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Spetta l’assegno all’ex che ha rinunciato al lavoro?

28 Settembre 2020
Spetta l’assegno all’ex che ha rinunciato al lavoro?

Il coniuge divorziato che sceglie di rimanere a casa per prendersi cura dei figli ha diritto a percepire un contributo economico.

Tu e tuo marito avete divorziato. Ti sei sposata giovanissima, quando avevi una lunga carriera davanti a te. Lavoravi, infatti, presso un’azienda specializzata in sistemi di sicurezza. Dopo circa un anno di matrimonio, però, sei rimasta incinta del tuo primo figlio. Da quel momento, hai deciso di prenderti una pausa dal lavoro per dedicarti alla famiglia. Subito dopo, è arrivato il secondo bambino e così non hai più ripreso a lavorare. Ora, ti ritrovi sola con due ragazzini da crescere e senza uno stipendio. Ma in casi del genere, l’ex che ha rinunciato al lavoro ha diritto a percepire l’assegno divorzile? Devi sapere che quando due coniugi si lasciano, colui che ha un reddito superiore ha l’obbligo di corrispondere all’altro un contributo periodico per il suo sostentamento. Il presupposto è che il coniuge beneficiario versi in stato di bisogno, in quanto incapace di mantenersi da solo. Nel valutare l’entità dell’assegno, il giudice dovrà tener conto, tra le varie cose, anche dell’apporto economico e personale dato da ciascuno alla conduzione familiare e al patrimonio comune o personale. Se l’argomento ti interessa, allora non perdere altro tempo e prosegui nella lettura.

Assegno di mantenimento e di divorzio: qual è la differenza?

Prima di scendere nel dettaglio e trattare l’argomento principale di questo articolo, voglio spiegarti la differenza che c’è tra l’assegno di mantenimento e l’assegno di divorzio. Nel primo caso, si tratta di un contributo che il coniuge economicamente più forte deve corrispondere all’altro dopo la separazione e prima del divorzio. Lo scopo è quello di appianare le disparità di reddito esistenti tra i coniugi durante la crisi matrimoniale in quanto sussiste comunque l’obbligo di reciproca assistenza materiale. Nel secondo caso, invece, si tratta di un contributo che può essere riconosciuto all’ex coniuge che, dopo la fine del matrimonio, venga a trovarsi in una situazione di difficoltà tale da non poter provvedere autonomamente al proprio sostentamento. Pensa, ad esempio, alla donna che dopo il divorzio è costretta ad inserirsi nuovamente nel mondo del lavoro, ma ha già un’età avanzata.

L’assegno divorzile, così come quello di mantenimento, può essere erogato mensilmente oppure – su accordo delle parti – in un’unica soluzione (con la conseguenza poi che il beneficiario non potrà avanzare altre pretese).

Come viene calcolato l’assegno di divorzio?

Fin qui abbiamo detto, in buona sostanza, che l’assegno di divorzio spetta all’ex coniuge privo, non per sua colpa, di autonomia economica. Per tale ragione si tratta di una misura assistenziale e compensativa. Ma come viene calcolato questo contributo? Ebbene, ci sono una serie di parametri che consentono al giudice di stabilire una somma equa che dovrà essere riconosciuta al coniuge in stato di bisogno. In particolare, occorre tener conto:

  • della durata del matrimonio: in pratica, se l’unione coniugale ha avuto vita breve, allora l’importo da corrispondere all’ex sarà in misura ridotta;
  • l’età del richiedente e le ragioni oggettive che non gli permettono di provvedere autonomamente al proprio sostentamento: ad esempio, se l’ex coniuge è malato e non può lavorare;
  • il motivo che ha determinato la fine del matrimonio;
  • il contributo personale ed economico dato da ciascun coniuge alla conduzione della vita familiare e al patrimonio personale o comune;
  • le condizioni dei coniugi: pensa, ad esempio, all’ex marito che ha formato un’altra famiglia con la nuova compagna.

Naturalmente, non verrà riconosciuto alcun assegno all’ex coniuge qualora il matrimonio sia finito esclusivamente per colpa sua oppure lo stesso inizi una convivenza con un’altra persona o ancora si rifiuti di andare a lavorare nonostante la giovane età.

Spetta l’assegno all’ex che ha rinunciato al lavoro?

Partiamo con un esempio pratico.

Cinzia e Marco decidono di sposarsi. Nonostante una carriera avviata come architetto in uno studio importante, Cinzia ha scelto di lasciare il lavoro per restare a casa e dedicarsi alla crescita e all’educazione dei tre figli. Dopo circa 15 anni di matrimonio, però, la coppia divorzia.

Come puoi notare nell’esempio che ti ho riportato, Cinzia ha contribuito alla conduzione della vita familiare ed al patrimonio comune scegliendo di rimanere a casa per occuparsi dei figli. Tale aspetto, infatti, è considerato dal giudice ai fini del riconoscimento dell’assegno divorzile, in quanto la donna ha sacrificato la sua carriera, consentendo invece al marito di crescere dal punto di vista lavorativo, quindi ha diritto a percepire il contributo economico. Inoltre, la giurisprudenza precisa che «la disponibilità della donna a fare un passo indietro rispetto alla realizzazione personale non può essere confusa con una scelta di comodo» [1].

Ovviamente, chi richiede l’assegno dovrà provare la propria condizione di non autosufficienza economica, non limitandosi, però, a produrre la dichiarazione dei redditi. In sede di divorzio, infatti, il giudice può andare oltre e fondare il proprio convincimento su altre circostanze, come ad esempio lo svolgimento di lavoro irregolare da parte dell’ex coniuge.

In conclusione, chi richiede l’assegno dovrà dare prova:

  • di non avere alcuna formazione o l’età per lavorare. È chiaro che, ad esempio, la donna di 50 anni difficilmente potrà inserirsi nel mondo del lavoro;
  • delle eventuali condizioni di salute precarie che gli impediscono di lavorare;
  • che pur avendo l’età per trovare un impiego non è riuscito nell’intento.

note

[1] Cass. sent. n. 939/2020 del 25/09/2020.


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