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Lo sai che? L’avvocato che non versa tutti i contributi ha diritto alla pensione

Lo sai che? Pubblicato il 3 dicembre 2013

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> Lo sai che? Pubblicato il 3 dicembre 2013

Non si può negare la pensione all’avvocato che ha versato una contribuzione inferiore rispetto al dovuto: vi è una lacuna nel sistema.

All’avvocato che non ha versato alla Cassa forense tutti i contributi non si può negare la pensione. Questo perché nessuna norma della previdenza forense prevede l’annullamento delle annualità in cui il versamento è stato inferiore al dovuto.

C’è, insomma, una lacuna nelle norme che regolano la professione legale: manca una disposizione che, in caso di omissione contributiva parziale, faccia scattare l’annullamento di quanto versato e dell’intera annualità contributiva.

Si tratta di un vuoto normativo per ora insormontabile: gli anni che non risultano coperti da contribuzione integrale concorrono ugualmente a formare l’anzianità contributiva e devono, dunque, essere inseriti nel calcolo dell’assegno, prendendo come base il reddito sul quale è stato effettivamente pagato il contributo. Ciò, al massimo, può influire sulla misura della pensione percepita.

A dirlo è una sentenza di ieri della Cassazione [1], che interviene in un momento in cui molti dei legali fanno fatica a pagare la cassa di previdenza.

La legge parla di “effettiva” contribuzione, ma la norma non può essere interpretata nel senso che essa debba essere integrale, pena la nullità: l’aggettivo sta invece a significare che la pensione è commisurata alla base della contribuzione effettivamente versata, escludendo ogni automatismo delle prestazioni in assenza di contribuzione (un principio che vale invece per il lavoro dipendente e che è inapplicabile per la previdenza dei professionisti).

Niente annullamento della pensione, quindi, se l’avvocato ha versato una contribuzione inferiore al dovuto. Ciò, al massimo, “influisce” sicuramente sulla misura della pensione: l’inadempimento, se riferito agli anni utili per la base pensionabile, abbassa la media del reddito professionale su cui si determina l’assegno.

Si tratta, peraltro, di un tipo di controversia sempre più frequente dopo la riforma [2] che ha ridotto la prescrizione a cinque anni ed escluso la possibilità di versare i contributi prescritti.

Anche gli anni per i quali l’avvocato non ha pagato interamente i contributi “pesano”sull’anzianità contributiva. Nessuna norma prevede, infatti, che venga annullata l’annualità in cui c’è stato un versamento inferiore al dovuto.

I giudici ricordano che, per la legge [3], la pensione di vecchiaia è pari, per ogni anno di “effettiva” iscrizione e contribuzione, all’1,75% della media dei più elevati dieci redditi professionali. Tuttavia il termine “effettivo” non può essere inteso come “integrale“, ma come la semplice indicazione dei contributi effettivamente versati. Per il libero professionista non vale, infatti, il principio dell’automatismo tra prestazione e contribuzione e non viene applicata la regola del “minimale” per la pensionabilità, come previsto per i lavoratori dipendenti.

La Suprema Corte chiarisce quindi che gli anni non coperti da integrale contribuzione vanno inseriti nel calcolo della pensione, prendendo come base il reddito sul quale è stato effettivamente pagato il contributo.

note

[1] Cass. sent. n. 26962/13 del 02.12.2013.

[2] Legge n. 335/95.

[3] Legge n. 141/1992

Autore foto: 123rf.com


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