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Cartella esattoriale: chi paga può fare ricorso?

2 Ottobre 2020
Cartella esattoriale: chi paga può fare ricorso?

Il pagamento di una cartella esattoriale non costituisce ammissione di debito se effettuato non spontaneamente. 

Il ricorso contro la cartella esattoriale è una scelta che va meditata con attenzione: il rischio è quello di vedersi rigettare la domanda e pagare le spese processuali (oltre ovviamente al proprio avvocato). Ecco perché, a volte, può risultare più prudente soddisfare subito la richiesta di pagamento inviata dall’agente per la riscossione e valutare, in un successivo momento e con tutta calma, se procedere per vie legali al recupero della somma anticipata. Ma qui si pone un problema: chi paga la cartella esattoriale può fare ricorso?

Gli automobilisti meno diligenti sapranno già che, per le multe stradali, non è possibile alcun ripensamento; per cui chi paga la sanzione amministrativa non può dopo rivolgersi al giudice di pace, neanche se si accorge che il verbale è palesemente viziato. La regola è infatti quella secondo cui il versamento dell’importo richiesto dall’amministrazione costituisce ammissione di debito. 

Lo stesso principio vale anche per i debiti tra privati. Se, ad esempio, una persona dovesse pagare al proprio creditore l’importo da questi preteso non potrebbe poi trascinarlo in tribunale per farsi restituire i soldi, magari perché accortosi solo in un successivo momento che il credito era prescritto o comunque illegittimo.

Che succede, invece, con gli atti dell’esattore? Chi paga la cartella esattoriale può fare ricorso? A fare il punto della situazione è una recente ordinanza della Cassazione [1]. Ecco cosa hanno stabilito i giudici supremi. 

Si può fare ricorso contro una cartella pagata?

Secondo la Suprema Corte, il pagamento della cartella esattoriale, eseguito dal contribuente in modo non spontaneo – solo cioè per evitare di subire un pignoramento, un fermo auto, un’ipoteca, il blocco del conto corrente o del quinto dello stipendio – non costituisce ammissione del debito e, di conseguenza, non preclude la possibilità di fare ricorso al giudice. 

Anche se la causa è stata già intrapresa e, prima che il giudice si esprima (momento per il quale è necessario attendere a volte anni), il ricorrente dovesse pagare la cartella proprio per evitare un’esecuzione forzata in proprio danno non fa venir meno il giudizio. 

La ragione di tale pronuncia sta nella corretta induzione secondo cui il pagamento della cartella, per quanto illegittima, potrebbe essere indotto non tanto dall’acquiescenza del debitore nei confronti del Fisco, quanto piuttosto dall’esigenza di evitare conseguenze peggiori come appunto un pignoramento dei beni. Sicché, il contribuente sarà comprensibilmente spinto – in un’ottica di massima prudenza – a pagare solo per scongiurare tutti i rischi che dalle azioni esecutive dell’esattore possono derivare, salvo poi riservarsi la possibilità di chiedere al giudice la restituzione della somma versata.

Esempi: quando si può impugnare la cartella di pagamento

Un paio di esempi serviranno a comprendere meglio la questione appena illustrata.

Un contribuente riceve una cartella esattoriale. Decide di impugnarla immediatamente ma, avendo saputo dal proprio commercialista che la prima udienza si svolgerà dopo diversi mesi, e temendo che allo scoccare del 61° giorno l’Agenzia Entrate Riscossione possa bloccargli il conto corrente, decide di pagare nelle more del giudizio. In tale ipotesi, la causa va avanti ugualmente, non essendo il pagamento un’ammissione tacita del debito.

Un contribuente riceve una cartella esattoriale e, preoccupato di vedersi pignorare il quinto dello stipendio, decide di pagare. Dopo qualche giorno, dopo un confronto con un professionista, viene a sapere che la cartella era prescritta. Così decide di fare ricorso al giudice. In tal caso, può farlo poiché l’avvenuto versamento dell’importo richiesto dall’esattore non costituisce ammissione di debito. 

Il principio: il pagamento non è ammissione di debito

Il pagamento, al pari della richiesta di rateazione degli importi pretesi, non integra acquiescenza. In sostanza, chiarisce la sentenza, non può attribuirsi al puro e semplice riconoscimento del pagamento di un tributo, contenuto in atti della procedura di accertamento e di riscossione, l’effetto di precludere ogni contestazione in ordine alla pretesa stessa. Salvo, ovviamente, non siano scaduti i termini di impugnazione e non possa considerarsi estinto il debito tributario risultando irripetibile il versamento solo di quanto spontaneamente pagato.


note

[1] Cass. or. n. 20962/20 dell’1.10.2020.  


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