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Pensione ridotta: come si rivaluta?

5 Ottobre 2020 | Autore:
Pensione ridotta: come si rivaluta?

La perequazione dei trattamenti previdenziali deve essere applicata sull’importo al netto o al lordo delle trattenute per incumulabilità?

Dal 2009 [1], la generalità delle pensioni dirette erogate dall’Inps, come ad esempio la pensione di vecchiaia, di anzianità o anticipata, è pienamente compatibile con la percezione di redditi di lavoro. In passato, invece, l’assegno pensionistico veniva ridotto sulla base di specifici limiti di cumulo con i compensi derivanti dall’attività lavorativa.

Ad oggi, solo alcuni trattamenti previdenziali sono ridotti se si percepiscono altri redditi oltre all’assegno erogato dall’Inps: si tratta dell’assegno ordinario d’invalidità e della maggior parte delle pensioni per invalidità ed inabilità specifica, nonché dei trattamenti ai superstiti, ossia della pensione di reversibilità e indiretta. Per la precisione, l’assegno ordinario di invalidità e le pensioni per invalidità ed inabilità specifica sono cumulabili limitatamente con i redditi derivanti dall’attività lavorativa, mentre le pensioni ai superstiti sono cumulabili limitatamente con la generalità dei redditi, salvo particolari eccezioni.

Considerato che, ogni anno, l’importo della pensione viene adeguato all’inflazione, attraverso un meccanismo che si chiama perequazione, ci si domanda se la rivalutazione delle pensioni soggette a riduzione per incumulabilità debba essere calcolata considerando o meno questa riduzione. In parole semplici, la pensione ridotta come si rivaluta? Alla questione ha dato risposta la Cassazione [2], attraverso una sentenza in cui chiarisce se la perequazione dei trattamenti di previdenza debba essere applicata sul lordo dell’assegno Inps, oppure sull’importo al netto di eventuali quote incumulabili.

Ma procediamo con ordine ed osserviamo, innanzitutto, quali sono i trattamenti di previdenza riconosciuti dall’Inps che possono subire dei tagli e in che misura si riducono, per poi comprendere come sono rivalutate le pensioni in base al loro importo.

Ricordiamo che ci sono anche dei trattamenti di previdenza che vengono completamente azzerati se si percepiscono redditi di lavoro: è il caso della pensione Quota 100, sospesa se il pensionato lavora (fanno eccezione i soli redditi derivanti dal lavoro autonomo occasionale, nei limiti di 5mila euro annui lordi, nonché i pensionati che hanno compiuto 67 anni) e della pensione anticipata precoci (sino alla maturazione del requisito contributivo per la pensione anticipata ordinaria). Altri trattamenti sono addirittura permanentemente e completamente incompatibili con il lavoro, come la pensione d’inabilità ordinaria.

Come si riduce la pensione di reversibilità?

Per quanto riguarda la pensione ai superstiti, che può essere di reversibilità o indiretta, sussiste un divieto di cumulo con gli altri redditi, ma parziale: il beneficiario, se il reddito supera di tre volte il trattamento minimo, si vede tagliare l’assegno pensionistico tra il 25% e il 50%, a meno che non vi siano nel nucleo familiare figli minori di età, o studenti o inabili.

Secondo la Legge Dini [3], nel dettaglio, è possibile cumulare la pensione ai superstiti con gli altri redditi del beneficiario, sino alle seguenti soglie:

  • se il reddito del pensionato è superiore a 3 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (Fpld), la percentuale di cumulabilità della pensione di reversibilità è pari al 75%: in parole semplici, la reversibilità è ridotta del 25% se il reddito dell’interessato supera 3 volte il trattamento minimo, moltiplicato per 13 mensilità;
  • se il reddito del pensionato è superiore a 4 volte il trattamento minimo annuo, la percentuale di cumulabilità del trattamento di reversibilità è pari al 60%: in pratica, la reversibilità è ridotta del 40% se il reddito dell’interessato supera 4 volte il minimo;
  • se il reddito del pensionato è superiore a 5 volte il trattamento minimo annuo, la percentuale di cumulabilità della pensione di reversibilità è pari al 50%: in pratica, la reversibilità è dimezzata se il reddito dell’interessato supera 5 volte il minimo.

Il trattamento che deriva dal cumulo dei redditi con la reversibilità ridotta non può, però, essere inferiore a quello spettante per il reddito pari al limite massimo della fascia immediatamente precedente.

Nessuna decurtazione è prevista, invece, per le “vecchie reversibilità”, cioè per i titolari di pensione di ai superstiti erogate entro il 31 agosto 1995: tuttavia, per loro, le rate di pagamento sono congelate, dunque non l’assegno non può essere rivalutato fino a quando non viene riassorbita l’eccedenza.

Come si riduce l’assegno d’invalidità?

I titolari di un assegno ordinario d’invalidità subiscono un taglio del 25% se il reddito da lavoro totale supera 4 volte il trattamento minimo, e del 50% se lo supera di 5volte.

Una volta decurtato l’assegno, poi, se l’importo risulta più alto del trattamento minimo nonostante i tagli, il pensionato subisce una seconda riduzione, a meno che non possieda almeno 40 anni di contributi.

Quando l’assegno d’invalidità è convertito in trattamento di vecchiaia, al raggiungimento dell’età pensionabile, può invece essere liberamente sommato coi redditi da lavoro.

Come si riducono le pensioni per invalidità e inabilità specifica?

Le pensioni per inabilità e invalidità specifica, erogate da determinate gestioni amministrate dall’Inps (ad esempio le pensioni per inabilità alle mansioni o a proficuo lavoro erogate dall’Inpdap), sono cumulabili limitatamente con i redditi da lavoro, nella generalità dei casi, a meno che l’interessato non raggiunga 40 anni di contributi.

In particolare, se l’assegno è superiore al trattamento minimo (515,58 euro al mese per il 2020) la parte eccedente il trattamento minimo può subire una riduzione qualora l’interessato svolga un’attività lavorativa.

La riduzione varia a seconda della provenienza del reddito di lavoro:

  • se il reddito è da lavoro dipendente, il taglio della pensione è pari al 50% della quota eccedente il trattamento minimo, fermo restando che la decurtazione non può superare il reddito stesso;
  • se il reddito è da lavoro autonomo, la riduzione è pari al 30% della quota eccedente il trattamento minimo, e comunque non può essere superiore al 30% del reddito prodotto.

In ogni caso, la riduzione non si applica:

  • se il reddito conseguito è inferiore al trattamento minimo Inps;
  • se il pensionato è impiegato in contratti a termine la cui durata non superi le 50 giornate nell’anno solare;
  • se il reddito deriva da attività svolte nell’ambito di programmi di reinserimento degli anziani in attività socialmente utili, promosse da enti locali ed altre istituzioni pubbliche e private;
  • se il lavoratore è occupato in qualità di operaio agricolo;
  • se il pensionato è occupato in qualità di addetto ai servizi domestici e familiari;
  • se il reddito conseguito è un’indennità percepite per l’esercizio della funzione di giudice di pace;
  • se il reddito conseguito è un’indennità o un gettone di presenza percepiti dagli amministratori locali;
  • se il reddito conseguito è un’indennità comunque connessa a cariche pubbliche elettive;
  • se il reddito conseguito è un’indennità percepita dai giudici onorari aggregati per l’esercizio delle loro funzioni;
  • se il reddito conseguito è un’indennità percepita dai giudici tributari.

Nel caso in cui la riduzione sia applicata a un lavoratore subordinato, la trattenuta viene effettuata direttamente sullo stipendio (cd. trattenuta giornaliera), a cura del datore di lavoro; l’Inps può invece applicare la trattenuta sugli arretrati di pensione, in caso di tardiva liquidazione della prestazione.

Se la trattenuta è applicata a un lavoratore autonomo, è l’Inps ad applicarla direttamente sulla pensione.

Come funziona la rivalutazione della pensione?

Annualmente, la generalità dei trattamenti erogati dall’Inps è rivalutata attraverso un meccanismo che si chiama perequazione e che consiste nell’adeguamento degli assegni all’inflazione.

Questo adeguamento si applica in misura piena solo alle pensioni inferiori a 4 volte il trattamento minimo: per gli assegni d’importo superiore, la rivalutazione subisce un taglio sino al 60%.

Nel dettaglio:

  • per le pensioni fino a 4 volte il minimo, l’adeguamento al costo della vita è pari al 100%;
  • per le pensioni oltre 4 e fino a 5 volte il minimo, l’adeguamento si applica nella misura del 77%;
  • per le pensioni oltre 5 e fino a 6 volte il minimo, l’adeguamento si applica nella misura del 52%;
  • per le pensioni oltre 6 e fino a 8 volte il minimo, l’adeguamento si applica nella misura del 47%;
  • per le pensioni oltre 8 e fino a 9 volte il minimo, l’adeguamento si applica nella misura del 45%;
  • per le pensioni oltre 9 volte il minimo, l’adeguamento si applica nella misura del 40%.

A quanto ammonta l’adeguamento al costo della vita?

L’adeguamento al costo della vita cambia annualmente, in base alle rilevazioni Istat: per il 2020, il tasso di rivalutazione delle pensioni erogate dall’Inps è pari allo 0,5%. Chi, dunque, ha una pensione sino a 4 volte il minimo, percepisce una rivalutazione dello 0,5%, mentre chi ha una pensione pari a 9 volte il minimo beneficia di una rivalutazione dello 0,2% (ossia il 40% dello 0,5%).

Come si rivalutano le pensioni ridotte per incumulabilità?

Secondo quanto esposto, la percentuale di rivalutazione cambia notevolmente, in base all’importo del trattamento. Prendendo come riferimento una pensione fortemente ridotta a causa dell’incumulabilità col reddito, si deve allora considerare il trattamento al lordo o al netto delle quote non cumulabili? Facciamo un esempio.

Dino percepisce una pensione di reversibilità che ammonta, al lordo, a 2500 euro, ma al netto delle quote incumulabili a 1250 euro. La rivalutazione va calcolata sul lordo di 2500 o sull’importo tagliato di 1250?

Sulla base di quanto chiarito dalla Cassazione [2], la rivalutazione deve essere applicata sulla pensione al netto delle quote incumulabili. Chi, ad esempio, percepisce un trattamento lordo superiore a 5 volte il minimo, ma che risulta inferiore a 4 volte il minimo al netto delle quote incumulabili, ha diritto all’applicazione della rivalutazione nella misura del 100% e non del 52%.

In pratica, se la pensione è tagliata a causa della percezione di agli altri redditi, si ottiene una rivalutazione più alta.

Secondo la Cassazione, applicare la perequazione considerando l’importo del trattamento al lordo delle trattenute non sarebbe equo: in questo modo non rileverebbe la situazione economica reale e si privilegerebbero, a parità di reddito, i pensionati con un unico trattamento.


note

[1] Art. 19 Legge 133/2008.

[2] Cass. sent. 20478/2020.

[3] L. 335/1995.


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