Diritto e Fisco | Editoriale

Avvocato che dichiara 15 mila euro: vale la pena continuare?

3 dicembre 2013 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 dicembre 2013



Vi è una forte evasione fiscale “da sopravvivenza” tra i liberi professionisti: i più giovani, tra cui gli avvocati, riescono ad arrivare, a stento, alla fine del mese; tra l’altro, maturano una pensione prossima a quella sociale, che gli spetterebbe a prescindere da quanto versano.

La professione di avvocato, così come altre professioni, non consente più una vita decorosa.

Esistono tanti avvocati che lavorano per altri studi, meglio definiti come “professionisti dipendenti” che, di fatto, percepiscono, al netto di tasse e contributi, una somma a volte inferiore rispetto a quella della stessa segreteria dello studio. Quest’ultima, a differenza dell’avvocato, avrà certamente una pensione INPS più alta dello stesso avvocato. Anche chi si avventura in proprio, decidendo di aprire uno studio, difficilmente riesce a raggiungere redditi superiori.

Avvocato con reddito di € 15.000,00

Per un avvocato che dichiara € 15.000,00 di reddito (e ce ne sono tanti) alla fine del mese gli restano, dopo aver pagato tasse e contributi, non più di 700,00 euro mensili.

A ciò si aggiunge che, a fine carriera, se il reddito è cresciuto in modo costante (secondo l’inflazione, quindi, del 2-3% all’anno), avrà diritto a percepire una pensione molto vicina alla “pensione sociale”, pur avendo versato negli anni rilevanti contributi rispetto al reddito dichiarato, a differenza di chi prende la pensione sociale senza aver versato nulla.

È evidente che il sistema non funziona; vi sono enormi iniquità generazionali tra chi si sacrifica lavorando e chi non lavora o ha lavorato molto poco.

Consideriamo, per esempio, un giovane avvocato con un reddito annuo di 15.000,00 euro, pari a 1.250,00 euro mensili. Precisiamo che il riferimento è al reddito, non al ricavo. Tale professionista, probabilmente, riesce a guadagnare almeno 23.000,00 euro, ma tra costi vari (studio, aggiornamento, banche dati, telefoni, computer, autovettura, contributi versati) dichiara, alla fine, circa 15.000,00 euro.

A quanto ammontano le imposte ?

Su un reddito di 15.000,00 euro (escludendo, quindi, l’IRAP) un contribuente paga per IRPEF il 23%, oltre alle imposte Addizionale Regionale e Comunale, per un totale di circa 3.900 euro, pari al 26% (considerando anche le addizionali). Ciò significa che, dopo le imposte, gli restano da spendere 11.100,00 euro. Non è neanche questa la somma che gli residua, poiché ci sono da versare ancora i contributi previdenziali.

A quanto ammontano i contributi previdenziali ?

In Italia gli avvocati che, iscritti all’ordine, esercitano la professione, con un reddito di 15.000,00 euro sono obbligati al versamento dei contributi previdenziali alla Cassa di Previdenza Forense.

L’ammontare minimo del versamento del contributo soggettivo per l’anno 2013 è pari a 2.700,00 euro, oltre al contributo maternità di 132,00 euro, per un totale da versare di 2.832,00 euro.

Il contributo soggettivo non è quello che viene pagato dal cliente e addebitato in fattura (detto anche integrativo e pari al 4%), ma è quello che l’avvocato, di “tasca sua”, deve versare a fine anno sulla base del reddito dichiarato, andando ad incidere, insieme alle imposte, su quello che alla fine del mese gli rimane dagli incassi.

Quanto resta a fine mese ?

Sul reddito dichiarato di 15.000,00 euro, l’avvocato è tenuto a versare il minimo di contributi. Pertanto, tolte le imposte (3.900,00 euro) e i contributi previdenziali calcolati al minimo (2.832,00 euro), alla fine gli residuano 8.268,00 euro. Tale somma, rapportata a 12 mesi, corrisponde a circa  689,00 euro al mese.

È pur vero che, fino a 35 anni, esistono diverse agevolazioni fiscali e contributive, ma il problema di oggi è dovuto proprio al fatto che il reddito dei giovani avvocati, a differenza del passato, non cresce nel tempo e tende stabilizzarsi, restando immutato anche dopo i 35 anni d’età, quando i regimi agevolati finiscono.

Perché i giovani avvocati non versano i contributi e le tasse?

Il motivo è semplice: è impossibile versare qualcosa che non si è incassato!

L’avvocato che recupera almeno 23.000,00 euro, oltre IVA, spesso, per vivere “decorosamente”, spende tutto o quasi tutto quello che guadagna. Alla fine, quando arrivano le scadenze (circa un anno dopo), non ha più la disponibilità di pagare tasse e contributi, subendo così, passivamente, la riscossione di Equitalia (dal lato delle tasse) e della Cassa di Previdenza (dal lato dei contributi).

Quale alternativa al momento possibile ?

In questa situazione è evidente che non si può negare l’esistenza di una concreta “evasione da sopravvivenza”. Chi sta al Governo dovrebbe cercare di “capire” da dove nasce il fenomeno, più che contrastarlo in tutti i modi e senza distinzioni.

Tra l’altro, il problema non è solo fiscale ma anche contributivo.

L’avvocato che dichiara 15.000,00 euro potrà avere poco interesse a continuare un’attività per la quale la pensione sarà approssimativamente pari a quella di chi non ha mai lavorato e versato nulla (la cosiddetta pensione sociale).

A questo punto, meglio non versare nulla: tanto una pensione minima ci sarà sempre.

note

Autore foto: 123rf.com

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17 Commenti

  1. Ma se non verso vengo radiato ….
    meglio minimi di reddito o fuori, se proprio vogliamo fare provocazioni.

  2. e a quelli che dicono che in fondo bisogna fare una selezione perchè non c’è posto per tutti questi avvocati, dico… Sono d’accordo, ma c’è modo e modo di fare selezione.
    Dovrebbero essere i più competenti, affidabili e osservanti della deontologia ad andare avanti. E invece qui si usa solo un parametro monetario.
    Accettando questo sistema, gli incapaci e i disonesti, che però hanno alle spalle una famiglia che versa per loro i contributi, continueranno ad essere avvocati. Mentre quelli meritevoli ma meno fortunati, si dovranno fare da parte. Vomitevole.

  3. Sono d’accordo, la sopravvivenza è tutt’altra cosa ed è una parola abusata… sono altre le situazioni ineluttabili … evadere è sempre una scelta, se non si riesce a produrre reddito non è giustificabile continuare ad evadere, bisognerà rassegnarsi e cambiar vita. Lo so è brutto dirlo, ma se non mantieniamo almeno qualche punto fermo, questo paese crollerà definitivamente.
    Comunque estenderei questi ragionamenti a TUTTI I LIBERI PROFESSIONISTI, con o senza Albo (non è quello il problema pur essendo del parere che andrebbero aboliti).

  4. Penso che sia un ladro chi non dichiara reddito. Ma chi dichiara e non riesce a pagare la tasse, perchè come dice l’articolo alla fine si trova senza soldi, non è un ladro. In qesto caso si può correttamente parlare di evasione di sopravvivenza.

  5. LUCA perche’ mantenere dei punti fermi???Che crollasse sto paese e sto sistema di merda..Perche’per salvare alcuni altri dovrebbero cambiare mestiere altri che hanno investito e fatto tanti sacrifici? Perche”non inizi tu? a sto punto tutti fuori!!e crollasse il sistema

  6. Il calcolo non è realistico. Fino a 7mila euro di reddito una volta c’era la no tax area. Ora le varie detrazioni (ce ne sono per tutti, anche per il professionista single) garantiscono sostanzialmente una esenzione per almeno per i primi 6/7mila euro. In caso di figli o familiari a carico l’area di esenzione schizza ancora di più. Nell’esempio proposto il finto professionista pagato 15mila euro da un dominus dovrebbe uscire sistematicamente a credito, avendo una tassazione effettiva inferiore alla r.a. del 20%. Si chiama progressività dell’imposta. Non prendetevela con lo stato se un professionista dopo i canonici 510 anni guadagna ancor 15mila euro

  7. Ciao imma, io ho dovuto cambiare rotta molto presto… lavoravo 12 ore al giorno per avere poco più di mille euro al mese e tutte le incertezze di chi ha la p.iva… è vero ci sono detrazioni e quant’altro, ma con quali prosepttive per la pensione? I punti fermi devono esserci, non può esistere una democrazia senza uno stato sociale, non dimentichiamlo mai!

  8. @Taxlayer: Ti posso assicurare, per esperienza personale di sette anni di libera professione “alle dipendenze” di altri avvocati (dunque tutto fatturato perchè “loro” devono scaricare) che si va ogni anno a credito di imposta con la conseguenza che i tuoi soldi continua a tenerli indebitamente (perchè tasse poi risultate non dovute non dovute ma pagate anticipatamente con la ritenuta d’acconto) lo Stato e non tu. In soldoni – è il caso di dirlo – si hanno ancora meno disponibilità economiche di quanto si dovrebbe. P.S. il caso del sito è di un avvocato con fatturato di circa 23 mila euro e ricavi di circa 15.000,00. Oggi il fatturato si assesta (ma dipende dalle zone, parlo per la mia) in somme nettamente inferiori ai 20.000. Peraltro c’è molta ingiustizia sociale, a parità di lavoro e reddito, tra chi può ancora essere nel regime dei minimi (con tassazione 5%) e chi per aver magari aperto prima la PIVA ne è uscito ed ha tassazione 23% e magari siedono alla stessa scrivania e fanno le stese cose e percepiscono lo stesso imponibile.

  9. i giovani adesso pagano le pensioni degli anziani che continuano ad esercitare, questo non assicura loro nemmeno una pensione decente dopo 40 anni di contributi.

  10. Ho 29 anni e mi sono iscritto all’albo (ho avuto la fortuna di passare l’esame al primo colpo) e dopo 8 mesi la situazione è questa:

    – fatturato quasi 3.000 euro;
    – clienti pochi e resti a pagare anche somme minime (200,0o euro per fondo spese!!)
    – ho la fortuna di avere un collega che mi concede uno spazio per lavorare in cambio di una mano nel suo studio;
    – ad oggi “campo” grazie alle mance di mamma, papà e nonni;
    – ho fatto colloqui ma i casi sono due: o scegli di fare il dipendente e non creerai mai nulla di tuo, oppure tenti la tua strada…..
    – l’anno prossimo avrò la cassa e non ho la minima idea di come farò a pagarla!!!

  11. La situazione è ancora più tragica di quella descritta. 23000 di fatturato chi li vede mai ? Ci si rimette alla grande, si riesce a pagare la cassa e tutte le spese solo grazie a mamma e papà, questa è la drammatica verità.

  12. In realtà ci si dimentica pure l’acconto delle tasse che alla fine viene a gravare sull’anno in corso…

  13. Il reddito annuo di 15.000 è utopico! versiamo contributi alla cassa a dir poco assurdi. Se fatturiamo “zero”, siamo comunque costretti a versare 1500 euro – con le agevolazioni- a cassa forense, per una pensione “sociale”, che mai vedremo….per non parlare del fatto, che i contributi alla cassa vanno versati due volte(4% c.p.a.)!!!Quel poco che percepisci (quando hai la fortuna d’essere pagato dal cliente) lo devi versare per le tasse!
    Ormai siamo costretti a lavorare, non GRATIS, ma a DEBITO!

  14. Il problema degli avvocati, che è uguale a quello di ogni libero professionista, è che non si percepiscono come una azienda che deve fare solo una cosa, trovare clienti. Non lo sanno fare perché non lo hanno mai fatto, non lo sanno fare perché pensano che sia svilente, non lo sanno fare perché un avvocato è un avvocato, non lo sanno fare perché la deontologia non lo permette. Cazzate, un avvocato è ne più ne meno un azienda e se non trova clienti non mangia. Imparate a fare marketing, lavorate sul vostro personal brand, specializzatevi, e soprattutto usate internet. Ma non con i siti classici che dicono chi siete quanto siete bravi e una spatafiata di materie che trattate, date valore con articoli, report, consigli, suggerimenti etc.. fatevi scegliere. E’ finita l’era delle vacche grasse, oggi avanza solo chi si percepisce come un azienda che sa attrarre il cliente e sa fare marketing. In Italia, causa le regole restrittive imposte dagli ordini e stupidate varie, volute ovviamente dalla casta, so che è difficile ma si può fare ve lo garantisco. Esistono solo 2 professionisti che si occupano di marketing legale e guarda caso sono italo americani che hanno adattato le leggi universali del marketing alla professione forense. Contateli e cominciate a pensare da imprenditori. Buona giornata

    1. Montana ha centrato l’argomento. Partiamo da due presupposti errati; il primo, che chi sia figlio di avvocati sia un somaro o, peggio, un delinquente; non è vero, io non sono figlio d’arte ma, da un lato ci sono figli di avvocati con meno redditi di me e figli di avvocati che, nonostante siano fortunati, sono professionisti validi. Secondo, chi non ha lavoro e non guadagna sia bravo ma sfortunato; non è vero, chi ha pochi clienti si presume, ancora oggi, non sia un buon avvocato; essere bravi avvocati oggi significa capacità strategica, empatia, intelligenza concreta, non solo sapere i codici a memoria. Per quanto riguarda il farsi conoscere internet o il passa parola classico non differiscono di molto, ma si basano entrambi sulla scienza di rete; chi lavora in un ambito iperconnesso utilizzerà il passaparola, altrimenti si utilizzerà internet, soprattutto con articoli specifici ecc.

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