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Reintegrazione del possesso: da quando decorrono i termini?

1 Ottobre 2020 | Autore:
Reintegrazione del possesso: da quando decorrono i termini?

Azione di spoglio: entro quanto tempo va proposta? Da quale momento decorre il termine per proporre l’azione possessoria se lo spoglio è avvenuto con più atti?

Le cause nei tribunali italiani sono lunghe e costose. A volte, esasperati dalle eccessive formalità e lungaggini, ci si vorrebbe fare giustizia da soli, evitando di andare davanti al giudice. L’ordinamento giuridico, per fortuna, per andare incontro alle esigenze di chi ha bisogno di una tutela immediata, ha previsto alcune azioni legali che consentono di ottenere una veloce soddisfazione delle proprie ragioni, senza la necessità di fornire prove rigorosissime della propria legittimazione. Si tratta delle azioni possessorie, cioè di quelle che tutelano il possesso in quanto tale, come situazione di fatto che si crea tra una persona e una cosa. L’azione possessoria principale è quella di reintegrazione o di spoglio. Per poterla esercitare, però, occorre agire tempestivamente. Da quando decorrono i termini per la reintegrazione del possesso?

Sin da subito, possiamo dire che l’azione di reintegrazione del possesso può essere esercitata solamente entro un anno dall’avvenuto spoglio. Cosa significa? Vuol dire che il possessore di un bene (mobile o immobile che sia) può agire in tribunale per chiedere al giudice la restituzione di ciò che aveva solamente entro un anno da quando ha perso il possesso della cosa a causa della condotta di un’altra persona. Non sempre, però, è facile capire quando effettivamente sia avvenuto il fatto che ha comportato la privazione del possesso. Si tratta di un aspetto molto importante per poter calcolare esattamente il termine a partire dal quale comincia a decorrere l’anno utile per poter esercitare l’azione di reintegrazione del possesso. Sul punto, si è recentemente espressa la Corte di Cassazione, chiarendo quale sia il momento in cui avviene lo spoglio del possesso in caso di una molteplicità di atti che tolgono la disponibilità del bene all’originario possessore.

Azione di reintegrazione del possesso: cos’è?

La reintegrazione del possesso è quell’azione legale che serve a riacquistare il possesso di una cosa che è stata illegittimamente sottratta.

Si pensi, ad esempio, alla persona che ha recintato una parte di terreno altrui oppure che si è chiusa nella casa di altri: in questi casi, chi aveva precedentemente il possesso del bene può andare dal giudice e chiedere che colui che si è appropriato delle cose le restituisca.

L’azione di reintegrazione è un’azione possessoria, in quanto tutela il semplice possesso e non la proprietà. Cosa significa? Vuol dire che l’azione di reintegrazione può essere esperita anche dalla persona che non sia proprietaria del bene sottratto. L’unica condizione che legittima questa forma di tutela è la privazione del possesso che si vantava sulla cosa.

L’azione di reintegrazione può dunque essere esercitata non solo dal proprietario, ma anche da chiunque disponga ad altro titolo dell’immobile: ad esempio, l’usufruttuario o il conduttore che si trovi in locazione.

Azione di reintegrazione del possesso: caratteristiche

Per ottenere la sentenza di reintegra del possesso occorre dimostrare semplicemente che, prima dell’appropriazione illegittima, si era possessori del bene sottratto: non c’è bisogno pertanto, come accade nell’azione di rivendicazione, di dimostrare di essere proprietari della cosa.

L’azione è caratterizzata da un procedimento celere e urgente perché volto a recuperare la disponibilità del bene senza bisogno di accertarne la titolarità.

Ottenuta la sentenza di reintegra del possesso, se l’occupante si rifiuta ancora di rilasciare l’immobile si dovrà procedere con l’esecuzione forzata: il proprietario dovrà chiedere l’intervento dell’ufficiale giudiziario che, eventualmente, potrà farsi accompagnare dai carabinieri per vincere eventuali resistenze fisiche.

Azione di reintegrazione: da quando decorre il termine?

Secondo la legge [1], chi è stato violentemente od occultamente spogliato del possesso può, entro l’anno dal sofferto spoglio, chiedere contro l’autore di esso la reintegrazione del possesso medesimo.

L’azione di reintegrazione va quindi esercitata entro un anno dalla data dell’avvenuto spoglio, cioè entro un anno dall’avvenuta privazione del bene da parte di chi se n’è appropriato.

Per la precisione, il termine annuale per l’esercizio dell’azione di spoglio comincia a decorrere:

  • dal momento dell’effettiva appropriazione;
  • nel caso di spoglio clandestino (cioè, avvenuto segretamente, senza che il legittimo titolare ne sapesse nulla), da quando il soggetto che si sia visto privare del bene sia venuto a conoscenza dell’occupazione altrui.

Fin qui non dovrebbero esserci problemi. Ma cosa succede se lo spoglio è avvenuto non con un’unica azione, bensì si è protratto nel tempo? In altre parole, da quando decorre il termine annuale per esercitare l’azione di reintegrazione del possesso se lo spoglio è stato posto in essere mediante una pluralità di atti? Su questa situazione ha fatto luce la Corte di Cassazione.

Spoglio con più atti: da quando decorre il termine di reintegrazione?

La Corte di Cassazione [2] ha affrontato il caso in cui lo spoglio del possesso sia avvenuto non con un’unica azione, bensì con più atti succedutisi nel tempo.

Per la precisione, la Suprema Corte si è trovata ad affrontare il caso di un passaggio inizialmente inibito da una catena e poi da una sbarra. In un caso del genere, da quale momento decorre il termine per proporre l’azione possessoria? Da quando è stato apposto il primo ostacolo, cioè la catena, oppure da quando è stata installata la sbarra? Nello specifico, la Corte d’Appello dichiarava inammissibile la domanda di reintegrazione nel possesso del passaggio attraverso la stradina oggetto di causa, avendo accertato che, prima della collocazione della sbarra, nello stesso posto era già stata infissa qualche anno prima una catena, la quale comunque era finalizzata ad impedire l’accesso. Dunque, di fatto, tanto la catena quanto la sbarra avevano inibito il passaggio, dando luogo allo spoglio del possesso di cui ci si lamentava.

La Corte di Cassazione conferma la decisione: l’azione di reintegrazione del possesso è intempestiva, poiché prima dell’apposizione della sbarra vi era, nello stesso luogo, una catena, sicuramente risalente prima della proposizione del ricorso.

I giudici, avendo considerato non autonomo l’atto di spoglio realizzato dal resistente tramite la sostituzione della catena con la collocazione della sbarra, hanno aderito all’orientamento giurisprudenziale secondo cui nel caso di spoglio e turbativa posti in essere con una pluralità di atti, il termine utile per l’esperimento dell’azione possessoria decorre dal primo di essi se quelli successivi, essendo strettamente collegati e connessi, devono ritenersi prosecuzione della stessa attività di spoglio, decorrendo, altrimenti, dall’ultimo atto quando ogni atto, presentando caratteristiche sue proprie, si presta ad essere considerato isolatamente.

Insomma, secondo la Corte di Cassazione, se si viene privati del possesso attraverso più atti consecutivi tra loro, il decorso del termine annuale per esercitare l’azione di reintegrazione del possesso deve essere così calcolato:

  • dal primo atto di spoglio, se tutti quelli successivi ne rappresentano solamente una prosecuzione, tanto che la privazione del possesso è ricollegabile già al primo atto;
  • dall’ultimo atto di spoglio, se quelli successivi sono autonomi tra loro e sono di per sé idonei a provocare la privazione del possesso.

Nel caso della strada il cui accesso era stato precluso prima dall’apposizione di una catena e, poi, da una sbarra, i giudici hanno ritenuto che il termine annuale utile per proporre l’azione di reintegrazione del possesso dovesse essere retrodatato al primo atto di spoglio, cioè all’apposizione della catena, perché era da questo momento che lo spoglio si era già completamente verificato.


note

[1] Art. 1168 cod. civ.

[2] Cass., ordin. n. 20007 del 24 settembre 2020.

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Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza 15 luglio – 24 settembre 2020, n. 20007

Presidente Lombardo – Relatore Scarpa

Fatti di causa e ragioni della decisione

F.S. , F.C. , F.A. e F.G. hanno proposto ricorso articolato in tre motivi avverso la sentenza 4 marzo 2019, n. 46/2019, resa dalla Corte d’appello di Palermo.

L’intimato Intercondominio (omissis) non ha svolto attività difensive.

La Corte d’appello di Palermo ha accolto il gravame avanzato dall’Intercondominio (omissis) contro la pronuncia resa in primo grado il 1 dicembre 2014 dal Tribunale di Agrigento, che aveva dichiarato cessata la materia del contendere sul ricorso possessorio formulato dai signori F. . La Corte di Palermo ha dichiarato inammissibile la domanda di reintegrazione nel possesso del passaggio attraverso la stradella per cui è causa, sita in (omissis) , avendo accertato come, sulla base delle dichiarazioni degli informatori Fi. e L. , prima della collocazione della sbarra, che secondo i F. aveva impedito al transito, era già stata infissa nello stesso posto, un paio di anni prima del 2012, una catena, che comunque era volta ad impedire l’accesso; sicché, tanto dapprima la catena, quanto dopo la sbarra, avevano di fatto inibito il vantato passaggio, comunque da ben prima di un anno rispetto alla proposizione dell’interdetto. Da ciò l’inammissibilità per mancanza di prova dell’infrannualità dello spoglio.

Il primo motivo del ricorso di F.S. , F.C. , F.A. e F.G. deduce l’omesso esame circa un fatto decisivo, quanto all’epoca di collocazione della sbarra, che sarebbe stata apposta fra fine agosto ed inizio settembre del 2011, sicché doveva intendersi precisato nel ricorso possessorio il termine dell’avvenuto spoglio.

Il secondo motivo del ricorso deduce l’omesso esame circa un fatto decisivo, quanto alla risultanza peritale che evidenziava come la stradella, presente sin dal novembre 1973, costituisse l’unica via di accesso della proprietà F. alla pubblica via. Il terzo motivo di ricorso denuncia la violazione o falsa applicazione degli artt. 1129, 1130 e 1131 c.c., in ordine alla mancata prova della qualità dell’amministratore condominiale ed al difetto della legittimazione processuale dello stesso, in difetto di autorizzazione assembleare.

Su proposta del relatore, che riteneva che il ricorso potesse essere dichiarato manifestamente infondato, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380-bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 5), il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.

Il Collegio reputa che il ricorso debba essere dichiarato inammissibile.

I primi due motivi di ricorso, che possono esaminarsi congiuntamente per la loro connessione, si rivelano connotati da profili di inammissibilità e sono comunque del tutto infondati.

Circa il riferimento al parametro dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’interpretazione di questa Corte ha chiarito come la riformulazione di tale norma, operata dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, abbia introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Pertanto, l’omesso esame di elementi istruttori (quale la deposizione di un testimone, o l’accertamento peritale) non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. Sez. U, 07/04/2014, n. 8053).

È poi evidente come i primi due motivi di ricorso siano carenti dei requisiti della specificità, della completezza e della riferibilità alla decisione impugnata, imposti dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4. Le censure sono volte ad evidenziare l’epoca di collocazione della sbarra ed il passaggio necessitato per la stradella al fine di accedere alla proprietà F. , ma l’essenziale ratio decidendi della sentenza impugnata consiste nella dichiarazione di intempestività della domanda di reintegrazione nel possesso, in quanto prima ancora della sbarra era stata apposta in loco una catena “certamente risalente a ben prima di un anno dalla proposizione del ricorso”. Con questa autonoma argomentazione decisoria, che sorregge la pronuncia impugnata, i ricorrenti non si confrontano compiutamente.

La Corte d’appello di Palermo, avendo considerato non autonomo l’atto di spoglio realizzato dal resistente attraverso la sostituzione della catena già delimitante l’accesso esercitato dai ricorrenti con l’apposizione di una sbarra, ha, del resto, così implicitamente prestato adesione al consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui, nel caso di spoglio o turbativa

posti in essere con una pluralità di atti, il termine utile per l’esperimento dell’azione possessoria decorre dal primo di essi se quelli successivi, essendo strettamente collegati e connessi, devono ritenersi prosecuzione della stessa attività, decorrendo, altrimenti, dall’ultimo atto quando ogni atto – presentando caratteristiche sue proprie – si presta ad essere considerato isolatamente (Cass. Sez. 2, 29/10/2003, n. 16239; Cass. Sez. 2, 23/05/2012, n. 8148; Cass. Sez. 6 – 2, 17/08/2017, n. 20134).

Quanto al terzo motivo di ricorso, lo stesso è inammissibile nella parte in cui deduce che l’amministratore non ha mai provato il suo titolo, dovendo colui che agisce in giudizio in nome del condominio dare la prova della veste di amministratore solo in caso di contestazione, mentre i ricorrenti non specificano, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, di aver contestato tempestivamente nei pregressi gradi tale qualità in capo alla persona fisica costituita in giudizio per l’Intercondominio (omissis) (arg. da Cass. Sez. 2, 25/10/2001, n. 13164; Cass. Sez. 2, 28/05/2003, n. 8520).

In ordine all’ulteriore profilo del terzo motivo di ricorso, occorre rilevare come il provvedimento impugnato abbia deciso la questione di diritto, inerente alla legittimazione passiva dell’amministratore Intercondominio (omissis) (peraltro convenuto in giudizio davanti al Tribunale di Agrigento dagli stessi ricorrenti), in modo conforme alla giurisprudenza della Corte e l’esame del motivo di ricorso non offre elementi per confermare o mutare l’orientamento della stessa, con conseguente inammissibilità ex art. 360 bis c.p.c., n. 1, (Cass. Sez. U., 21/03/2017 n. 7155). Invero, l’amministratore di condominio, senza necessità di autorizzazione o ratifica dell’assemblea, può essere convenuto in giudizio per ogni azione vertente su fatti di spoglio o turbativa concernenti le parti comuni dell’edificio ed ha facoltà di proporre tutti i gravami che successivamente si rendano necessari in conseguenza della vocatio in ius, avendo l’amministratore, tra gli altri, anche il compito di compiere gli atti conservativi – tra i quali rientrano altresì quelli a tutela del possesso – dei diritti inerenti ai beni condominiali, e perciò trattandosi di controversia compresa nell’ambito delle sue attribuzioni ex art. 1130 c.c. (arg. da Cass. Sez. 2, 26/09/2018. n. 22911; Cass. Sez. 2, 30/03/2016, n. 6154; Cass. Sez. 2, 14/05/1990, n. 4117).

Il ricorso va perciò dichiarato inammissibile. Non occorre provvedere per le spese del giudizio di cassazione, in quanto l’intimato non ha svolto attività difensive.

Sussistono i presupposti processuali per il versamento – ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, -, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per l’impugnazione, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto.


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