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Reddito di cittadinanza: perdita, riduzione e sanzioni

3 Ottobre 2020 | Autore: Daniele Nuzzolese
Reddito di cittadinanza: perdita, riduzione e sanzioni

In quali casi viene revocato il Rdc e perché il beneficio può subire un taglio. Le sanzioni penali e amministrative per omissione di dati e dichiarazioni mendaci.

I media stampati e televisivi ospitano sempre più spesso notizie relative all’appropriazione indebita del Reddito di cittadinanza. Nonostante ciò, le cause che comportano decadenza e decurtazione restano aspetti poco noti, quando non del tutto ignorati, del sussidio statale.

Probabilmente anche tu, in qualità di beneficiario dell’integrazione al reddito, vuoi capire quando si perde o si riduce l’importo accreditato mensilmente. Per questi motivi, abbiamo deciso di scrivere un articolo entrando nel vivo del Reddito di cittadinanza: perdita, riduzione e sanzioni, infatti, rappresentano la colonna portante della forma assistenzialistica introdotta nel 2019 dal Governo Conte.

Conoscendo tutti i motivi che possono provocare la revoca del Reddito di cittadinanza, potrai risultare anche virtuoso agli occhi dell’ente erogatore, continuando a beneficiare dell’importo che integra il tuo reddito personale. Inoltre, comunicando in modo corretto tutte le modifiche relative alla tua condizione lavorativa e alla riscossione di eventuali compensi, eviterai di incorrere nelle sanzioni penali e amministrative poste a salvaguardia di questa forma di aiuto economico.

Decadenza: quando si perde il Reddito di cittadinanza

Il diritto di percepire il Reddito di cittadinanza si perde in due casi specifici:

  1. quando si fanno dichiarazioni mendaci all’atto della sottoscrizione dei documenti necessari per accedere al diritto;
  2. quando emerge l’uso del Rdc come beneficio economico e non come strumento volto all’incentivazione dei consumi.

Per poter usufruire del Rdc occorre aver sottoscritto due importanti documenti, in mancanza dei quali si rischia di perdere il sussidio statale. Si tratta della Dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro (Did) e il Patto per il lavoro (noto anche come Patto per il servizio personalizzato).

Con la Did si certifica di non essere coinvolti in alcun tipo di rapporto lavorativo subordinato e, al contempo, di essere alla ricerca di un impiego. Per compilare questo strumento utile al contrasto alla disoccupazione a lungo termine, è possibile percorrere diversi canali.

Per cominciare, online, attraverso il portale Anpal, accedendo all’area riservata MyAnpal con le credenziali specifiche. In alternativa, i possessori di uno spid potranno accedere direttamente, saltando la fase di registrazione.

La Did si può compilare anche attraverso i portali regionali, ma non tutti i sistemi informativi locali offrono questo servizio.

Infine, se si hanno difficoltà nel gestire le pratiche online, è possibile rivolgersi direttamente ai Centri per l’Impiego o ai patronati. Questi istituti, riconosciuti dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, avranno cura di gestire l’intera pratica della dichiarazione di immediata disponibilità.

Il Patto per il lavoro, invece, va stipulato necessariamente presso un Centro per l’Impiego. In questo documento, il soggetto disoccupato dichiara di voler partecipare a ogni misura di politica attiva.

Queste misure, volte a ridurre i tempi trascorsi in uno stato disoccupazionale, sono programmate dal Centro per l’Impiego stesso e possono essere raggruppate in due tipologie:

  1. laboratori per rafforzare le competenze nella ricerca del lavoro: nel corso di questi appuntamenti, il soggetto imparerà a stendere un curriculum vitae, oppure a sostenere un colloquio di lavoro;
  2. iniziative di formazione professionale.

Oltre ai documenti di cui abbiamo appena parlato, il percettore del Rdc è tenuto a osservare quelle che sono state definite “buone prassi”. Si tratta dei Progetti utili alla collettività (Puc) [1], attualmente in fase di decollo in gran parte dei Comuni italiani. I Puc sono progetti a titolarità esclusiva del Comune (ma anche compartecipati da altri soggetti, ovvero gestiti dal terzo settore), ai quali chi gode del Rdc deve partecipare in via obbligatoria, pena la perdita dell’accredito mensile.

Il beneficio erogato dal Governo è poi strettamente connesso all’offerta di lavoro congrua. Con questo termine si intende un’offerta lavorativa affine alle competenze maturate da un soggetto disoccupato e il cui luogo di lavoro sia facilmente raggiungibile, anche con i mezzi pubblici [2].

Il pagamento del Reddito di cittadinanza viene interrotto se il destinatario non accetta almeno una delle tre offerte di lavoro congrue [3]. In caso di rinnovo del Rdc, il limite delle possibilità di scelta si riduce a una sola: il beneficiario del reddito minimo decade da questa posizione se non accetta la prima offerta di lavoro congrua.

Un altro vincolo per mantenere sempre attivo il reddito di sussistenza è di aggiornare la Dichiarazione sostitutiva unica (Dsu) in caso di variazione del nucleo familiare.

Facciamo un esempio.

Il nucleo familiare di Antonio e Giovanna, genitori entrambi disoccupati, include anche due figli, Marco, maggiorenne, e Matteo, minorenne. Il Rdc percepito da Antonio è calcolato aggiungendo al valore minimo una scala di equivalenza di 0,8 (essendo Giovanna e Marco maggiorenni) più 0,2 per la presenza di un minorenne. Ora, poniamo il caso che Marco decida di sposarsi e di andare a vivere altrove, non gravando più sul reddito familiare. In tal caso, Antonio dovrà premurarsi di aggiornare la Dsu, ottenendo un nuovo Isee e, quindi, un ricalcolo del Rdc che non terrà più conto dello 0,4 spettante al figlio maggiorenne. In caso contrario, la famiglia di Antonio rischia di perdere completamente il reddito minimo garantito.

Ultimo caso che comporta la perdita del reddito di base è quello in cui, in caso di ispezione, il percettore viene trovato a svolgere un lavoro dipendente, autonomo e di impresa senza averlo comunicato. Per capire meglio cosa accade in queste situazioni, si rimanda alla sezione relativa alla riduzione del Rdc.

Fa eccezione, dal panorama del decadimento, la collaborazione familiare. Questa, non prevedendo alcun compenso, non va comunicata all’ente erogatore.

Se Antonio percepisce il reddito di cittadinanza e, al contempo, vuole aiutare la madre nel suo negozio di abbigliamento, può farlo avviando una collaborazione familiare senza compenso. In questo caso, non rischia nemmeno di perdere il Rdc.

Riduzione del Reddito di cittadinanza

Il Reddito di cittadinanza subisce una riduzione nei casi in cui:

  1. il beneficiario trova lavoro;
  2. non spende interamente la somma ricevuta.

Analizziamo, nello specifico, questi due punti.

Come certamente saprà chi già percepisce il Rdc, il suo valore complessivo è dato dalla somma di due parti distinte. La prima, è quella finalizzata a integrare il reddito familiare fino a un tetto massimo che varia in base ai moltiplicatori e ad altre variabili (composizione del nucleo familiare e numero di minorenni a carico). La seconda, invece, è più una sorta di rimborso che è erogato in caso si paghi l’affitto o le rate di un mutuo.

Una famiglia composta da due genitori e un figlio minorenne versa un canone mensile di affitto pari a 600 € e con un reddito familiare pari a 0. Il tetto massimo stabilito per la prima parte del reddito è di 9.600 € annui (6000 € moltiplicati per una scala di equivalenza di 1,6), mentre la seconda parte è pari al canone mensile di locazione moltiplicato per 12. In totale, quindi, la famiglia percepirà un reddito di cittadinanza annuale di 16.800 € e, quindi, 1.400 € mensili.

Ma cosa succede se uno dei due genitori trova un lavoro durante il periodo di riscossione? In tal caso, il Reddito di cittadinanza subirà una decurtazione.

Poniamo caso che la madre della famiglia in questione venga assunta con contratto trimestrale e un compenso mensile di 1.200 €. Stando così le cose, dai 9.600 € andranno sottratti i 3.600 € percepiti e il Rdc scenderà a quota 1.100 € mensili.

Passando ora al secondo punto, cioè il caso in cui il beneficiario non spenda l’intera cifra accreditata sull’apposita Postepay, la riduzione del Rdc è pari al 20% della somma non spesa. L’unica eccezione a questo limite si verifica se la somma residua è inferiore a 100 €.

Se Antonio riceve 780 € il 27 settembre, ma al 26 ottobre risulta avere ancora 200 €, l’accredito successivo sarà di 740 € (per via della decurtazione pari al 20% di 200 €).

Esiste, poi, un terzo caso che non rientra propriamente nella riduzione del Reddito di cittadinanza. L’erogazione di questo beneficio è suddiviso in due semestri: allo scadere di ciascun semestre viene azzerato qualsiasi eventuale residuo presente in carta. Ma cerchiamo di capire in termini pratici questo dettaglio tecnico.

Come abbiamo appena visto, la decurtazione del 20% non si applica se in carta vi è un residuo inferiore a 100 €. Se sulla Postepay del reddito, allo scadere del sesto mese dal momento in cui lo si è iniziato a ricevere, risulta un residuo di 99 €, questo viene automaticamente rimosso. Questo, ovviamente, non comporta alcuna riduzione relativa all’accredito del mese successivo.

Reddito di cittadinanza e dichiarazioni false: quali sono le sanzioni?

Dal momento in cui il reddito di emergenza è entrato a far parte dell’ordinamento giuridico italiano [4], le dichiarazioni mendaci si sono subito configurate come reato omissivo. Per questo motivo, se si contravviene a quanto previsto dalla norma, si rischiano importanti sanzioni penali.

È prevista la reclusione da due a sei anni qualora si forniscano dichiarazioni non corrispondenti al vero o documenti falsi. La stessa pena è prevista in caso di omissione di informazioni dovute.

Se una coppia percepisce il sussidio ma non comunica l’incarcerazione del soggetto beneficiario, scatta l’illecito anche per il coniuge.

La reclusione è ridotta da uno a tre anni qualora si ometta di comunicare all’ente erogatore tutte quelle informazioni collegate alle variazioni del reddito o del patrimonio, ovvero valide alla decadenza o riduzione del beneficio. Se Antonio percepisce il Reddito di cittadinanza ma viene assunto a tempo indeterminato da un negozio di abbigliamento, ha l’obbligo di comunicarlo all’ente erogatore. In caso contrario, è passibile di illecito penale.

Oltre alla sanzione penale, se ne aggiunge anche una di carattere amministrativo. Infatti, oltre alla decadenza dal diritto, lo Stato può avanzare, all’ormai ex beneficiario, la restituzione complessiva di quanto riscosso fino a quel momento.



Di Daniele Nuzzolese

note

[1] Art. 4 co. 15 D.L. 4/2019.

[2] Delibera Anpal 20/02/2018.

[3] Art. 25 D. Lgs. 150/2015.

[4] D.L. 4/2019.


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