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Mantenimento alla ex: cosa fare se rifiuta il lavoro

27 Settembre 2020
Mantenimento alla ex: cosa fare se rifiuta il lavoro

Revisione delle condizioni di divorzio: per cancellare l’assegno divorzile bisogna dimostrare che l’ex coniuge ha sprecato un’occasione che lo potesse rendere indipendente dal punto di vista economico.

L’assegno di mantenimento all’ex coniuge non deve essere una rendita parassitaria, ma un mezzo di assistenza per garantire a quest’ultimo l’indipendenza economica. Non sono parole di un ex marito condannato a versare mezzo stipendio alla moglie, ma della stessa Cassazione che, il 10 maggio 2017, ha dato il più grosso scossone della sua storia al concetto di alimenti dovuti in caso di divorzio.

Da allora, nulla è più come prima: le aule dei tribunali, prima di riconoscere l’assegno di mantenimento, verificano se il richiedente è in grado di mantenersi da sé, non solo con un reddito attuale, ma anche potenziale. In altre parole, se il coniuge più “povero” è ancora giovane, non ha patologie invalidanti, ha una formazione e non dimostra di aver tentato – seppur invano – di rendersi autonomo, allora il sussidio gli viene categoricamente negato. “La meritevolezza”: è ciò che il giudice verifica prima di concedere il mantenimento.

Ma che succede se l’ex coniuge, avendo ottenuto gli alimenti, inizia a cullarsi nella propria condizione di “mantenuto” e non si impegna nel cercare un’occupazione che lo possa rendere libero e indipendente anche da un punto di vista economico? In caso di mantenimento alla ex: cosa fare se rifiuta il lavoro?

Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Mantenimento all’ex: si può perdere?

Una volta che il giudice ha riconosciuto l’assegno di mantenimento a uno dei due coniugi, la sua sentenza, se non impugnata, diventa definitiva. Ma ciò non vuol dire che valga in eterno. L’efficacia della pronuncia perdura finché le condizioni economiche dei due non cambiano.

Se, invece, interviene un mutamento delle condizioni reddituali è sempre possibile rimettere in gioco le decisioni del tribunale.

Così, ad esempio, se la moglie che percepisce l’assegno dovesse ottenere un posto di lavoro o una promozione, l’ammontare del mantenimento potrebbe essere rivisto e, addirittura, cancellato. Al contrario, se è l’uomo a subire un deterioramento della condizione economica (si pensi a un pensionamento o a una malattia), questi potrebbe sempre ricorrere al giudice per chiedere una revisione (al ribasso) delle condizioni del divorzio.

Per ottenere una modifica dei provvedimenti di divorzio, è sufficiente ripetere lo stesso iter che si è compiuto per la separazione e il divorzio: bisogna cioè rivolgersi a un avvocato che, sentita la controparte, valuta prima se sia possibile un accordo transattivo e, in caso contrario, procedere a depositare un ricorso in tribunale.

Nel corso dell’eventuale giudizio, il giudice verifica se le ragioni per le quali si chiede una revisione del mantenimento siano sopravvenute rispetto alla sua precedente pronuncia. Se così non fosse, non è possibile chiederne la modifica.

In caso contrario, ne valuta l’incidenza sulle condizioni reddituali delle parti e poi decide se accettare o meno l’istanza.

L’ex moglie può rifiutare un lavoro?

Il lavoro nobilita l’uomo. Ma in alcuni casi non solo: esso è indispensabile per renderlo autonomo e indipendente. Sicché, chi rifiuta un lavoro non può poi campare sulle spalle degli altri. Questo vale, ad esempio, coi figli che non possono stare sempre a carico del padre e della madre; sicché, se a 30 anni passati sono ancora disoccupati per inerzia o se, ancor prima, rinunciano ad offerte di assunzione perdono il mantenimento.

Lo stesso discorso vale per l’ex coniuge che percepisce l’assegno di mantenimento: poiché – come detto dalla Cassazione – il mantenimento non è una rendita parassitaria, chi lo percepisce deve comunque fare di tutto – nei limiti delle sue possibilità – per rendersi indipendente. Il che si traduce nella ricerca incessante di un posto di lavoro o comunque di un guadagno. Insomma, l’ex coniuge che percepisce il mantenimento non può rinunciare a un lavoro senza una valida ragione e, se lo fa, perde il diritto agli alimenti.

Che succede se l’ex moglie rifiuta un posto di lavoro?

Se l’ex coniuge rifiuta un posto di lavoro corrispondente alle sue capacità e compatibile con le sue condizioni di salute può perdere l’assegno di mantenimento. Tale misura economica infatti, come anticipato ad inizio articolo, spetta solo se il richiedente dimostra di esserne meritevole. E la meritevolezza si misura anche in questo modo.

Sicché, colui che versa il mantenimento, sapendo che l’ex ha rinunciato a un posto di lavoro senza che ve ne fossero valide ragioni, può rivolgersi al proprio avvocato (o può richiedere il gratuito patrocinio) affinché promuova in tribunale un giudizio di revisione dell’assegno divorzile. Questo giudizio sarà rivolto non già alla diminuzione ma alla definitiva cancellazione del contributo economico.



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6 Commenti

  1. Se mio marito mi chiedesse di rinunciare al mio lavoro, io non gli permetterei mai di intromettersi nelle mie scelte e di dirmi quello che devo fare. Non rinuncerei al mio lavoro. Assolutamente! A parte che ognuno deve trovare la propria dimensione e c’è chi è fatta per fare la casalinga e chi desidera lavorare per cui un uomo se ama davvero non può mettere bocca su certe scelte di vita. E poi magari si arriva al divorzio e la donna che ha rinunciato per il bene della famiglia si trova vecchia e senza lavoro, costretta ad accettare un lavoro qualsiasi pur di mantenersi

  2. La mia ex moglie non ha mai voluto saperne di lavorare. Si è cullata sul fatto che io avessi un lavoro stabile e remunerativo e lei ha fatto la bella vita. Ci mancherebbe, sono il primo che ha sempre desiderato il meglio per lei. Peccato che lei si è fatta pure l’amante mentre io le permettevo certi lussi lavorando tutto il giorno… Ora, visto che ancora può lavorare, le ho detto di darsi una mossa dopo la separazione e attivarsi perché non è detto che il nuovo compagno la tratti come ho fatto io con i miei soldi

  3. La mia ex crede che dopo aver ottenuto dal giudice l’assegno di mantenimento, può dormire su sette cuscini. Le ho detto che è tenuta a cercare un’occupazione che la renda autonoma. mica posso camparla a vita. Giusto?

    1. Lo deve fare solo se ha le condizioni di salute adeguate (non deve essere totalmente inabile al lavoro) e l’età per essere ancora appetibile sul piano occupazionale (secondo le ultime sentenze della Cassazione, sotto i cinquant’anni si è ancora giovani per trovare un impiego). Il mantenimento infatti è solo una misura di sostegno in attesa di raggiungere l’autosufficienza economica. Per cui, la donna che è nelle condizioni di lavorare e, ciò nonostante, non si cura di trovare un posto o, magari, rifiuta le proposte avanzate dalle aziende o non si presentarsi ai colloqui, non va più mantenuta. L’ex marito, dunque, può presentare un ricorso in tribunale affinché il giudice riveda le condizioni di separazione o divorzio.

  4. Ho scoperto che la mia ex moglie lavora in nero e si intasca il mantenimento…Dimostrare il lavoro in nero non è semplice proprio perché non c’è alcun documento che ne comprovi l’esistenza e lo stipendio viene versato in contanti. Cosa posso fare?

    1. La giurisprudenza non richiede all’uomo una prova, completa e puntuale, del rapporto di lavoro irregolare dell’ex. Il giudice può basare la propria decisione sulla base di presunzioni, ossia indizi. E questi potrebbero essere dati dal tenore di vita che conduce la donna: tenore dato, ad esempio, dal canone di affitto, dai viaggi (documentati dalle foto postate sui social), dall’acquisto di una nuova auto, dalla disponibilità di beni di lusso, ecc. In più, il tribunale, su istanza di parte, può disporre gli accertamenti della polizia tributaria, delegando quindi le autorità ad eseguire un accertamento sulla posizione reddituale del soggetto in questione. Vengono così delegate indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita. In verità, la polizia tributaria non svolge, di norma, delle vere e proprie investigazioni, ma si limita a produrre in tribunale tutto ciò che risulta formalmente documentato al fisco, e che non sia stato depositato in giudizio. Il giudice non è obbligato a disporre le indagini con la polizia tributaria; può farlo solo se sussistono sufficienti indizi di non coincidenza tra il reddito dichiarato e quello effettivamente percepito. Ecco perché l’onere della prova spetta sempre al marito che deduca la presenza di un lavoro in nero in capo all’ex moglie. Una pratica da sempre utilizzata per scoprire stipendi segreti è il controllo tramite pedinamento che, per la Cassazione, non è vietato se non sfocia in una vera e propria molestia. Il pedinamento è rivolto a procurarsi la documentazione fotografica della presenza del soggetto in questione sempre presso la stessa ditta, osservando determinati orari di lavoro. Tale attività viene svolta anche da agenzie investigative le cui risultanze sono ritenute lecite dalla giurisprudenza e possono costituire fonte di prova in giudizio se non opportunamente contestate dalla controparte.

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