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Le Guide Come si fa un contratto: dalle trattative alla firma. Truffe per attivazione di servizi mai richiesti

Le Guide Pubblicato il 18 dicembre 2013

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> Le Guide Pubblicato il 18 dicembre 2013

Ecco tutte le fasi della stipula di un accordo, orale o scritto; nel caso di attivazione di servizi mai richiesti si parla di pratica commerciale scorretta e il silenzio del cliente non può mai essere interpretato come accettazione della prestazione medesima.

Come noto, si arriva alla firma di un contratto dopo una fase, più o meno lunga, di trattative. Ciò salvo quando si ha a che fare con grosse catene di venditori o fornitori di servizi (si pensi alle società di telefonia o di fornitura luce e gas) che, per esigenze di uniformità dei rapporti con clienti, predispongono dei moduli uguali per tutti.

Nel corso di tale fase, le parti restano libere di scegliere se concludere o meno il contratto: non sono quindi obbligate a firmare ugualmente l’accorso sul quale stanno lavorando. L’unico obbligo ad esse richiesto è di comportarsi secondo buona fede [1]. Diversamente, si incorre in una forma di responsabilità (chiamata, dai giudici, “responsabilità precontrattuale”).

Quando si conclude ufficialmente il contratto?

La conclusione dell’accordo coincide generalmente con l’istante in cui le parti si intendono definitivamente vincolare; il che può coincidere con:

– un atto formale (per esempio: la firma, in caso di contratto redatto per iscritto, ma anche la simbolica stretta di mano, in caso di contratto orale);

– oppure con un comportamento concludente (per esempio, nel caso di spesa al supermercato, il caricare gli oggetti presi dagli scaffali sul bancone della cassiera).

In generale, si può dire che il contratto si considera ufficialmente concluso quando l’accettazione dell’acquirente sia giunta a conoscenza del destinatario venditore. Il che rileva soprattutto quando le parti abbiano concluso il contratto con strumenti di comunicazione “a distanza”: per esempio con un ordine inviato tramite fax, email, telegramma e così via.

La proposta e l’accettazione

Due sono pertanto gli aspetti fondamentali per la formazione di un contratto: la proposta da un lato e l’accettazione dall’altro.

Ma questa fusione dove e quando avviene? Secondo la dottrina e la giurisprudenza prevalenti si ritiene che l’incontro delle volontà si realizza solo quando le parti raggiungano l’accordo su tutti gli elementi, tanto principali quanto secondari o accessori.

Questo principio si attenuta in caso di un contratti preliminari (si pensi a quelli per la vendita di un immobile), per il cui perfezionarsi è sufficiente l’accordo su tutti gli elementi principali della vendita, potendo le parti rimettere al contratto definitivo la regolamentazione degli elementi accessori.

L’indirizzo prevalente considera comunque concluso il contratto, in presenza di un testo contenente tutti gli elementi fondamentali, ossia:

– indicazioni delle parti

– indicazione dell’oggetto del contratto

– indicazione del prezzo

– indicazione del tipo di contratto da firmare (per esempio: se il bene oggetto dell’accordo è una “casa” è necessario anche specificare se essa sarà concessa a titolo di affitto, oppure sarà venduta, o sarà donata, o sarà concessa in comodato, ecc.).

Ai fini della sussistenza dell’accordo, non occorre che la volontà negoziale sia manifestata contestualmente e in un unico documento; il contratto, infatti, si può ritenere perfezionato anche qualora le sottoscrizioni siano contenute in documenti diversi e cronologicamente differenti, se il giudice di merito ritiene che il secondo documento è inscindibilmente collegato al primo.

Primario requisito dell’accettazione è tuttavia la necessaria conformità dell’accettazione alla proposta.

L’esecuzione del contratto prima dell’accettazione

La normale sequenza proposta-accettazione trova una deroga nel caso – concesso dalla legge – di esecuzione del contratto prima della formale accettazione.

Si pensi al caso di chi utilizzi il bene offerto in vendita prima ancora di pagarlo o prima ancora di formalizzare ufficialmente la propria volontà a concludere il contratto. È il caso, per esempio, di un self service, dove la gente può liberamente accedere e cominciare a consumare i pasti, fermo restando l’obbligo di pagare il ticket all’uscita. O ancora il caso delle discoteche dove si entra con il cosiddetto “obbligo di consumazione”. In tal caso, la volontà di concludere il contratto si manifesta già solo col comportamento concludente di cominciare a usufruire della prestazione (la serata in discoteca), rinviando ad un momento successivo il pagamento del corrispettivo (la consumazione obbligatoria).

I contratti a distanza

Nell’ambito della contrattazione a distanza – solitamente concretizzatasi in un banale contatto telefonico – estremamente frequente è l’ipotesi in cui ignari utenti si vedono recapitare lettere aventi a oggetto l’attivazione di prodotti asseritamente convenienti, ma in concreto mai domandati.

È chiaro che la semplice lettera mediante la quale la società di telefonia comunica l’attivazione di un determinato servizio oppure una variazione tariffaria non può valere né come accettazione né come avviso dell’iniziata esecuzione. In questi casi, infatti, manca l’incontro delle volontà tra le parti, in quanto tutto proviene solo dall’offerente.

Né si può invocare, come giustificazione, il silenzio da parte del consumatore. Infatti, il silenzio può costituire una valida manifestazione di volontà solo quando sia accompagnato da comportamenti inequivoci, poiché al contrario e da solo non può mai integrare gli effetti del tacito assenso.

È, perciò, nullo per mancanza di accordo il contratto di utenza telefonica avente a oggetto servizi opzionali a pagamento, mai espressamente richiesti. Il divieto si estende a qualsiasi fornitura non domandata, anche se ispirata a fini meramente promozionali, quali l’invio di omaggi o campioni gratuiti.

A ogni modo, l’aver definito una fornitura non richiesta come pratica commerciale scorretta fa sì che il consumatore non sia tenuto ad alcuna restituzione di quanto gli sia stato dato a fini promozionali.

In un’era sempre più consumistica come la nostra, un’impresa non può certamente inventarsi ordini assolutamente mai pervenuti, salvo incorrere in condotte commercialmente scorrette. Con la conseguenza che il consumatore è legittimato a trattenere quanto gli sia stato offerto a fini promozionali. 

note

[1] Art. 1337 cod. civ.

Autore foto: 123rf.com 


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