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Luogo di lavoro: definizione

4 Dicembre 2020
Luogo di lavoro: definizione

Il contratto di assunzione deve prevedere la sede nella quale il lavoratore deve recarsi per rendere la prestazione lavorativa.

Sei stato assunto per lavorare presso la sede aziendale vicino alla tua abitazione. Hai accettato il posto di lavoro anche perché ti permetteva di rimanere vicino casa. Il datore di lavoro ti ha comunicato che devi lavorare in una nuova sede di lavoro. Vuoi sapere come puoi tutelare i tuoi diritti e se puoi rifiutare il trasferimento.

Uno degli elementi essenziali del contratto individuale di lavoro è il luogo di lavoro. Spesso, tuttavia, sfugge qual è la definizione di sede di lavoro. Come vedremo, in realtà, si tratta di un aspetto molto importante nel rapporto di lavoro e il datore di lavoro può modificare il luogo di lavoro solo a fronte di comprovate esigenze aziendali che devono essere dimostrate.

Luogo di lavoro: cos’è?

Molto spesso, inseguire il lavoro dei propri sogni significa trasferirsi in un luogo molto lontano da quello in cui si è nati e cresciuti. Si tratta di un compromesso troppo arduo per molte persone che decidono di rinunciare alla professione per la quale hanno studiato perché non vogliono abbandonare le proprie radici.

Questa premessa ci fa capire quanto sia importante il luogo di lavoro previsto dal contratto di assunzione. Spesso, infatti, il lavoratore si decide ad accettare una proposta di lavoro proprio a causa delle sede di lavoro.

Ma che cos’è il luogo di lavoro? Con questa locuzione ci si riferisce al luogo in cui il lavoratore deve rendere la prestazione di lavoro prevista dalla lettera di assunzione.

Frequentemente, la sede di lavoro coincide con un’unità produttiva aziendale ma può anche accadere che il lavoratore debba lavorare da casa e, allora, il luogo di lavoro sarà il suo domicilio. In ogni caso, il contratto di lavoro deve indicare in modo specifico la sede di lavoro.

Luogo di lavoro: può essere modificato?

La sede di lavoro è elemento essenziale in ogni rapporto di lavoro. Modificare la sede di lavoro del dipendente significa, in molti casi, incidere profondamente sulla sua vita personale e familiare.

Un lavoratore che ha trovato lavoro nei pressi della propria città di residenza ed ha comprato la propria abitazione prendendo un mutuo. Se il dipendente viene trasferito in un luogo di lavoro che si trova a centinaia di chilometri da quello attuale, la sua vita deve essere completamente ripensata.

Le modifiche della sede di lavoro si distinguono per la natura permanente o temporanea del cambiamento del luogo di lavoro. In particolare, la trasferta si ha quando al lavoratore viene richiesto, temporaneamente, di svolgere la propria attività di lavoro in un luogo diverso da quello indicato nel contratto di assunzione.

La trasferta implica un cambiamento solo momentaneo e non definitivo.

Il trasferimento, invece, si ha quando il datore di lavoro modifica strutturalmente la sede di lavoro del dipendente.

Considerato il forte impatto del trasferimento, la legge [1] consente al datore di lavoro di modificare unilateralmente la sede di lavoro del dipendente solo se sussistono comprovate esigenze organizzative, tecniche e produttive aziendali.

Trasferimento: può essere rifiutato?

Quando un lavoratore riceve una lettera di trasferimento ad un’altra sede di lavoro si chiede immediatamente se deve accettare passivamente questa modifica delle condizioni contrattuali oppure può agire per tutelare i suoi diritti.

Secondo la giurisprudenza maggioritaria, il dipendente deve, nell’immediato, rispettare l’ordine di trasferimento intimato dal datore di lavoro e prendere servizio nella nuova sede di lavoro.

Se, però, ritiene che il trasferimento sia illegittimo, ossia privo delle esigenze aziendali richieste dalla legge, può impugnarlo di fronte al giudice del lavoro e chiedere che venga dichiarato illegittimo.

Se, invece, il risentimento ha la meglio e il lavoratore decide di rifiutare il trasferimento e di non prendere servizio nel nuovo luogo di lavoro egli rischia conseguenze disciplinari importanti, sino al licenziamento. Infatti, se alla data di trasferimento, il lavoratore non si presenta nella nuova sede, il datore di lavoro può considerarlo assente ingiustificato e, dopo un certo numero di giorni, può scattare il licenziamento per giusta causa.

La gran parte dei contratti collettivi prevede la sanzione disciplinare del licenziamento dopo 3 giorni di assenza ingiustificata.


note

[1] Art. 2103 cod. civ.


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