato il debito, pagando l’anticipo di spese richiesto per incardinare la causa, che poi si era conclusa, e che il difensore non gli aveva mai chiesto null’altro (anche perché i suoi compensi erano stati “assorbiti” dal gratuito patrocinio nel frattempo ottenuto).

Ma in Cassazione il legale ha ottenuto il pagamento delle sue spettanze, quantificate in quasi 28mila euro, liquidate non in base al patto di quota lite ma secondo i parametri forensi stabiliti nelle tabelle allegate al Decreto ministeriale. Dunque, il patto di quota lite “vive” anche a seguito della sua riconosciuta nullità, perché – rileva la sentenza – le «dichiarazioni di scienza e di volontà» in esso contenute riconoscono l’esistenza del debito.

In sintesi, possiamo dire che in caso di patto di quota lite la nullità travolge la specifica clausola di determinazione del compenso, ma non l’obbligo di pagare comunque l’avvocato in base alle tariffe stabilite nei provvedimenti ministeriali. In caso di controversie, la determinazione dei suoi compensi avverrà con questo metodo, che potrà risultare molto gravoso per il cliente obbligato; ferme restando le sanzioni disciplinari previste dal codice deontologico a carico dell’avvocato scorretto.


note

[1] Art. 13, comma 4, Legge n.247/2012.

[2] Art. 1, comma 141, lett. d), Legge n. 124/2012.

[3] Decreto ministro della Giustizia n.55/2014.

[4] Cass. sez. 6° civile, ord. n. 19755/20 del 22 settembre 2020.

[5] Art. 85 D.P.R. n.115/2002.


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