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Cos’è una start up

24 Settembre 2020 | Autore: Daniele Nuzzolese
Cos’è una start up

Differenze tra contesti aziendali tradizionali e nuove imprese. Cosa sono gli incubatori e quali altri canali esistono per avviare un’azienda.

Dopo aver fatto una breve ricerca su Google, il motore di ricerca più famoso del mondo, e magari aver messo qualche like ai post delle tue pagine preferite su Facebook, rispondi ai messaggi di WhatsApp dal tuo dispositivo marchiato Apple. Probabilmente, quello che non sai, è che hai appena usufruito dei risultati di quattro società nate come start up. In Italia, faticano a imporsi e, soprattutto, a sopravvivere, ma i frutti della new-economy stanno prendendo piede anche sul nostro territorio nazionale.

Ma cos’è una start up, come nasce e perché risulta essere un faro di speranza per le aziende tradizionali? Per rispondere a queste e altre domande, abbiamo messo a punto un articolo rivolto sia ai giovani dotati di spirito imprenditoriale e che hanno voglia di lanciarsi nel mercato dell’innovazione, sia a imprenditori e professionisti che vogliono far crescere la propria attività. Questa esigenza nasce soprattutto dal tentativo di scardinare alcuni preconcetti che gravano ancora oggi sulla possibilità di avviare una start up.

Cos’è una start up

Il modo migliore per capire cos’è una start up è di ricorrere a un esempio tratto dall’informatica. Così come un PC necessita della fase di avvio per rendere disponibile il sistema operativo, così una start up è la forma di avviamento di una futura azienda.

Il termine start up deriva dal phrasal verb utilizzato in ambito informatico dagli anglofoni per indicare l’avvio di un computer o di qualsiasi altro dispositivo elettronico. Nel 1992, nella Silicon Valley californiana, si iniziò a utilizzare il verbo start up in un’accezione economica, indicando la fase di avvio di una impresa di neo-formazione attiva nel web.

A distanza di 28 anni dalla comparsa di questo nuovo modello aziendale, ancora non esiste una chiara definizione di start up. Tuttavia, al centro dei caratteri tipici delle imprese del nuovo millennio si continuano a porre gli elementi individuati da Steve Blank, imprenditore californiano che per primo ha lanciato la lean start up.

Si definisce start up un’azienda che abbia meno di 5 anni e che sia:

  1. un’attività imprenditoriale;
  2. portatrice di innovazione;
  3. scalabile.

Nel corso degli anni sono sopraggiunte delle interessanti spigolature che hanno reso il mondo delle start up ancora più snelle e, in Italia, il mondo dinamico della giovane imprenditoria è disciplinato dal Decreto Crescita 2.0 [1].

L’attività imprenditoriale delle start up

Fino a qualche decennio fa, si era soliti riferirsi a una start up semplicemente come un’azienda innovativa con meno di 100 dipendenti. Oggi, una descrizione del genere risulta obsoleta, visto che una start up non è necessariamente un’azienda e può anche non essere costituita.

Una start up, quindi, è un’organizzazione temporanea che sfrutta in modo agile e dinamico le potenzialità della tecnologia per far crescere velocemente la propria attività imprenditoriale.

Grazie agli incubatori, uno o più individui possono lavorare in team e proporre una giusta idea per lanciare il proprio business.

Cosa si intende per start up innovative?

Nel novero dei tre criteri validi per fondare una start up, l’innovazione è spesso il punto debole della catena.

Prima di scoraggiarsi, però, è bene approfondire meglio l’argomento, soprattutto perché in Italia il concetto di innovazione è erroneamente connesso al prodotto offerto.

In realtà, l’innovazione può riguardare anche il business model.

La start up della Dollar Shave Club esemplifica al meglio le novità di cui parliamo. Fondata nel 2011 da Mark Levine e Michael Dubin, la società è attiva nella distribuzione di lamette da barba. Nulla di più tradizionale. Questa start up, però, rinnova il modo di accedere a un largo prodotto di consumo maschile. La strategia è di fidelizzare il cliente che, ogni mese, si vede consegnare a domicilio i rasoi di cui ha bisogno mentre il compenso viene prelevato dal conto corrente bancario.

Questo modello di business ha subito attirato l’attenzione di una grossa fetta di investitori privati e, nel 2016, la start up è stata acquistata al prezzo di un miliardo di dollari.

Il business model, però, non necessariamente deve essere chiaro fin dall’atto della fondazione della start up. Se il team di lavoro non ha ancora ben chiaro come fare affari, con la giusta fornitura di servizi può sondare il terreno e mettere a punto la strategia vincente.

Proprio sul modello di attività economica si gioca gran parte della differenza tra start up e azienda classica. Quest’ultima, potendo contare su un business model già conclamato, può accedere ad alcuni aiuti (si pensi ai prestiti bancari) che invece restano preclusi alle organizzazioni temporanee.

Scalabilità delle start up: cosa significa?

Il terzo e ultimo segno particolare della start up è la sua capacità di essere scalabile. Se le aziende di successo del XX secolo hanno fatto del principio edonistico dell’economia il pilastro essenziale dei loro utili o profitti, le start up hanno affinato al massimo questo assioma. Dunque, alle due variabili del “massimo utile” e “minimo sforzo”, se ne aggiunge un terzo: il “minor tempo”.

Una start up è scalabile quando il business model riesce a rompere la correlazione tra guadagno e tempo di lavoro impiegato.

Un esempio lampante ci è offerto dalla start up di Dropbox. In base ai dati forniti dalla società, nel novembre del 2009, questo servizio di file hosting era diffuso tra 3 milioni di utenti, mentre tre anni dopo, Dropbox vantava un’utenza di 100 milioni ed era valutata 7 miliardi di dollari.

Proprio perché sono in grado di offrire prodotti o servizi scalabili, le start up sono costantemente monitorate da quelle forme imprenditoriali tradizionali che mirano alla crescita veloce e al miglioramento dei margini di guadagno.

Come si apre una start up?

Per diventare startupper occorre innanzitutto avere una buona idea progettuale, della quale occorre valutare le potenzialità e sottoporle agli investitori giusti.

Questa è la via più lunga per aprire una start up, mentre il modo più efficace è quello di entrare a far parte di un Business Innovation Center (BIC) meglio noto come incubatore di idee.

Regolamentati nel 2012 [2], gli incubatori sono società di capitali – finanziate dal governo – che offrono una vasta gamma di servizi di supporto alle nascenti start up.

Per cominciare, la neo-organizzazione avrà sede proprio negli spazi fisici dell’incubatore, che, poi, fornirà l’appoggio per mettere a punto un business model vincente, oltre alla consulenza per l’area networking.

Il numero degli incubatori attualmente attivi sul suolo nazionale è di 197 e, tra le mura di questi realizzatori di idee, lavorano mentor e CEO che hanno fatto parte di start up di fama mondiale.

Gli altri canali per aprire una start up

L’attività di co-working svolta dai BIC sopperisce alle difficoltà che un’attività in fase di lancio riscontra nel reperire finanziamenti. Ma gli incubatori non rappresentano l’unica via per ottenere la liquidità necessaria a far partire il progetto.

In linea con l’evoluzione del mondo del lavoro, anche quello degli investimenti è in costante aggiornamento. Senza contare che, grazie al successo globale ottenuto da alcune start up, molti canali, prima preclusi, iniziano a essere accessibili anche per la fase iniziale delle nuove imprese.

Autofinanziamento

Quando la start up utilizza esclusivamente il capitale dei suoi fondatori, parliamo di una fase di bootstrapping. A essere investiti sono i risparmi e le competenze degli startupper, dei loro parenti e degli amici.

In linea di massima, questa forma di autofinanziamento avviene quando il bootstrapper non ha minimamente idea del business model da adottare ma ha una buona quota di denaro da investire e, quindi, non si rende necessario il procacciamento di investitori.

Crowdfunding

Dopo essere stato relegato ai margini dei finanziamenti possibili, anche in Italia il crowdfunding si sta diffondendo a macchia d’olio.

Si tratta di una raccolta fondi collettiva che sfrutta specifiche piattaforme del web e che, a monte, necessita di una campagna di crowdfunding ben strutturata.

Tra newsletter e canali social, è possibile far arrivare la causa della start up a molti piccoli investitori e raccogliere importanti somme di denaro.

Venture Capital

Quando un’azienda si trova nella sua fase start up, non potendo dimostrare la solidità del proprio business model, difficilmente otterrà un prestito bancario. Un rimedio per superare questo scoglio giunge dalle Società di Gestione del Risparmio (SGR), istituti attivi nel campo dell’intermediazione finanziaria.

Alcune SGR presenti in Italia mettono a disposizione un fondo di Venture Capital, cui gli investitori privati possono accedere per finanziare le start up.

Rispetto ai finanziamenti concessi dagli istituti di credito, i Venture Capital sono connotati – per ovvie ragioni – da un più alto tasso di rischio. Per questo motivo, il Venture Capitalist entra a far parte del capitale di rischio della start up, fino a estinzione del debito (o cessione dell’azienda).

Acceleratore

Spesso confuso con l’incubatore, l’acceleratore di start up presenta alcune differenze sostanziali. I programmi di acceleratore sono generalmente rivolti a studenti di scuole secondarie di secondo grado, prevedono servizi educativi e di tutoraggio espressamente rivolti alle nuove forme di imprenditoria.

Inoltre, mentre l’incubatore accoglie più volentieri start up operanti in ambito tecnologico (biotecnologico, finanziario, medico o eco-sostenibile), gli acceleratori si concentrano su una più vasta gamma di prodotti e servizi.

Da quanto emerge lungo questo viatico dedicato alle nuove imprese, la start up è, attualmente, l’unica risposta concreta a un mercato del lavoro stagnante. Questo nuovo modo di fare impresa, agile, dinamico e flessibile, risulta spesso anche caotico. Dunque, prima di cercare investitori e stendere il business plan, è meglio allenare l’attitudine al problem solving.



Di Daniele Nuzzolese

note

[1] Sezione IX, artt. 25-32 L. 179/2012;

[2] Art. 25 co. 5 lett. a-e L. 179/2012;


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