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Tfr: calcolo

29 Novembre 2020
Tfr: calcolo

La legge prevede che, quando cessa un rapporto di lavoro, il lavoratore abbia diritto a ricevere una somma di denaro accantonata nel corso degli anni.

Sei un lavoratore dipendente. Hai deciso di dimetterti dal tuo attuale posto di lavoro e di cambiare professione. Per fare questo passaggio, però, hai bisogno di denaro e vuoi sapere quanto ti spetta a titolo di liquidazione.

Come noto, nel nostro ordinamento, il datore di lavoro deve accantonare annualmente una determinata somma per ogni lavoratore dipendente a titolo di Tfr. Ma qual è il calcolo da effettuare per verificare l’importo spettante a titolo di liquidazione? Il trattamento di fine rapporto può essere calcolato seguendo direttamente i criteri forniti dalla legge. Inoltre, al fine di preservarne il potere d’acquisto, si prevede che le somme accantonate a titolo di Tfr debbano essere rivalutate.

Tfr: che cos’è?

Tfr è l’acronimo di trattamento di fine rapporto. Si tratta di un istituto tipico del diritto del lavoro italiano spesso noto anche come liquidazione o buonauscita.

La funzione del Tfr è consentire al lavoratore, in caso di cessazione del rapporto di lavoro, di poter contare su una somma di denaro accantonata negli anni. Quando un rapporto di lavoro volge al termine, infatti, il lavoratore potrebbe attendere mesi e, a volte, anche anni prima di trovare una nuova occupazione. È dunque importante poter contare su una certa somma di denaro per gestire questa delicata fase della vita del lavoratore.

Tecnicamente, il Tfr può essere definito una retribuzione differita, vale a dire, una porzione dello stipendio spettante annualmente al lavoratore che non viene versata mensilmente ma che viene accantonata e liquidata in un’unica soluzione quando il rapporto di lavoro termina.

Tfr: quando spetta?

La legge prevede che il trattamento di fine rapporto spetta al dipendente in ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato [1]. Ne consegue che il diritto alla liquidazione matura indipendentemente dalla causa che ha portato alla chiusura del rapporto.

Il Tfr spetta, dunque, in caso di:

  • licenziamento;
  • dimissioni;
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro.

Per quanto concerne il momento storico in cui matura il diritto ad esigere il pagamento del Tfr, questo coincide con la data di cessazione del rapporto di lavoro.

Alcuni contratti collettivi di lavoro, tuttavia, prevedono un termine entro il quale il datore di lavoro deve versare al dipendente il Tfr (nella gran parte dei casi si tratta di un termine pari a 30 o 60 giorni). Tale previsione introdotta da alcuni Ccnl tiene conto del fatto che l’azienda, per poter erogare la liquidazione, deve effettuare una serie di calcoli legati, in particolare, alla tassazione da applicare a tale emolumento.

Tfr: come si calcola?

Il trattamento di fine rapporto, come abbiamo detto, viene liquidato alla fine del rapporto di lavoro ma deve essere accantonato annualmente dal datore di lavoro.

La liquidazione si calcola sommando, per ogni anno di servizio presso il datore di lavoro, una quota pari e comunque non superiore all’importo della retribuzione dovuta per quella annualità divisa per 13,5.

La quota viene proporzionalmente ridotta per frazioni di anno. In ogni caso, si computa come mese intero qualsiasi frazione di mese che sia uguale o superiore a 15 giorni.

Per quanto concerne la base di calcolo da utilizzare per l’accantonamento annuale del Tfr, la legge prevede che debbano essere conteggiate tutte le somme erogate al dipendente in dipendenza del rapporto di lavoro a titolo non occasionale con la sola esclusione dei rimborsi spese. I contratti collettivi, tuttavia, possono prevedere che alcune voci retributive restino escluse dal calcolo del Tfr.

Tfr: deve essere rivalutato?

Quando un rapporto di lavoro è molto longevo si pone il tema di preservare il potere di acquisto del Tfr. Infatti, è evidente che una quota di Tfr accantonata molti anni fa perde, nel tempo, il suo potere di acquisto soprattutto se, nelle more, il tasso di inflazione è elevato.

Per evitare tale effetto, la legge prevede che il trattamento di fine rapporto accantonato, con esclusione della quota annuale, debba essere incrementato su base composta al 31 dicembre di ogni anno.

Più nel dettaglio, al trattamento di fine rapporto si deve applicare un tasso costituito dal 1,50 % in misura fissa e dal 75% dell’incremento dell’indice dei prezzi di consumo rilevato dall’Istat rispetto al mese di dicembre dell’anno precedente. In questo modo, l’accantonamento del Tfr mantiene, nel tempo, il suo potere di acquisto.


note

[1] Art. 2120 cod. civ.


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