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Violazione del decoro architettonico: ricorso in Cassazione

25 Settembre 2020
Violazione del decoro architettonico: ricorso in Cassazione

Inutile arrivare in Cassazione se uno dei condomini lede l’estetica del fabbricato: sul punto, decide il giudice di merito.     

Immaginiamo che in un condominio, uno dei condomini decida di realizzare una canna fumaria e di ancorarla alla facciata dell’edificio.

Immaginiamo che il regolamento di tale condominio consenta l’installazione di canne fumarie a condizione però che non deturpino il decoro architettonico.

Immaginiamo infine che, da tale situazione, ne nasca una controversia e che, sia in primo che in secondo grado, i giudici ordinino al condomino la rimozione della canalina. Sicché, quest’ultimo decide di fare un ultimo tentativo in Cassazione.

Che chance avrebbe di riuscire a vincere il giudizio? Poche, se non nessuna. Difatti, per la violazione del decoro architettonico non è ammesso il ricorso in Cassazione. A dirlo è la stessa Cassazione con una recente ordinanza [1]. Cerchiamo di capirne il senso.

Quando è ammesso il ricorso per Cassazione

Si dice che la Cassazione non è un giudice di merito ma di diritto. Il che, tradotto in termini comuni, significa che non può andare a rivedere i fatti e rivalutare le prove, ma deve solo giudicare dell’interpretazione della legge fatta dal magistrato di primo e di secondo grado. Insomma, la Suprema Corte accerta solo che alla legge sia stato dato il significato che essa effettivamente ha e non uno diverso.

Le valutazioni sul merito quindi sfuggono al cosiddetto “sindacato della Cassazione”, non possono cioè costituire oggetto di ricorso in “terzo grado”.

Cos’è il decoro architettonico?

Si parla spesso di decoro architettonico ma nessuna norma ne definisce il significato. Né esiste un elenco delle opere che, con certezza, possono compromettere “la bellezza dell’edificio”. Spesso, ritroviamo questo concetto anche all’interno del regolamento condominiale, ma, anche in questo caso, il più delle volte, non viene chiarito quando e come il decoro architettonico possa subire una violazione.

La giurisprudenza ha pertanto individuato una definizione di decoro architettonico più concreta: si tratta dell’insieme delle linee originarie del palazzo per come disegnate dall’iniziale costruttore. Tutto ciò che costituisce un “pugno nell’occhio” rispetto all’iniziale armonia è una violazione del decoro architettonico.

Si tratta dell’estetica complessiva data dall’insieme delle linee e delle strutture ornamentali che conferisce un’armoniosa fisionomia ed un’unica impronta all’aspetto dell’edificio [2] ossia «deve intendersi l’estetica del fabbricato data dall’insieme delle linee e delle strutture che connotano lo stabile stesso e gli imprimono una determinata, armonica fisionomia ed una specifica identità» [3].

In questo senso, il decoro architettonico è un concetto che vale per qualsiasi tipo di palazzo, da quelli storici a quelli metropolitani, da quelli del centro a quelli di periferia privi di particolare rilievo architettonico.

L’estetica non è prerogativa dei palazzi di pregio [4] e può trovarsi in ogni edificio nel quale possa individuarsi «una linea armonica, sia pure estremamente semplice, che ne caratterizzi la fisionomia» [5].

I problemi del decoro architettonico

Nonostante gli sforzi della giurisprudenza di individuarne i confini, il concetto di decoro architettonico resta piuttosto astratto e tirato in ballo in assemblea per contrastare il vicino di casa.

Proprio perché non è facile stabilire quali siano gli elementi che determinano una violazione del decoro architettonico, la giurisprudenza ritiene che la valutazione dell’eventuale alterazione debba essere svolta caso per caso in base alle caratteristiche specifiche dell’edificio [6]. Spetta, però, al giudice stabilire cosa deturpa l’estetica dell’edificio e cosa invece può considerarsi tutto sommato armonioso.

Valutazione della violazione del decoro architettonico

Sulla scorta di tale principio, spetta solo al giudice di primo e secondo grado la valutazione dell’eventuale violazione del decoro architettonico di un edificio. Fatta tale valutazione, la Cassazione dovrà prenderne solo atto e non potrà riformulare il giudizio. Ecco perché è del tutto inutile presentare ricorso alla Suprema Corte se, sia in primo che in secondo grado, non si è ottenuto ragione.

Questa la conclusione a cui è giunta la Cassazione con l’ordinanza in commento. Gli Ermellini sottolineano un principio di fondo: la valutazione sulla violazione del decoro architettonico dell’edificio, traducendosi su una “valutazione di fatto”, rientra esclusivamente nella competenza del giudice di merito e non può essere contestata in sede di legittimità. Mediante il ricorso in Cassazione la parte non può dolersi del fatto che il giudice d’Appello non abbia seguito le indicazioni ed i pareri espressi dal consulente tecnico d’ufficio nominato appositamente per valutare l’impatto estetico della canna fumaria o di qualsiasi altro intervento che abbia deturpato l’estetica della facciata condominiale.

Quando la canna fumaria è vietata

Ai sensi dell’articolo 1102 del Codice civile, ciascun condomino può usare le parti comuni dell’edificio, ivi compresa la facciata, a condizione che non ne alteri la destinazione d’uso, che non impedisca agli altri condomini un pari uso, che l’opera non arrechi pregiudizio alla statica ed alla sicurezza dell’edificio e che non venga alterato il decoro architettonico (articolo 1122 del Codice civile).


note

[1] Cass. ord. n. 19858/20 del 22.09.2020.

[2] Cass., sez. II, 25 gennaio 2010, n. 1286

[3] Cass. Sez. II civ., 16 gennaio 2007, n. 851

[4] Cass., Sez. II civ., 24 aprile 2013, n. 10048.

[5] Cass., Sez. II civ., 4 aprile 2008, n. 8830.

[6] Cass., 10 dicembre 1979, n. 6397.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza 16 – 22 settembre 2020, n. 19858
Presidente Lombardo – Relatore Scarpa
Fatti di causa e ragioni della decisione
R.E. e I.R. hanno presentato ricorso, articolato in unico motivo, avverso la sentenza n. 181/2019 della Corte d’appello di Messina, depositata in data 13 marzo 2019.
Resistono con controricorso R.T. , R.V. , R.C. , R.M. e Ri.Vi.Ca.
La Corte di Messina ha confermato la sentenza n. 252/2012 resa in primo grado dal Tribunale di Patti, con cui era stato ordinato a R.E. e I.R. di rimuovere la canna fumaria da loro appoggiata sul lato est dell’edificio condominiale di (omissis) . I giudici di secondo grado hanno fatto riferimento agli artt. 1102 e 1107 ed all’art. 7 del regolamento condominiale, il quale impedisce l’installazione di canne fumarie che deturpano il decoro del fabbricato. Dissentendo dalle valutazioni del CTU, ad avvisao del quale l’edificio in questione non avrebbe alcun pregio estetico, e perciò la canna fumaria non sembrava lesiva del decoro architettonico, la Corte d’appello ha affermato che, nonostante i precedenti interventi praticati sul fabbricato, già pregiudizievoli delle linee e delle simmetrie dello stesso, non poteva consentirsi la installazione della nuova canna fumaria da parte di R.E. e I.R. , trattandosi di un “grosso tubo di acciaio, non mascherato da rivestimento” con un evidente “gomito di raccordo”, che corre per la metà superiore della facciata principale, fuoriuscendo dalla pensilina del vano scale. Tale canna fumaria creerebbe, secondo i giudici del merito una “considerevole stonatura del prospetto”, come più dettagliatamente argomentato a pagine 9 della sentenza impugnata.
L’unico motivo di ricorso di R.E. e I.R. denuncia la violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e dell’art. 1120 c.c., nonché il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa la sussistenza dell’alterazione del decoro architettonico dell’edificio imputabile alla canna fumaria, non avendo la Corte d’appello esplicitato le ragioni per cui aveva ritenuto non attendibile la CTU espletata in primo grado.
Su proposta del relatore, che riteneva che il ricorso proposto potesse essere dichiarato manifestamente infondato, con la conseguente definibilità del ricorso nelle forme di cui all’art. 380 bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 5), il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.
I ricorrenti hanno presentato memoria ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., comma 2.
Il Collegio ritiene che il ricorso debba essere dichiarato inammissibile.
La censura si connota come una sollecitazione al complessivo riesame della situazione di fatto accertata dai giudici del merito. Sono inammissibili le censure di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, in quanto l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, ha introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). I ricorrenti, quindi, nel rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, avrebbero dovuto indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”. Non integrano, pertanto, il vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 le considerazioni svolte nel motivo del ricorso, che si limitano a contrapporre una diversa ricostruzione dei fatti, ovvero una diversa valenza delle risultanze istruttorie, invitando la Corte di legittimità a svolgere un nuovo giudizio sul merito della causa.
La sentenza della Corte d’appello di Messina contiene le argomentazioni rilevanti per individuare e comprendere le ragioni, in fatto e in diritto, della decisione, sicché neppure sussiste la ipotizzata nullità ex art. 132, comma 2 c.p.c., n. 4. L’appoggio di una canna fumaria al muro comune perimetrale di un edificio condominiale, come accertato nel caso in esame, individua una modifica della cosa comune conforme alla destinazione della stessa, che ciascun condomino – pertanto può apportare a sue cure e spese, sempre che non impedisca l’altrui paritario uso, non rechi pregiudizio alla stabilità ed alla sicurezza dell’edificio, e non ne alteri il decoro architettonico; fenomeno – quest’ultimo – che si verifica non già quando si mutano le originali linee architettoniche, ma quando la nuova opera si rifletta negativamente sull’insieme dell’armonico aspetto dello stabile, a prescindere dal pregio estetico che possa avere l’edificio. La relativa valutazione spetta al giudice di merito (e risulta congruamente compiuta alle pagine 8 e 9 della sentenza impugnata, avendo riguardo a dimensioni, consistenza e tipologia del manufatto), rimanendo insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. Sez. 2, 31/07/2013, n. 18350; Cass. Sez. 2, 11/05/2011, n. 10350; Cass. Sez. 2, 10/05/2004, n. 8852; Cass. Sez. 2, 16/05/2000, n. 6341). Neppure può attribuirsi alcuna influenza, ai fini della tutela prevista dall’art. 1102 c.c., al grado di visibilità delle innovazioni contestate, in relazione ai diversi punti di osservazione dell’edificio, ovvero alla presenza di altre pregresse modifiche non autorizzate (Cass. Sez. 2, 16/01/2007, n. 851).
È comunque inammissibile l’invocazione del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 per sostenere la preferibilità delle conclusioni del CTU in punto di “non alterazione del decoro architettonico” ad opera della canna fumaria installata. Il motivo di ricorso è volto a devolvere alla Corte di cassazione le critiche mosse alla mancata adesione da parte dei giudici del merito alle risultanze della consulenza d’ufficio ed alle prospettazioni della consulenza di parte (critiche che comunque si sostanziano in semplici allegazioni difensive a contenuto tecnico), pur non essendosi la Corte d’appello di Messina limitata a dissentire immotivatamente dalle conclusioni della relazione peritale, visto che nella sentenza impugnata sono spiegate le ragioni del convincimento raggiunto dai giudici e della mancata adesione alle conclusioni prospettate dall’ausiliare.
Spetta, peraltro, al giudice di merito esaminare e valutare le nozioni tecniche o scientifiche introdotte nel processo mediante la CTU, e dare conto dei motivi di consenso, come di quelli di eventuale dissenso, in ordine alla congruità dei risultati della consulenza e delle ragioni che li sorreggono. Tale valutazione è compiutamente esplicitata nella sentenza della Corte d’appello e non può essere sindacata in sede di legittimità invocando dalla Corte di cassazione, come auspicano i ricorrenti, un accesso diretto agli atti e una loro delibazione, in maniera da pervenire ad una nuova validazione e legittimazione inferenziale dell’adesione prestata dal giudice di merito ai risultati dell’espletata consulenza tecnica d’ufficio.
Si consideri, inoltre, come il giudice è maggiormente vincolato nella motivazione dell’eventuale dissenso dalle conclusioni peritali nel caso in cui le stesse abbiano esposto frequenze statistiche direttamente rilevanti per l’accertamento del fatto litigioso; mentre certamente minore è l’assolutezza dell’inferenza induttiva generalizzante con riguardo alle scienze idiografiche, qual è appunto l’architettura, la quale non poggia su leggi generalizzabili, ma studia oggetti singoli.
Consegue la declaratoria di inammissibilità del ricorso, regolandosi le spese del giudizio di cassazione secondo soccombenza in favore dei controricorrenti nell’importo liquidato in dispositivo.
Sussistono i presupposti processuali per il versamento – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per l’impugnazione, se dovuto.
P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna in solido i ricorrenti a rimborsare ai controricorrenti le spese sostenute nel giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 3.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.


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