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Reperibilità

29 Novembre 2020
Reperibilità

Il lavoratore ha diritto a non essere disturbato oltre l’orario di lavoro a meno che non abbia uno specifico obbligo di essere rintracciabile.

Lavori come meccanico riparatore per le ferrovie. Nel contratto di lavoro hai letto che se il datore di lavoro ti comunica che sei reperibile devi rispondere alle chiamate anche oltre la fine dell’orario di lavoro. Vuoi sapere cosa rischi se non ti fai trovare durante la reperibilità. Una delle principali conquiste ottenute, nel tempo, dai lavoratori è la previsione di un orario di lavoro massimo giornaliero.

Il linea generale, dunque, quando il turno è terminato, il lavoratore non deve ricevere chiamate di lavoro e non è tenuto a rispondere al datore di lavoro. La situazione cambia se il contratto di lavoro prevede un obbligo di reperibilità. In questo caso, infatti, quando il lavoratore è reperibile deve essere sempre rintracciabile nella fascia oraria di reperibilità. Se disattende questo impegno rischia di ricevere conseguenze disciplinari anche molto severe.

Reperibilità: che cos’è?

La reperibilità può essere definita come l’obbligo del lavoratore di mettersi in condizione di essere immediatamente rintracciato, al di fuori del proprio turno di lavoro, al fine di svolgere una eventuale prestazione lavorativa e di recarsi, in un breve lasso di tempo, nel luogo di lavoro per svolgere l’attività richiesta.

La chiamata in reperibilità, da parte del datore di lavoro, si giustifica generalmente con la presenza di ragioni di urgenza non differibili.

Si pensi, ad esempio, ad un addetto alle riparazioni delle ferrovie a cui si richiede di essere reperibile in quanto la società potrebbe aver bisogno di una persona su cui contare nell’ipotesi di guasti notturni che devono essere prontamente risolti.

Esiste, di solito, un nesso tra la natura dell’attività lavorativa svolta dal lavoratore e la reperibilità.

Non stupisce, infatti, che un simile obbligo sia molto frequente in tipologie di attività come:

  • professioni sanitarie;
  • lavoratori addetti alla manutenzione di impianti e macchinari;
  • Vigili del fuoco.

Dal punto di vista giuridico, la reperibilità non è parte dell’obbligazione principale del lavoratore. Quest’ultimo, infatti, è obbligato a lavorare solo durante l’orario di lavoro previsto nel contratto di assunzione e per il quale riceve la relativa retribuzione.

L’obbligo di reperibilità costituisce, dunque, una prestazione accessoria e strumentale rispetto alla prestazione di lavoro principale.

Reperibilità: quando è prevista?

Non esiste una regola generale dalla quale discende l’obbligo di reperibilità.

Trattandosi di una prestazione accessoria rispetto all’obbligazione lavorativa, la reperibilità è prevista solo se il contratto individuale di lavoro o il Ccnl la prevedono. In questo caso, quando il lavoratore firma la lettera di assunzione, accetta anche la possibilità di essere messo nei turni di reperibilità e di dover, in tale ipotesi, rispettare le conseguenti obbligazioni.

Indennità di reperibilità: cos’è?

Come abbiamo detto, la reperibilità è un’obbligazione ulteriore rispetto a quella principale che caratterizza il contratto di lavoro. Ne consegue che tale obbligo accessorio assunto dal dipendente non trova il proprio corrispettivo nello stipendio mensile e deve essere remunerato con un emolumento ad hoc detto indennità di reperibilità. Tale somma di denaro può essere dunque definita come la controprestazione economica, a carico del datore di lavoro, erogata al lavoratore in cambio del servizio di reperibilità.

Questa indennità è disciplinata, generalmente, dalla contrattazione collettiva o dal contratto individuale, a seconda della fonte che ha previsto la reperibilità.

I Ccnl possono prevedere che il compenso spettante al lavoratore a titolo di indennità di reperibilità sia escluso dalla base di calcolo del trattamento di fine rapporto [1].

La legge [2], infatti, affida ai Ccnl la possibilità di escludere alcune voci retributive dal computo del Tfr.

Mancata risposta in reperibilità: quali conseguenze?

Se il lavoratore viene inserito nei turni di reperibilità, in quanto esiste un preciso obbligo in tal senso previsto dalla contrattazione collettiva o dal contratto individuale, e non risponde alla chiamata del datore di lavoro rischia di ricevere una contestazione disciplinare. La mancata risposta, infatti, costituisce una violazione di un obbligo che il lavoratore si è assunto e che può provocare dei danni anche gravi al datore di lavoro.

Ricevuta la contestazione disciplinare il lavoratore avrà cinque giorni di tempo per presentare le sue giustificazioni.

Se, tuttavia, non sarà in grado di fornire esaustive spiegazioni che facciano emergere la sua buona fede e il fatto che la mancata risposta non è a lui rimproverabile, il lavoratore rischia di essere licenziato per giusta causa. Tale condotta, infatti, può essere tale da compromettere del tutto la fiducia dell’azienda nei suoi confronti.


note

[1] Pret. Torino 02.10.1988.

[2] Art. 2120 cod. civ.


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