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I titoli nobiliari e la Costituzione

27 Settembre 2020 | Autore:
I titoli nobiliari e la Costituzione

Cosa è cambiato per la nobiltà italiana dopo l’avvento della Repubblica? È possibile ancora appellarsi “principe” o “conte” e che valore hanno questi titoli nel nostro ordinamento giuridico?

La gerarchia nobiliare, sorta in epoca feudale, inizialmente ebbe specifiche funzioni politico-giurdiche. Infatti, rappresentò il modo attraverso il quale il sovrano riusciva a controllare le diverse forze che avevano un qualche potere sul territorio. I titoli nobiliari, tramandati per diritto ereditario, furono riconosciuti a tutti gli effetti dallo Stato italiano fino all’entrata in vigore della Costituzione, quando persero ogni valore giuridico, rimanendo solo come semplici titoli onorifici.

Quale sia oggi il rapporto tra i titoli nobiliari e la Costituzione è facile da dirsi: per effetto della stessa i primi non costituiscono più contenuto di un diritto e non conservano alcuna rilevanza giuridica. Non sono più riconosciuti dall’ordinamento giuridico italiano e il loro uso è indifferente di fronte al nostro Stato il quale non accorda ad essi la sua protezione.

Conseguentemente nessun organo statale, sia amministrativo sia giudiziario, può attribuire ufficialmente titoli nobiliari né gli aventi diritto possono adire le vie legali al fine di ottenere una sentenza che accerti la spettanza di un titolo nobiliare.

Cos’era il titolo nobiliare

Nell’ordinamento monarchico, il titolo nobiliare costituiva un diritto soggettivo ed era anche un segno distintivo della persona. Indicava l’appartenenza ad una famiglia nobile, la quale lo aveva acquistato in virtù di meriti speciali, riconosciuti con atto sovrano. L’uso del titolo nobiliare da parte degli appartenenti a quella famiglia veniva tutelato al pari dell’uso del cognome.

Pertanto, erano consentite le azioni civili dirette ad impedire che altri lo adoperassero impropriamente oppure lo usurpassero. In tal caso, l’abuso era punito penalmente. Erano consentite, altresì, le azioni civili aventi ad oggetto l’accertamento giudiziale del titolo nobiliare attraverso un procedimento amministrativo che si svolgeva dinanzi alla Consulta Araldica.

Cos’era la Consulta Araldica

La Consulta Araldica era un collegio, istituito durante il Regno d’Italia (1869), con il compito di dare pareri al Governo sui titoli nobiliari, gli stemmi ed altre onorificenze pubbliche. Tale organo ha cessato di esistere di fatto dopo l’avvento della Repubblica e la successiva abrogazione costituzionale dei titoli nobiliari. Tuttavia, solo nel 2008, è stata approvata una legge che l’ha abrogata esplicitamente e, pertanto, è stata definitivamente soppressa.

Quali erano i titoli nobiliari

Secondo quanto previsto da un Regio Decreto del 1943 (l’ultimo Ordinamento dello stato nobiliare) [1], i titoli nobiliari erano in ordine decrescente:

  • principe;
  • duca;
  • marchese;
  • conte;
  • visconte;
  • barone;
  • signore;
  • cavaliere ereditario;
  • patrizio;
  • nobile di determinate città.

A partire dal 1943, tali ultimi titoli non poterono essere più concessi ma vennero solo riconosciuti agli aventi diritto se derivanti da antiche concessioni. In effetti, i titoli di visconte, signore e cavaliere ereditario non vennero mai conferiti dai re d’Italia dopo l’unificazione.

Com’era organizzata la gerarchia nobiliare

Secondo i canoni dell’onomastica nella gerarchia nobiliare il titolo più elevato dopo il re era il principe. A seguire, venivano tutti gli altri per come già sopra indicati.

La parola principe deriva dal latino princeps e significa primo tra pari. Entrò nell’uso comune solo nell’età moderna, cioè nella fase successiva all’epoca medievale, per indicare la monarchia. In Italia molte famiglie furono insignite nel tempo del titolo di principe come ad esempio i Savoia, principi reali, i Cybo Malaspina di Massa e Carrara e i Boncompagni Ludovisi di Piombino, principi sovrani, i Gonzaga di Vescovato, principi del Sacro Romano Impero. Oltre al capofamiglia, tutti i rappresentanti, sia maschi sia femmine, di famiglie di principi sovrani e reali ebbero diritto al titolo di principe.

La parola duca deriva da dux dei romani, ovvero condottiero, ed indicava i capitani d’armata e coloro che si distinguevano nella milizia. A lungo, in Italia, si discusse se tale titolo nobiliare andasse equiparato a quello di principe considerato che, nella storia, la superiorità di ciascuno di essi si era alternato con l’altro secondo i tempi e gli stati, senza che si potesse accertare una effettiva preminenza del titolo di principe su quello di duca. La soluzione adottata fu che come titolo nobiliare, quello di principe dovesse precedere quello di duca anche in armonia con la tradizione delle principali monarchie europee (vedi Gran Bretagna e Spagna).

Il marchese o margravio, per i Paesi di lingua tedesca, era il titolare di una provincia di confine dell’Impero, appunto la marca. Con la frammentazione delle marche tra gli eredi, si formarono i marchesati. Nell’epoca medievale, per la funzione di protezione dell’Impero dalle invasioni, i marchesi iniziarono a godere di una considerazione superiore rispetto agli altri feudatari, che consentì loro di beneficiare di una certa autonomia amministrativa e giurisdizionale. Con il tempo la caratteristica del marchesato di essere una provincia di confine andò persa ma, nella gerarchia nobiliare, il marchese mantenne il suo grado intermedio tra il conte e il duca.

Il conte era il possessore di un feudo al quale era annesso il corrispondente tiolo onorifico. Secondo alcuni la parola derivava dal latino comes e serviva ad indicare un ufficiale di corte o un governatore di provincia; per altri, invece, la parola andava intesa come compagno del re, inviato da quest’ultimo a reggere città o territori.

Il visconte era un funzionario dello stato feudale che sostituiva il conte. La carica sorse in epoca carolingia. Successivamente diventò ereditaria e venne inclusa tra i titoli nobiliari.

Inizialmente, il barone era un feudatario cui era annesso il titolo e significava “signore con giurisdizione”. A partire dall’età moderna il titolo venne concesso anche senza connessione con un feudo.

Il titolo di signore indicava genericamente i proprietari di terre non sottoposte a vincolo feudale e, soprattutto in Sicilia, era appoggiato su cariche ed altri benefici.

Il titolo nobiliare di cavaliere ereditario, in Italia, venne concesso nei territori soggetti alla dominazione austriaca o spagnola, prevalentemente in favore di tutti i maschi di una famiglia.

I titoli di patrizio e di nobile si ponevano nel gradino più basso della scala nobiliare. In particolare quest’ultimo spettava anche agli insigniti di qualsiasi altro titolo.

Quali erano i principi generali del diritto nobiliare

Un principio fondamentale del diritto nobiliare era quello dell’esclusione della successione per linea femminile, accolto e codificato dagli Ordinamenti dello stato nobiliare del 1929 e del 1943. Anche l’ultima legge nobiliare del Regno d’Italia aveva ribadito il principio della successione per linea maschile.

Pertanto, i titoli, i predicati e gli attributi nobiliari non potevano essere trasmessi per linea femminile. Alle femmine spettavano i titoli nobiliari e i predicati durante lo stato nubile mentre in quello matrimoniale esse potevano farne uso solo applicando il titolo nobiliare al cognome di nascita preceduto dal qualificativo “nata”.

Se il duca Bianchi aveva due figli, un maschio ed una femmina, al maschio spettava il titolo di duca e poteva trasmetterlo ai suoi discendenti, mentre alla femmina spettava il titolo di duchessa ma solo durante il nubilato. Una volta sposata, lei poteva farne uso solo specificando il cognome di nascita preceduto dal qualificativo nata e, comunque, il titolo non veniva trasmesso ai suoi figli.

I titoli concessi o riconosciuti come trasmissibili per primogenitura maschile si trasmettevano solo in favore del primogenito maschio.

Se il conte Verdi (titolo primogeniale) aveva tre figli, solo al primogenito maschio spettava il titolo di conte e questi, poi, lo tasmetteva al figlio maschio primogenito; agli altri due figli spettava il titolo di nobile dei conti.

Altro principio generale del diritto nobiliare era che i titoli ed i trattamenti nobiliari si trasmettevano solo attraverso la filiazione legittima e naturale. La trasmissione dei titoli nobiliari non si attuava in favore dei figli adottivi e dei figli naturali anche se riconosciuti. Ai fini nobiliari, ai figli legittimi erano equiparati solo quelli legittimati per susseguente matrimonio.

A seguito dell’entrata in vigore della Costituzione e della conseguente perdita di valore giuridico dei titoli nobiliari, le norme contenute nell’ultimo ordinamento dello stato nobiliare italiano hanno cessato di avere valore giuridico. Tuttavia, possono ritenersi ancor oggi valide come consuetudine sociale-nobiliare oltre a potersi utilizzare per regolare la complessa materia della trasmissione dei titoli nobiliari.

Qual è il rapporto tra i titoli nobiliari e la Costituzione italiana

La Costituzione italiana non ha riconosciuto i titoli nobiliari [2]. Il disconoscimento, però, non ha comportato l’abolizione o la soppressione degli stessi. Ciò significa da un lato che ne è consentito l’uso pubblico o privato da parte di chi ne è investito, dall’altro che i pubblici ufficiali hanno il dovere di omettere ogni indicazione del titolo nobiliare negli atti da essi formati.

Inoltre, nessun soggetto, sebbene legittimamente investito di un titolo nobiliare, può pretendere di vedersi attribuito il titolo nobiliare a lui spettante sia negli atti pubblici (ad esempio nella carta di identità o nel passaporto) sia in quelli privati (vedi in un contratto di locazione o di compravendita di un immobile).

Poiché l’ordinamento giuridico italiano non riconosce valore giuridico ai titoli nobiliari, l’uso di un titolo nobiliare di pura fantasia, cioè che non è stato mai concesso all’utilizzatore da alcuna fons honorum, non costituisce un illecito penale come tale sanzionabile da alcun organo statale. Una situazione simile si verifica anche per i titoli nobiliari di nuova concessione, cioè quei titoli che derivano da fons honorum che ancora oggi concedono titoli nobiliari con o senza predicato.

In cosa consiste la “cognomizzazione” dei predicati nobiliari

I predicati nobiliari sono dei particolari attributi che possono essere aggiunti ad un titolo nobiliare o ad un cognome al fine di meglio specificarlo; essi consistono nella preposizione “di”, seguita dall’appellativo di una località geografica oppure di una carica o di una impresa.

La norma contenuta nella Costituzione che ha disconosciuto i titoli nobiliari, ha introdotto un precetto innovativo nella nostra legislazione: quello dello “cognomizzazione” dei predicati già connessi ai titoli nobiliari. Infatti, la Costituzione se da un lato ha ritenuto incompatibile con le nuove esigenze democratiche, la conservazione dei titoli nobiliari al fine di non rafforzare i privilegi derivanti dalla nascita, dall’altro ha voluto tutelare l’aspetto relativo alla conservazione del patrimonio storico-familiare italiano. In tale ottica il predicato nobiliare ha mantenuto rilevanza giuridica come segno distintivo della persona, utile alla sua esatta individuazione.

Se chiunque, per meglio specificare la propria condizione familiare, può aggiungere al proprio il cognome di un suo ascendente, all’insignito di un titolo nobiliare con predicato è stato costituzionalmente riconosciuto il diritto di chiedere l’enunciazione del predicato medesimo come completamento del nome.

Per ottenere la cognomizzazione dei predicati nobiliari è prevista un’azione contenziosa ordinaria nei confronti del Pubblico Ministero dell’Ufficio Araldico presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e degli eventuali contro interessati [3].

La cognomizzazione del predicati nobiliari può essere ottenuta solo con riferimento ai predicati su cui poggiano quei titoli nobiliari esistenti prima del 28 ottobre 1922 e riconosciuti prima dell’entrata in vigore della Costituzione.


note

[1] R.D. n. 651/1943 abrogato dal D.L. n. 112/2008, conv. in L. n. 133/2008.

[2] XIV disposizione transitoria della Costituzione, la quale recita “I titoli nobiliari non sono riconosciuti; i predicati di quelli esistenti prima del 28 ottobre 1922 valgono come parte del nome (…) La legge regola la soppressione della Consulta Araldica”.

[3] Circolare n. 10/2008 del Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali, Direzione Centrale per i Servizi Demografici, Area III, Stato Civile, del Ministero dell’Interno del 3 settembre 2008.


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