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Un lavoratore autonomo ha diritto alla disoccupazione?

1 Dicembre 2020 | Autore: Daniele Nuzzolese
Un lavoratore autonomo ha diritto alla disoccupazione?

Le recenti modifiche in seno all’indennità di disoccupazione. Quando si può richiedere la Naspi o la Dis-coll? Le direttive europee in tema di universalizzazione del diritto al lavoro. 

Hai una partita Iva e non sai se puoi chiedere l’indennità di sostentamento? Quando si dice che il lavoro in proprio è più irto di difficoltà rispetto a una posizione subordinata, non si afferma nulla di nuovo. Soprattutto per un contesto lavorativo come quello italiano, sono tempi difficili per i possessori di partita Iva, che si acuiscono nei periodi di scarsa offerta.

Per far fronte alla mancanza temporanea di lavoro, lo Stato ha messo a punto un sistema previdenziale che tuteli l’individuo dal rischio di indigenza. Ma queste forme assicurative sono davvero valide per tutti e, soprattutto, anche un lavoratore autonomo ha diritto alla disoccupazione? Il tema, oltre a essere attualissimo, è spinoso non solo perché tira in ballo le condizioni di bisogno in cui un cittadino può trovarsi, ma anche perché apre il divario tra Italia ed Europa.

Se, da un lato, abbiamo una comunità che spinge verso la parificazione dei diritti, dall’altro, abbiamo un Governo che fatica ad accettare questa posizione. In questo articolo, affrontiamo il rapporto esistente tra lavoro autonomo e disoccupazione con l’intento di rispondere a quanti abbiano necessità di un sussidio statale in attesa di trovare un nuovo impiego.

Cos’è l’indennità di disoccupazione

Prima di addentrarci nei meandri dei sussidi previdenziali, occorre anzitutto fermare il significato di disoccupazione, da intendersi esclusivamente come perdita involontaria del lavoro.

Tra le casistiche in cui una situazione del genere può verificarsi, vanno annoverati:

  • il licenziamento;
  • le dimissioni per giusta causa e per maternità;
  • le diverse tipologie di risoluzioni consensuali (per conciliazioni obbligatorie o per trasferimento).

Con la riforma del diritto del lavoro, avviatasi nel 2014 e proseguita per tutto l’anno successivo, l’allora Governo Renzi ha intenzionalmente perseguito l’obiettivo di appianare le differenze tra il lavoratore autonomo e quello subordinato.

Per raggiungere tale risultato, tra i contenuti di quello che ormai tutti conoscono come Jobs Act, si è pensato anche di riformulare l’indennità di disoccupazione. Questa, dopo essere passata da sussidio di disoccupazione non agricola ad Assicurazione sociale per l’impiego (Aspi) con la riforma Fornero [1], è finalmente approdata alla Nuova assicurazione sociale per l’impiego (Naspi) [2].

Dal 1° maggio 2015, i lavoratori subordinati che hanno perso la posizione lavorativa per motivi estranei alla propria volontà possono accedere alle forme assicurative contro la disoccupazione. Questo aspetto previdenziale fa capo alla Gestione prestazioni temporanee ai lavoratori dipendenti insieme a tutte quelle garanzie sociali dotate di carattere di temporaneità (assegni familiari, Fondo di garanzia per il trattamento di fine rapporto, maternità etc.).

Secondo la normativa che disciplina il trattamento Naspi, nel grande bacino del lavoro subordinato sono da includere:

  • i giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni che abbiano avuto un contratto di apprendistato;
  • soci di cooperative;
  • personale artistico;
  • dipendenti delle pubbliche amministrazioni con contratto a tempo determinato.

A un primo sguardo, parrebbe proprio che i lavoratori autonomi non possono accedere alla disoccupazione. Ma è davvero così?

La Naspi spetta al lavoratore autonomo?

In base all’interpretazione della normativa vigente [3], per i lavoratori autonomi scatterebbe il regime decadenziale [4] perché iscritti a casse Ago (Assicurazione generale obbligatoria) non gestite all’Inps. Questo significa che la loro contribuzione, nel corso del tempo, non viene riversata nella Gestione prestazioni temporanea ai lavoratori dipendenti.

È dunque questo lo scoglio fondamentale che preclude la Naspi ai lavoratori indipendenti. Ma cosa succede se si passa da un regime lavorativo autonomo puro a uno subordinato misto? Questa condizione si presenta quando, accanto a un impiego subordinato, il soggetto percepisca anche introiti derivanti da lavoro indipendente.

Anche in questo caso la Naspi è inaccessibile ai lavoratori autonomi? Nel 2017 è intervenuto lo stesso Istituto nazionale della previdenza sociale a chiarire meglio la situazione, prevedendo la compatibilità della Naspi con alcune tipologie di attività lavorativa e di reddito [5].

Nello specifico, viene reso noto che il libero professionista ha diritto alla Naspi se richiede il versamento della prestazione in forma anticipata e in un’unica soluzione. In questo modo, si aggira il mancato versamento nell’assicurazione previdenziale gestita dall’Inps e si ha diritto alla disoccupazione.

Altre condizioni per accedere alla Naspi

Dichiarata all’Inps la volontà di accedere al trattamento in un’unica soluzione, occorrerà dimostrare allo stesso istituto di essere in possesso di un altro requisito. Nell’anno di erogazione della Naspi il percettore deve aver maturato un reddito o un compenso da lavoro autonomo pari o inferiore ai 4800 € [6]. Gli importi superiori a questa soglia fanno scattare la decadenza.

È sul valore comunicato all’ente previdenziale nazionale che si calcola l’indennità di disoccupazione, pari all’80% del reddito derivante dall’attività lavorativa autonoma.

Rimanendo sempre in tema di commistione tra lavoro subordinato e autonomo, è possibile ottenere la disoccupazione solo se negli ultimi 4 anni sono stati versati, nelle casse dell’Inps, almeno 13 settimane di contributi da lavoro dipendente. Inoltre, nell’anno riferito a quello in cui si percepisce la Naspi, occorre avere all’attivo almeno 30 giorni di lavoro dipendente.

Il docente part-time con contratto in scadenza che svolge anche mansioni autonome può presentare richiesta di Naspi a patto che i compensi del lavoro in proprio non superino i 4800 €. Di contro, un artigiano che contestualmente occupi una posizione di socio amministratore all’interno di una snc, difficilmente potrà avere accesso all’indennizzo di disoccupazione.

Come richiedere la Naspi

La domanda di Naspi va presentata esclusivamente per via telematica. I canali esclusivi, quindi, sono:

  1. il portale Inps, accedendo alla sezione MyInps: in questo caso, il servizio è disponibile solo se si è in possesso di un pin rilasciato dall’ente nazionale oppure un’identità spid;
  2. chiamando il Contact Center dedicato;
  3. rivolgendosi ai patronati o agli intermediarti dell’istituto.

In ogni caso, la domanda deve pervenire, pena l’esclusione dal diritto, entro 68 giorni dal momento in cui cessa il rapporto di lavoro. Il limite si riduce a 38 in caso di licenziamento per giusta causa. Tale eventualità, rimanendo nel tema qui esposto, può palesarsi solo se l’individuo è riconosciuto anche come lavoratore subordinato.

Dis-coll e lavoratore autonomo: esiste l’incompatibilità?

Al pari della Naspi, anche la Dis-coll ha fatto il suo ingresso nei fenomeni di tutela previdenziale previsti dal Jobs Act dal 2015 in avanti.

Tuttavia, mentre la sorella maggiore è espressamente riservata ai dipendenti subordinati, la Dis-coll assicura un sussidio nei casi di lavori parasubordinati.

A questo indennizzo di disoccupazione mensile possono accedere soltanto coloro che hanno avuto un contratto di collaborazione coordinata e continuativa, anche a progetto [7]. Recentemente, la norma è stata interpretata in un’ottica più inclusiva, permettendo l’erogazione della Dis-coll anche ad assegnisti e dottorandi di ricerca con borsa.

Al di là di questa differenza tra soggetti aventi diritto alla Nuova Assicurazione Sociale e quelli che invece possono richiedere la disoccupazione per attività di collaborazione, il discrimine più evidente tra le due indennità va ricercato altrove. La Dis-coll, infatti, va intesa in senso peggiorativo rispetto alla Naspi, sia come ammontare di indennizzo, sia come durata della forma di tutela.

L’ammontare mensile complessivo della Dis-coll ammonta al 75% del reddito medio mensile, se tale reddito è inferiore a 1221,44€. Se il reddito medio mensile è superiore, è prevista un’aggiunta del 25%. Tale percentuale si applica sul risultato che si ottiene sottraendo 1221,44€ al reddito medio mensile effettivamente percepito. In qualunque caso, il tetto massimo della Dis-coll è di 1328,76 €.

Come abbiamo visto, la Naspi è preclusa a un lavoratore autonomo, a meno che questi, soddisfatti i requisiti già detti, non goda anche di un impiego subordinato. In questo caso, oltre a percepire l’indennità di disoccupazione, il soggetto autonomo potrà continuare a mantenere aperta la propria partita Iva. Diverso il caso del lavoratore autonomo che ottenga anche un contratto co.co.co. In questo caso, per fare domanda di Dis-coll , la partita Iva deve essere chiusa, seppur temporaneamente, pena la decadenza del diritto alla disoccupazione.

Le modalità di accesso a questo sussidio sono le stesse già evidenziate per la Naspi.

Lavoratore autonomo o subordinato: verso il superamento delle differenze

Come abbiamo già visto ad apertura di articolo, le attuali forme previdenziali volte alla copertura degli stati di disoccupazione sono il tentativo di allinearsi a direttive europee [8]. In particolare, quello che si tenta di fare, è di avvicinare sempre più la figura del lavoratore dipendente a quella del lavoratore autonomo, anche dal punto di vista previdenziale.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, nel 2017, si è espressa a favore di un cittadino della comunità europea, ex lavoratore autonomo, che, trasferitosi in Irlanda, chiedeva di accedere ai sussidi di disoccupazione lì previsti. Mentre i giudici irlandesi negavano tale diritto, la Corte di Giustizia ha invece posto le basi dell’universalizzazione del lavoro, sia esso subordinato o autonomo.

Purtroppo, l’Italia è indietro rispetto alla possibilità di uniformare i diritti previdenziali, tant’è che alla sentenza UE non ha fatto seguito alcuna forma di tutela, se non quelle previste dalla Naspi e Dis-coll.

L’esistenza di tale giudizio resta comunque un valido appiglio per tutti quei lavoratori autonomi che, preclusa la possibilità di ottenere la disoccupazione, vogliano muoversi a tutela dei propri diritti. Il risvolto negativo, però, è che una battaglia del genere richiederebbe un notevole esborso in termini di tempo e, soprattutto, di denaro.



Di Daniele Nuzzolese

note

[1] L. 92/2012.

[2] D. Lgs. n. 22 del 4.03.2015.

[3] Art. 10 co. 2 del D. Lgs. 22/2015.

[4] Art. 24 L. 88/1989.

[5] Circ. n. 174 del 23.11.2017.

[6] Art. 13 Tuir.

[7] Art. 15 D. Lgs. 22/2015.

[8] Corte di Giustizia dell’Unione Europea, causa 442/16 del 2017.


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