Diritto e Fisco | Articoli

Contratto pubblico revocato se arriva l’interdittiva antimafia

14 Ottobre 2014 | Autore:
Contratto pubblico revocato se arriva l’interdittiva antimafia

Anche con i lavori in corso, l’amministrazione pubblica deve revocare il contratto di appalto se sopraggiunge un’interdittiva antimafia.

Tra le soluzioni adottate dal legislatore per contrastare l’inclusione della criminalità organizzata nella gestione degli interessi pubblici, troviamo l’obbligo per l’amministrazione di subordinare la stipula, approvazione o autorizzazione dei contratti di valore superiore a 150.000 euro, al via libera del Prefetto [1]. Quest’ultimo, su richiesta dell’ente interessato, e comunque entro 45 giorni dal ricevimento della domanda [2], è tenuto ad esperire una serie di controlli sul contraente, sia per valutare la sua pericolosità sociale che per accertare eventuali tentativi di infiltrazione mafiosa nell’assetto societario o gestionale dell’impresa.

Qualora le verifiche dovessero appurare l’esistenza di un probabile collegamento tra l’attività economica e le associazioni criminali, il Prefetto è tenuto ad emanare la c.d. informazione antimafia interdittiva, con la quale si blocca la stipula del contratto e si preclude al sospettato il diritto d’accesso ad ogni opportunità di commesse, concessioni, agevolazioni o finanziamenti pubblici. In deroga alla disciplina generale ed a precise condizioni – scadenza termini o particolare urgenza [3] – è consentito comunque stipulare il contratto pubblico senza attendere l’esito dei controlli, salvo interrompere successivamente ogni rapporto tra le parti qualora l’odor di mafia dovesse manifestarsi.

Dunque, il privato pur essendo titolare del diritto di eseguire l’appalto commissionato o incassare i benefit pubblici concessi, resta sempre esposto a misure interdittive che, una volta emanate, conducono alla revoca del finanziamento o alla risoluzione del contratto. In questa ipotesi all’amministrazione non è concesso alcun margine di azione, se non quello di rimborsare il contraente per le spese sostenute e pagargli quando dovuto per le opere già realizzate [4]. Il discorso si ribalta se ci soffermiamo sui poteri attribuiti al Prefetto. L’occhio più attento si sarà reso conto che nell’esporre sulle attività ispettive, abbiamo sempre parlato di verifiche volte ad accertare la probabilità, e non la certezza, di collegamenti mafiosi o ad individuare elementi sintomatici, e non prove, su possibili infiltrazioni. Riassumendo, il Prefetto ha il potere di negare al privato qualsiasi negoziazione con gli apparati pubblici ed a bloccarne l’esecuzione – se i rapporti sono già in corso – al ricorrere di un quadro costituito solo da presunzioni e indizi, che in ogni caso non possono essere considerati singolarmente o sconfinare in meri sospetti, ma devono assumere il carattere dell’attualità, congruità e concretezza. Quindi le avvisaglie di possibili relazioni illecite concorrono a formare il quadro indiziario se sono dimostrate, assumono significato univoco alla luce dell’esperienza comune e non vengono meno all’emanazione dell’interdittiva antimafia [5]. Pertanto sarà illegittimo quel giudizio probabilistico che, nel presumere un’ingerenza delle organizzazioni mafiose negli affari di un determinato soggetto, fonderà le sue deduzioni solo su alcuni fatti e vicende tralasciandone altre.

Ad esempio, pecca d’inattendibilità e illogicità l’informativa antimafia che preclude ogni relazione con l’amministrazione all’imprenditore imparentato con esponenti del crimine organizzato, sebbene dall’istruttoria non risultano ulteriori sintomi di condizionamenti mafiosi. D’altronde ammettere un limite alla libera iniziativa economica privata, agganciando le proprie convinzioni esclusivamente al dato anagrafico senza alcun supporto in ordine alla dimostrazione di frequentazioni o comunanza di interessi con ambienti malavitosi, significherebbe acconsentire ad un sistema nel quale gli errori di un padre devono essere scontati automaticamente anche dal figlio. Nel quale chi vive, senza colpa, un legame familiare con un pregiudicato, si ritrova nell’impossibilità di poter svolgere attività lecite costituzionalmente tutelate [6]. In queste ipotesi, cosi come all’emanazione di provvedimenti arbitrari, illogici o incoerenti perché mere congetture non riscontrabili nella realtà, è possibile ottenere tutela chiedendo in sede giurisdizionale la censura dell’informativa illegittima.

note

[1] Art. 83, d.lgs. 159/2011 in combinato disposto con l’art. 247, d.lgs. 163/2006 che espressamente rimanda all’applicazione delle disposizioni del codice antimafia anche all’ambito degli appalti pubblici.

[2] Art. 92, comma 2, d.lgs. 159/2011.

[3] In casi di urgenza si riconosce la facoltà di stipulare il contratto dopo 15 giorni dalla ricezione della richiesta.

[4] Art. 92, commi 3-4-5, d.lgs. 159/2011.

[5]Cons. Stato, sent. n. 4852 del 26.09.2014.

[6] Cons. Stato, sent. n. 930 del 16.01.2014; Cons. Stato, sent. n. 5866 del 25.11.2009.


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA