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Infortunio: il datore di lavoro risponde anche per l’errore del dipendente

5 Ottobre 2020
Infortunio: il datore di lavoro risponde anche per l’errore del dipendente

L’azienda deve effettuare una valutazione analitica di tutti i rischi per i lavoratori provenienti dall’ambiente di lavoro.

Hai subito un infortunio sul lavoro. Sei consapevole che l’incidente è avvenuto perché non stavi rispettando le norme di sicurezza. Vuoi sapere se puoi comunque fare causa al datore di lavoro per il risarcimento dei danni.

In generale, il datore di lavoro è tenuto a tutelare la salute e la sicurezza dei dipendenti dai rischi che possono derivare dall’ambiente di lavoro. Tuttavia, a volte, è il lavoratore a mettersi nei guai ponendo in essere operazioni non corrette. In questi casi, se si verifica un infortunio, il datore di lavoro risponde anche per l’errore del dipendente? Come vedremo, la risposta può essere talvolta affermativa. L’azienda, infatti, nell’effettuare la valutazione dei rischi, dovrebbe prevedere anche i comportamenti scorretti dei dipendenti e vigilare affinché non si diffondano nelle attività quotidiane delle prassi scorrette.

Cos’è l’obbligo di sicurezza?

Il datore di lavoro, nel nostro ordinamento giuridico, è tenuto per legge [1] a tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori, adottando ogni misura necessaria ad evitare che possa derivare agli stessi un rischio dall’ambiente di lavoro.

L’adempimento di questo obbligo avviene ponendo in essere tutta una serie di attività tra le quali le più importanti sono le seguenti [2]:

  1. valutazione dei rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori;
  2. approvazione del documento di valutazione dei rischi (Dvr);
  3. nomina del medico competente che deve occuparsi della sorveglianza sanitaria dei lavoratori;
  4. istituzione del servizio di prevenzione e protezione;
  5. formazione dei lavoratori per renderli edotti dei rischi presenti nel posto di lavoro e dei comportamenti corretti da tenere;
  6. predisposizione delle misure di sicurezza collettive e dei dispositivi di protezione individuali.

Infortunio sul lavoro e malattia professionale: cosa rischia il datore di lavoro?

Se il lavoratore, in ambito lavorativo, si infortuna o sviluppa una malattia professionale, il datore di lavoro rischia di essere condannato a dover risarcire il danno al dipendente.

In particolare, se il lavoratore dimostra che il datore di lavoro non ha correttamente adempiuto i propri obblighi in materia di salute e sicurezza, l’azienda può essere tenuta a pagare al lavoratore il danno differenziale, ossia, la differenza tra il danno biologico risarcito al lavoratore dall’Inail e il danno civilistico complessivamente subito a causa dell’infortunio o della malattia da lavoro.

Inoltre, se il lavoratore è deceduto o ha subito lesioni, il datore di lavoro può rispondere anche penalmente per i reati di omicidio o lesioni personali.

Infortunio per errore del lavoratore: risponde il datore di lavoro?

Come abbiamo detto, il datore di lavoro deve anche fornire al lavoratore una formazione specifica, illustrandogli come deve essere eseguito il lavoro per garantire la sicurezza.

Può, però, accadere che preso dalla fretta o dalla troppa sicurezza in se stesso, il lavoratore non rispetti le prescrizioni ricevute e si assume un rischio che poi sfocia in un infortunio. Chi risponde in questi casi? Secondo la Cassazione [3] il datore di lavoro può essere condannato a risarcire il danno al lavoratore ed essere ritenuto colpevole del reato di lesioni se non ha previsto i pericoli anche se il dipendente si è assunto un rischio “eccentrico”.

Se, nello svolgimento del lavoro, si consolida una prassi scorretta da parte dei lavoratori, infatti, è evidente che c’è stato un difetto di controllo e di prevenzione da parte del datore di lavoro.

Nel caso affrontato dagli Ermellini, un operaio si era infortunato mentre estraeva una pedana mobile dalla banchina dell’officina, realizzando una operazione scorretta e pericolosa. Mentre svolgeva tale azione, l’operaio era stato violentemente colpito da una forca del carrello elevatore procurandosi una frattura scomposta.

Nei primi due gradi di giudizio, il lavoratore ha avuto ragione. Secondo i giudici, infatti, l’infortunio era ascrivibile ad un difetto di previsione dei rischi da parte dell’azienda.

La Cassazione ha confermato la correttezza del ragionamento dei giudici di merito in quanto, a differenza di quanto sostenuto dalla difesa della società, l’estrazione della pedana non era un’iniziativa estemporanea del dipendente ma una prassi scorretta che si era ormai consolidata da tempo in azienda.

Partendo da tale assunto, gli Ermellini hanno concluso per la responsabilità del datore di lavoro.


note

[1] Art. 2087 cod. civ.

[2] D.lgs. 81/2008.

[3] Cass. n. 26618/20.


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