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Mobbing dopo maternità: cosa rischia il datore di lavoro?

30 Novembre 2020
Mobbing dopo maternità: cosa rischia il datore di lavoro?

Può accadere che, dopo aver avuto un figlio, la lavoratrice subisca delle discriminazioni sul luogo di lavoro.

Sei una lavoratrice madre. Sei stata assente dal lavoro per cinque mesi e, al tuo rientro, hai notato un atteggiamento diverso nei tuoi confronti. Subisci sistematicamente comportamenti denigratori e vuoi sapere cosa puoi fare per tutelare i tuoi diritti.

La nascita di un figlio è un evento molto delicato nella vita di una donna. Inoltre, quando la neo-mamma è anche una lavoratrice, si pone l’esigenza di conciliare i tempi di lavoro con quelli familiari. A complicare il tutto ci si mettono, in alcuni casi, dei comportamenti offensivi sul luogo di lavoro che vengono adottati contro le lavoratrici al rientro dalla maternità.

Se le condotte assumono la forma di un vero e proprio mobbing dopo la maternità la lavoratrice può agire per tutelare i suoi diritti. Cosa rischia il datore di lavoro? Il mobbing espone, di per sé, l’azienda al rischio di dover risarcire al dipendente i danni subiti. Inoltre, quando ad essere mobbizzata è una neo-mamma, la condotta assume dei connotati di gravità ulteriore.

Cos’è il mobbing?

Il luogo di lavoro dovrebbe essere fonte di successi e di soddisfazione ma, per molti lavoratori, si traduce invece in un vero e proprio incubo. Immagina la situazione di un lavoratore che viene escluso dai superiori e dai colleghi e che viene ignorato del tutto. Questo comportamento, se perdura per un certo periodo di tempo, può essere considerato mobbing.

Il mobbing consiste in un insieme di condotte, reiterate nel tempo, tese ad escludere ed isolare un lavoratore, distruggendo la sua autostima, al fine di portarlo a dimettersi dal posto di lavoro.

Per esserci mobbing, le condotte mobbizzanti devono andare avanti per almeno 6 mesi. Rientrano nel mobbing i comportamenti più vari come gli insulti, la svalutazione del lavoro, l’esclusione dal gruppo, fino a vere e proprie aggressioni fisiche e verbali.

Mobbing dopo maternità: cosa si intende?

La legge tutela la lavoratrice che, nel corso del rapporto di lavoro, diventa madre.

In questo caso, infatti, la dipendente può accedere a tutta una serie di diritti nei confronti del datore di lavoro, tra cui:

  • diritto ad astenersi obbligatoriamente dal lavoro per cinque mesi in prossimità del parto;
  • diritto al congedo parentale per altri sei mesi dopo l’astensione obbligatoria;
  • permessi per allattamento;
  • diritto ad assentarsi dal lavoro in caso di malattia del figlio.

Non si può negare che molti datori di lavoro vedono negativamente il fatto che una loro dipendente diventa madre perché sanno che dovranno assicurarle tutti i diritti previsti per legge. Per questo, può accadere che l’azienda cambi atteggiamento con la lavoratrice che rientra dalla maternità.

Spesso, purtroppo, il mobbing colpisce proprio le neo-mamme al rientro dalla maternità al fine di indurle a dimettersi.

Possono far parte di un disegno teso ad allontanare la lavoratrice madre i seguenti comportamenti:

  • trasferimento della lavoratrice in una sede lontana;
  • negare o fare problemi nel concedere i permessi per allattamento;
  • contestazioni disciplinari pretestuose;
  • rimproveri e insoddisfazione (immotivati) per il lavoro della dipendente.

Mobbing dopo maternità: cosa rischia il datore di lavoro?

Il datore di lavoro deve tutelare i lavoratori dai rischi per la salute e la sicurezza che possono derivare dal luogo di lavoro [1]. L’obbligo di sicurezza impone al datore di lavoro di verificare che non si creino situazioni ambientali in grado di ledere la salute del lavoratore.

Se c’è un fenomeno di mobbing a danno di una lavoratrice rientrata dalla maternità, dunque, il datore di lavoro può essere chiamato a risarcire alla dipendente il danno subito.

Il mobbing, infatti, può determinare un danno biologico nei confronti della lavoratrice poiché tale condotta è in grado di determinare patologie psico-fisiche come ansia, depressione, attacchi di panico, problemi cardiovascolari, etc.

Ne consegue che se il mobbing determina una lesione permanente all’integrità psico-fisica della lavoratrice, questa può agire in giudizio e chiedere il risarcimento del danno al datore di lavoro dimostrando:

  • le condotte mobbizzanti subìte;
  • il danno biologico subìto;
  • il nesso causale tra le condotte denigratorie e il pregiudizio ricevuto.

Di recente, il tribunale di Roma [2] ha condannato un datore di lavoro a risarcire alla lavoratrice, mobbizzata al rientro dalla maternità, un danno non patrimoniale pari ad euro 28.000.

Nel caso di specie, infatti, era stato provato che, dopo il rientro in servizio, la neo-mamma era stata vittima di una serie di condotte illegittime volte a spingerla a lasciare il posto di lavoro.


note

[1] Art. 2087 cod. civ.

[2] Trib. Roma n. 5166/2020.


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