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Disoccupazione: licenziamento volontario

5 Dicembre 2020
Disoccupazione: licenziamento volontario

La legge tutela i lavoratori che perdono involontariamente il lavoro con l’erogazione di una indennità economica mensile.

Hai deciso di cambiare lavoro. Non ti senti più stimolato e vuoi provare a percorrere una nuova strada. Ti chiedi, però, se puoi comunque avere accesso alla disoccupazione.

Il lavoro è un valore fondante nel nostro ordinamento perché permette alla persona e alla sua famiglia di avere un reddito necessario a sopperire alle esigenze di vita. Per questo, chi decide di lasciare il proprio posto di lavoro per affrontare una nuova sfida professionale, si chiede se avrà diritto alla disoccupazione in caso di licenziamento volontario. Occorre verificare se il lavoratore decide di licenziarsi perché c’è una giusta causa o in modo del tutto spontaneo.  Infatti, se la decisione di lasciare il posto di lavoro è puramente volontaria, non spetta la tutela prevista in caso di disoccupazione.

Cosa si intende per disoccupazione?

Nel linguaggio comune, con il termine disoccupazione si intendono in realtà due concetti diversi.

Innanzitutto, la disoccupazione è lo status di colui che ha perso il lavoro e che non è attualmente occupato. In secondo luogo, con un’espressione non corretta dal punto di vista tecnico, si chiama disoccupazione anche l’indennità economica che viene erogata dall’Inps ai lavoratori che perdono involontariamente il lavoro.

Cos’è la Naspi?

Nell’attuale quadro normativo, l’indennità economica che viene erogata dall’Inps al lavoratore che abbia perso involontariamente il lavoro si chiama Naspi, acronimo di nuova assicurazione sociale per l’impiego.

La Naspi consiste in un assegno mensile che viene erogato dall’Inps al lavoratore che abbia perso il lavoro e che ne faccia esplicita domanda. Non tutti i lavoratori che perdono il lavoro hanno, tuttavia, diritto alla Naspi. Infatti, per accedere a questa tutela economica, la perdita del lavoro deve essere involontaria, ovvero, avvenire contro la volontà del lavoratore. Ne consegue che la Naspi spetta al dipendente che è stato licenziato o che è stato, di fatto, costretto a dimettersi a causa di un gravissimo comportamento del datore di lavoro (dimissioni per giusta causa).

Viceversa, la Naspi non spetta quando il rapporto di lavoro si sia chiuso con un atto volontario del lavoratore e, dunque, in caso di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro o di dimissioni volontarie. Se, quindi, il lavoratore lascia il posto di lavoro con un proprio licenziamento volontario, egli non potrà chiedere la tutela economica prevista in caso di disoccupazione.

L’unica eccezione a questa regola è rappresentata, come abbiamo detto, dalle dimissioni per giusta causa [1], ossia, da quelle situazioni in cui il lavoratore si dimette non per propria libera scelta volontaria ma perché, di fatto, costretto da un grave inadempimento del datore di lavoro che non rende possibile la prosecuzione, nemmeno momentanea, del rapporto di lavoro.

Secondo i giudici, in particolare, costituiscono giusta causa di dimissioni inadempimenti datoriali come i seguenti:

  • mancato pagamento della retribuzione;
  • molestie sul lavoro;
  • mobbing;
  • trasferimento in un’altra sede di lavoro senza i motivi organizzativi richiesti dalla legge;
  • demansionamento;
  • peggioramento delle condizioni di lavoro dopo un trasferimento d’azienda o di un ramo di essa.

Naspi: gli altri requisiti

Chiarito che il licenziamento volontario non da diritto alla Naspi, resta da verificare se ci sono altri requisiti che il lavoratore deve possedere per poter richiedere tale forma di sostegno economico.

La risposta è affermativa. Oltre ad aver perso il lavoro contro la sua volontà, infatti, il lavoratore, per accedere alla Naspi, deve possedere due requisiti ulteriori:

  1. requisito contributivo: presenza di almeno 13 settimane di contribuzione contro la disoccupazione nei 4 anni che precedono la cessazione del rapporto di lavoro;
  2. requisito lavorativo: presenza di almeno 30 giornate di effettivo lavoro nei 12 mesi che precedono l’inizio dello stato di disoccupazione.

Se questi requisiti sono integrati, il lavoratore potrà fare domanda di Naspi e ricevere l’assegno mensile per un numero di settimane massimo pari alla metà delle settimane di contribuzione contro la disoccupazione presenti nei 4 anni che precedono la fine del rapporto di lavoro. Ne consegue che il periodo massimo di fruizione della Naspi è pari a 2 anni.

La Naspi non viene erogata in automatico dall’Inps. Il lavoratore deve, dunque, attivarsi e presentare la domanda nel rispetto dei termini di legge.


note

[1] Art. 2119 cod. civ.


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