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Demansionamento in cassaintegrazione: cosa si rischia?

1 Ottobre 2020 | Autore:
Demansionamento in cassaintegrazione: cosa si rischia?

Il lavoratore cassintegrato illegittimamente ha diritto al risarcimento del danno per essere stato privato delle proprie mansioni?

Se l’azienda colloca i dipendenti in cassaintegrazione, salvo che l’attività non sia completamente sospesa (cosiddetta cassaintegrazione a zero ore) deve rispettare specifici criteri di rotazione. In altri termini, il datore di lavoro non può sospendere solo alcuni dipendenti o ridurne l’orario, se questo non risponde a particolari esigenze organizzative, ma deve alternare i lavoratori il cui orario è ridotto o sospeso.

Un vero e proprio obbligo di rotazione è previsto dalla legge [1] solo in rapporto alla cassaintegrazione straordinaria, o Cigs. La giurisprudenza [2], ha chiarito però che il potere di collocare in integrazione salariale i dipendenti deve pur sempre essere esercitato individuando criteri oggettivi, razionali e coerenti con le finalità del trattamento di cassaintegrazione, nonché nel rispetto dei principi di non discriminazione, di correttezza e buona fede. Il potere del datore di lavoro può essere anche limitato sulla base delle intese raggiunte con le organizzazioni sindacali.

Il potere di rotazione dei lavoratori, poi, oltre ad essere soggetto al divieto di discriminazione e agli obblighi di correttezza e buona fede, è soggetto anche al rispetto della professionalità [3], cioè della competenza specifica dei lavoratori. La professionalità deve essere collegata all’inquadramento nella realtà aziendale e non al livello professionale risultante da contratto.

Che cosa succede, allora, se il dipendente è sospeso o se il suo orario è ridotto illegittimamente, senza rispettare i criteri di rotazione relativi all’ammortizzatore sociale prescelto? Per demansionamento in cassaintegrazione cosa si rischia? Bisogna innanzitutto chiarire se il danno da illegittima sospensione in cassa integrazione assorba il danno da demansionamento, oppure se il lavoratore abbia diritto a due distinti risarcimenti. Sulla questione, si è espressa di recente la Cassazione, con una nuova ordinanza [4].

Che cos’è il demansionamento?

In base a quanto disposto dal Codice civile [5], il lavoratore deve essere adibito:

  • alle mansioni per le quali è stato assunto;
  • alle mansioni corrispondenti all’inquadramento superiore che, eventualmente, abbia successivamente acquisito;
  • alle mansioni riconducibili allo stesso livello di inquadramento delle ultime effettivamente svolte.

Parliamo dunque di demansionamento quando il datore di lavoro adibisce il lavoratore a mansioni inferiori rispetto a quelle per le quali è stato assunto o a quelle acquisite.

Il lavoratore può chiedere al giudice che le mansioni siano ricondotte alla qualifica assegnata da contratto, o acquisite successivamente, oltre al risarcimento del danno.

Quando il demansionamento è legittimo?

Ci sono comunque dei casi in cui il demansionamento è legittimo:

  • quando è modificata l’organizzazione dell’azienda, in modo tale da incidere sulla posizione del dipendente interessato;
  • nei casi in cui adibire il dipendente a mansioni inferiori è permesso dal contratto collettivo.

Ad ogni modo, le nuove mansioni attribuite, che devono essere comunicate al lavoratore per iscritto a pena di nullità:

  • possono appartenere al livello di inquadramento immediatamente inferiore nella classificazione del contratto collettivo di riferimento;
  • devono rientrare nella stessa categoria

Se a causa di modificazioni dell’organizzazione aziendale un lavoratore inquadrato nel 3° livello del Ccnl commercio è adibito a mansioni corrispondenti al 6° livello, la variazione è comunque illegittima.

È legittimo l’accordo di demansionamento?

Gli accordi di demansionamento tra azienda e lavoratore sono legittimi, purché rispondano ai seguenti requisiti:

  • devono essere conclusi in sede protetta, come un sindacato, l’Ispettorato territoriale del lavoro, le commissioni di certificazione dei contratti;
  • devono essere connessi a uno dei seguenti interessi del dipendente:
    • conservare l’occupazione;
    • acquisire una diversa professionalità;
    • migliorare le proprie condizioni di vita.

Risarcimento del danno da demansionamento illegittimo

Nelle ipotesi in cui il demansionamento risulti illegittimo, al lavoratore è riconosciuto il danno da demansionamento.

Nel dettaglio, il danno riconosciuto può essere:

  • di natura patrimoniale: risarcimento del danno per aver perso una o più occasioni;
  • di natura non patrimoniale: risarcimento del danno all’integrità psichica, alla professionalità o all’immagine.

Il danno non patrimoniale può essere risarcito se la condotta illecita del datore di lavoro viola in modo grave i diritti del lavoratore: questo si verifica, ad esempio, quando la situazione di disagio professionale e personale persiste, nonostante le richieste del dipendente, anche a prescindere da uno specifico intento del datore di declassarlo o di svilirne i compiti.

Il danno da demansionamento non è comunque automatico, ma deve essere dimostrato dal lavoratore, attraverso elementi presuntivi gravi, precisi e concordanti in base ai quali si possano verificare la qualità e la quantità dell’attività lavorativa svolta, la tipologia di professionalità coinvolta, la durata del demansionamento e la nuova posizione ricoperta.

Demansionamento e cassaintegrazione

Se il dipendente è sospeso o se il suo orario è ridotto illegittimamente si tratta di demansionamento? Ci si domanda, in particolare, se il lavoratore collocato illegittimamente in cassaintegrazione sia da considerare automaticamente anche demansionato e se, in caso positivo, spetti un unico risarcimento per la sospensione o la riduzione illegittima dell’attività e per il demansionamento.

Alla questione ha dato una risposta la Cassazione [4], spiegando che:

  • la collocazione illegittima in cassaintegrazione non solo demansiona il dipendente, ma lo priva integralmente delle proprie mansioni, ledendone la dignità professionale e il diritto al lavoro, come espressione della propria personalità; in buona sostanza, l’integrazione salariale illegittima produce un danno non patrimoniale per lesione della professionalità del lavoratore;
  • la collocazione illegittima in cassaintegrazione comporta inoltre un danno patrimoniale, determinato sulla base della differenza tra l’integrazione salariale percepita e la retribuzione che sarebbe spettata in costanza di rapporto.

L’indennizzo per illegittima sospensione o riduzione dell’orario, quindi spettante per le differenze retributive, non può dunque assorbire il risarcimento spettante per demansionamento; si tratta di due piani risarcitori riconducibili alla violazione di norme differenti, ossia:

  • da una parte le disposizioni sull’osservanza dei criteri di rotazione;
  • dall’altra, le disposizioni a tutela della professionalità e della personalità del lavoratore.

Sono pertanto differenti anche i criteri per determinare l’ammontare dovuto al dipendente e non è possibile che l’indennizzo per cassaintegrazione illegittima assorba il danno da demansionamento.


note

[1] D.lgs. 148/2015.

[2] Cass. sent. 302/2000.

[3] Cass. sent. 1378/2019.

[4] Cass. ord. 20466/2020.


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