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Che succede se la madre può mantenere il figlio da sola?

23 Settembre 2020
Che succede se la madre può mantenere il figlio da sola?

Obbligo di mantenimento dei figli: i doveri del padre e della madre. Che succede se uno dei due genitori è in grado da solo di provvedere alle esigenze della prole?

Un nostro lettore ci chiede che succede se la madre può mantenere il figlio da sola. Ci riferisce di aver avuto un bambino dalla sua ex compagna e di aver poi cessato la convivenza con questa per sopraggiunte incompatibilità caratteriali. Ora, lei vuole da lui gli alimenti per il neonato, ma il lettore sostiene di avere uno stipendio appena sufficiente a mantenere se stesso. Al contrario, la donna godrebbe di un lavoro stabile e ben retribuito. 

Quali sono in questi casi i doveri del padre? Un genitore deve contribuire al sostentamento della prole se già l’altro ha le capacità economiche per farlo da solo? 

Cerchiamo di fare chiarezza su questi aspetti evidentemente poco conosciuti della legge.

Mantenimento figli: è dovuto in caso di coppia non sposata?

Non solo marito e moglie ma anche la coppia non sposata, nel momento in cui si separa, è chiamata a regolare gli aspetti economici per il mantenimento degli eventuali figli. Questo perché la legge fa scattare l’obbligo di versare gli alimenti non già dal matrimonio ma dal semplice fatto di aver messo al mondo un bambino. 

Dunque, non conta il rapporto giuridico tra i genitori, potendo anche essere una convivenza di fatto o, addirittura, un rapporto occasionale da cui è scaturita una gravidanza non voluta. 

In un precedente articolo, avevamo peraltro detto che l’obbligo di assistenza non viene meno neanche nel caso in cui la donna resti incinta pur dopo aver rassicurato il proprio partner di aver preso la pillola anticoncezionale (leggi “L’errore più grande che puoi fare se fai sesso con una ragazza“).

Quindi, le coppie non sposate – padre e madre indistintamente – devono mantenere i figli anche se non sono sposati. Si tratta chiaramente di un diritto che non spetta in capo al genitore con cui il figlio vive ma del minore stesso: la legge lo tutela proprio perché non ancora in grado di difendersi e di proteggere i propri interessi in un’aula di tribunale. Questo peraltro comporta che eventuali accordi dei genitori che prevedano un mantenimento irrisorio potrebbero non essere convalidati dal tribunale se il giudice ritiene che essi si risolvano in un pregiudizio per il bambino.

Mantenimento del figlio: da quando e fino a quando?

L’obbligo di mantenere il figlio scatta dalla nascita di quest’ultimo. Sicché, se anche uno dei due genitori non vi provvede, l’altro può chiedere nei suoi confronti una condanna con effetto retroattivo, a far corso cioè dal giorno in cui lo stesso è stato messo al mondo. 

Peraltro, il diritto di agire contro il genitore inadempiente non è soggetto a termini di prescrizione, essendo un illecito permanente, che si reitera ogni giorno finché sussiste l’inosservanza di tale dovere.

L’obbligo di mantenimento del figlio poi non cessa con la sua maggiore età, potendosi estendere ben oltre, finché questi non sia in grado di mantenersi da sé, ossia quando non raggiunge un’indipendenza economica. Il che coincide, di norma, con l’ottenimento di un reddito stabile da lavoro. Non per questo, però, la legge tutela i figli oziosi. Sicché, se ancora a 30/35 anni il giovane è senza lavoro, l’obbligo di mantenimento viene meno, presumendo la giurisprudenza che lo stato di disoccupazione dipenda più da inerzia dell’interessato che da difficoltà occupazionali. 

Dunque, un genitore deve mantenere un figlio da quando nasce fino a circa 35 anni (la data di scadenza viene individuata sulla base del percorso di studi da questi prescelto: ad esempio, una carriera professionale richiede maggior tempo per l’affermazione e l’autonomia).

Mantenimento figlio: quale genitore?

Veniamo ora alle note dolenti. Quale genitore deve mantenere il figlio? Chiaramente entrambi, ciascuno però in proporzione alle proprie capacità economiche. Quindi, non è consentito a uno dei due genitori di abbandonare il figlio disinteressandosi delle sue necessità. Necessità che non sono solo il vitto e l’alloggio ma, da un punto di vista economico, ogni bene essenziale alla sua crescita armonica in società (comprendendo quindi anche l’istruzione, l’intrattenimento, lo sport, le gite, il tutto secondo il tenore di vita dei propri genitori) e, da un punto di vista assistenziale, la presenza fisica e la partecipazione ai momenti importanti della sua quotidianità (comprendendo le visite periodiche e l’affetto necessario a un sano sviluppo psicofisico). 

Il minore ha diritto alla cosiddetta bigenitorialità, ossia a crescere con entrambi i genitori e di mantenere con essi rapporti affettivi stabili e sinceri. Sicché, ciascun genitore deve contribuire a garantire al figlio un contatto costante anche con l’altro.

La legge lascia liberi i genitori, in prima battuta, di trovare un accordo circa la misura del mantenimento che ciascuno dei due dovrà versare per il figlio. Ciò si risolve in un assegno mensile che il genitore non convivente versa all’altro, quello cioè con cui il figlio convive. Questo assegno può essere pagato direttamente al giovane solo su sua richiesta e una volta compiuti i 18 anni. 

L’assegno di mantenimento mensile copre solo le spese ordinarie, quelle cioè per il vitto, l’alloggio e tutto ciò che può essere preventivato in partenza. Invece, quanto alle spese straordinarie, come quelle mediche, scolastiche e i viaggi, queste sono sostenute di volta in volta da entrambi i genitori secondo una percentuale (di norma il 50%) concordata dagli stessi.

Potrebbe però succedere che l’accordo tra padre e madre naufraghi. In tal caso, sarà il giudice a determinare la misura dell’assegno di mantenimento che il genitore non convivente dovrà versare all’altro, determinando così la partecipazione alle spese ordinarie e a quelle straordinarie.

Che succede se la madre può mantenere da sola il figlio?

Dall’obbligo di mantenimento che spetta in capo ad entrambi i genitori deriva l’impossibilità, per uno dei due, di sottrarsi a tale dovere anche se l’altro dovesse, da solo, avere le risorse per provvedervi. Sia il padre che la madre, in proporzione alle proprie capacità economiche, devono fare di tutto per mantenere il figlio e prestargli assistenza morale e materiale, non potendosi così defilare per nessuna ragione.

Anche laddove uno dei due abbia capacità economiche sufficienti per badare al figlio, l’altro dovrà ugualmente far ricorso ai propri mezzi per prestare la propria parte. 

Lo stato di disoccupazione non è sufficiente per evitare di versare il mantenimento, tant’è vero che numerosi giudici hanno condannato il padre senza lavoro per violazione degli obblighi familiari. Per poter sottrarsi a tale dovere è infatti necessario uno stato di oggettiva impossibilità, che coincide con l’assenza di qualsiasi reddito (anche di natura immobiliare) e l’incapacità di procurarselo. L’ipotesi tipica è quella del nullatenente che non ha alcun bene intestato, ha dimostrato di aver cercato lavoro e di non esservi riuscito; che vive in affitto; che non ha soldi da parte, neanche sul conto corrente. Oppure è l’ipotesi dell’uomo che, per una grave patologia, non è più in grado di lavorare. Nell’incapacità dei genitori di provvedere ai figli devono provvedervi i nonni.



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