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L’ex lavora e convive con un altro: spetta l’assegno?

3 Ottobre 2020
L’ex lavora e convive con un altro: spetta l’assegno?

Il coniuge divorziato che inizia una nuova convivenza e lavora regolarmente non ha diritto a percepire alcun contributo economico da parte dell’ex.

Stai per divorziare da tua moglie dopo dieci anni di matrimonio. Finalmente, questo capitolo della tua vita volge al termine e potrai ricominciare daccapo con la tua nuova famiglia. La tua ex, però, pretende un contributo periodico. Dato che non hai alcuna intenzione di darle neppure un centesimo dei tuoi soldi, hai assunto un investigatore privato. Dopo vari pedinamenti, si è scoperto che la tua cara mogliettina non solo lavora e percepisce uno stipendio, ma convive con un’altra persona nella casa coniugale. Infuriato, ti rechi subito dal tuo avvocato di fiducia per capire il da farsi.

In questo articolo faremo il punto della situazione sull’ex che lavora e convive con un’altra persona: spetta l’assegno? Cosa prevede la legge? Ebbene, quando due coniugi si dicono addio per sempre, il giudice può riconoscere un contributo economico a favore di colui che versa in stato di bisogno. Naturalmente, non si tratta di un diritto che scatta in automatico, ma va accertato caso per caso.

Inoltre, l’importo di un simile aiuto deve essere rapportato in base a diversi parametri, come ad esempio la durata del matrimonio, il contributo dato da ciascuno alla conduzione familiare, l’età del richiedente, ecc. Tuttavia, l’assegno divorzile è negato qualora l’ex coniuge lavori e abbia iniziato una convivenza con un’altra persona. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di affrontare l’argomento punto per punto.

Fine del matrimonio: spetta l’assegno?

Quando un matrimonio giunge al capolinea ci sono diverse questioni da affrontare: l’assegnazione della casa coniugale, l’affidamento dei figli minori, il mantenimento, ecc. In questo articolo, ci soffermeremo, in particolare, su quest’ultimo aspetto.

A differenza della separazione, che è un rimedio temporaneo alla crisi coniugale, il divorzio mette un punto definitivo al matrimonio. Pertanto, non si parla più di mantenimento, ma di assegno divorzile, ossia quel contributo economico (periodico oppure una tantum) dovuto esclusivamente qualora uno dei due ex coniugi venga a trovarsi in una situazione di difficoltà tale da non consentirgli di mantenersi da solo. Ti faccio un esempio pratico.

Tizio e Caia vogliono chiedere il divorzio. La donna, però, si è sempre occupata della casa e dei figli. Avendo ormai 63 anni, Caia non riuscirebbe ad inserirsi nel mondo del lavoro. Per tale ragione, chiede che l’ex marito le corrisponda un assegno mensile per consentirle di vivere.

Come puoi notare, l’assegno di divorzio è una misura assistenziale e spetta all’ex coniuge in stato di bisogno e privo dei mezzi necessari per provvedere autonomamente al proprio sostentamento.

Assegno di divorzio: quali sono i criteri?

Fin qui, ti è chiaro che l’assegno divorzile spetta esclusivamente all’ex non autosufficiente economicamente (non per sua colpa). La legge [1] prevede, inoltre, una serie di parametri di riferimento a cui rapportare il contributo economico. In particolare, devono essere presi in considerazione:

  • le condizioni dei coniugi: se, ad esempio, l’ex marito nel frattempo si è formato una nuova famiglia occorrerà tener conto anche della spesa mensile che deve sostenere per il mantenimento di altri figli;
  • della durata del matrimonio: più le nozze durano poco più l’importo si riduce;
  • l’età del richiedente e le ragioni oggettive che non gli consentono di provvedere autonomamente al proprio sostentamento: ad esempio, se l’ex coniuge è malato oppure non ha più l’età per lavorare;
  • le ragioni della decisione: in altre parole, rileva il motivo che ha determinato la fine del matrimonio, come ad esempio un eventuale tradimento;
  • il contributo personale ed economico fornito da ciascun coniuge alla conduzione della vita familiare e al patrimonio personale o comune: la giurisprudenza ha più volte sottolineato che anche la scelta di rimanere a casa per occuparsi della crescita dei figli è una forma di contributo rilevante ai fini del riconoscimento dell’assegno in questione;
  • la situazione reddituale di entrambi i coniugi.

Come vedi, non è più previsto il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.

L’ex lavora e convive con un altro: spetta l’assegno?

In base a quanto detto, è abbastanza facile capire che l’ex coniuge che lavora e convive con un’altra persona non ha diritto ad alcun assegno. Ti faccio un altro esempio.

Tizia sta divorziando da Caio e sostiene di non riuscire ad arrivare a fine mese. Tuttavia, si scopre che la donna lavora come estetista e che convive con il nuovo fidanzato.

Nell’esempio riportato, ti è chiaro che a Tizia non può essere corrisposto alcun assegno per due ragioni principali:

  • la convivenza con un’altra persona: in tal caso, infatti, si ritiene che il nuovo compagno di Tizia possa occuparsi del suo mantenimento;
  • lo svolgimento di lavoro regolare. Sul punto, va detto che anche se il coniuge lavora in nero non ha diritto all’assegno se non dimostra il reale profitto.

In conclusione, l’assegno divorzile si basa sul principio di solidarietà che prevede il riconoscimento di un aiuto economico all’ex coniuge che si trovi in difficoltà, anche in base all’apporto fornito alla realizzazione del nucleo familiare e alle aspettative professionali sacrificate.

Come si versa l’assegno di divorzio?

È prassi che l’assegno di divorzio venga corrisposto periodicamente, cioè ogni mese. I termini e le modalità di versamento vengono comunque stabiliti dal giudice con la sentenza che pone fine al matrimonio.

Tuttavia, la somma può essere anche versata una tantum, ossia in un’unica soluzione se ritenuta equa dal tribunale. In tal caso, le parti risolvono una volta per tutte le loro questioni patrimoniali ancora pendenti. Tale scelta, però, esclude per il beneficiario la possibilità di avanzare pretese future (ad esempio, non può chiedere nuovamente l’assegno se peggiorano le sue condizioni economiche) e di godere del diritto di percepire una quota del Tfr o della pensione di reversibilità dell’ex.


note

[1] L. n. 898/1970 del 18.12.1970.


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