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Espropriazione illegittima se mancano i termini di inizio e fine delle opere

2 dicembre 2013


Espropriazione illegittima se mancano i termini di inizio e fine delle opere

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 dicembre 2013



Stop all’espropriazione se la dichiarazione di pubblica utilità non chiarisce i termini entro cui verranno eseguiti e finiranno i lavori; insufficiente il richiamo al progetto o alla convenzione di lottizzazione.

Si può espropriare un terreno per realizzare una strada, ma i termini per avviare e concludere le opere pubbliche devono esser definiti e certi fin dall’inizio della procedura: altrimenti l’esproprio è illegittimo. È questo il principio elaborato dalla Sezioni unite della Cassazione venerdì scorso [1].

La vicenda

Alcuni privati lamentavano di aver perso un’area occupata abusivamente da una strada: l’opera, prevista da una convenzione di lottizzazione, non era stata, infatti, preceduta da una specifica indicazione di un progetto e, soprattutto, non erano mai stati definiti i termini temporali per l’esecuzione e l’ultimazione degli espropri.

Termini certi

Secondo la Suprema Corte, in materia di esecuzione di opere pubbliche la proprietà privata può essere espropriata solo se il programma dell’amministrazione ha termini certi, relativi all’inizio e compimento delle procedure di esproprio.

Se tali termini vengono violati, ossia se decorrono inutilmente senza che l’opera venga eseguita o l’espropriazione ultimata con il passaggio di proprietà, viene meno la pubblica utilità dell’opera e l’area va restituita al precedente proprietario.

Nel caso in cui i termini fissati si rivelino insufficienti, prima della loro scadenza possono essere prorogati con una idonea motivazione (ad esempio per difficoltà di esecuzione). Invece, se i termini sono già scaduti, l’espropriazione è illegittima e il privato ha diritto al risarcimento del danno.

Nel caso in cui le opere pubbliche abbiano uno specifico progetto approvato (una strada, un canale ecc.) i termini per l’esproprio e l’ultimazione dei lavori sono facilmente individuabili negli atti progettuali. Al contrario, quando le singole opere pubbliche sono inserite in disegni più ampi (che comprendono edifici, urbanizzazioni, parchi, parcheggi, ecc.) diventa più complesso individuare in quale provvedimento amministrativo inserire i termini per le espropriazioni. La difficoltà sorge anche a causa dell’incertezza sui tempi dei finanziamenti e quindi sull’effettiva eseguibilità dei lavori.

Per opere pubbliche, quindi, inserite in tali contesti più ampi, i termini per le espropriazioni sono desumibili dall’atto di pianificazione generale. Ma se il contesto generale è a sua volta indefinito, e da esso non si evincono i termini dell’iter, l’espropriazione diventa illegittima.

In pratica, la dichiarazione di pubblica utilità che precede l’espropriazione del terreno ben può indicare i termini del completamento dell’iter e della relativa opera rinviando, ad esempio, alla delibera del Comune o alla convenzione di lottizzazione; al contrario è nulla se il richiamo non consente di desumere, con chiarezza, quando deve ritenersi che i lavori dovranno presumibilmente cominciare e finire.

note

[1] Cass. S.U. sent. n. 26778 del 29.11.2013.

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