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Cani al ristorante: cosa dice la legge

5 Dicembre 2020 | Autore: Daniele Nuzzolese
Cani al ristorante: cosa dice la legge

Differenza tra luogo pubblico e luogo aperto al pubblico. Norme relative all’accesso dei cani nei ristoranti e ripercussioni possibili. Il confronto con alcuni Stati europei.

Quante volte hai sognato di entrare in un locale in compagnia del tuo fedele compagno al guinzaglio senza correre il rischio di essere ripreso dal proprietario? Chi ha un cane conosce bene il disagio che si prova ogni volta che si è prossimi all’ingresso di un esercizio pubblico. E se alla domanda «Lui – indicando il cane – può entrare?», fa seguito un netto diniego, le cose da fare sono due: la prima, è quella di cercare un palo nelle immediate vicinanze dove legare temporaneamente il guinzaglio (con tutti i disagi che una soluzione del genere può generare), oppure proseguire fino a ottenere il tanto ambito permesso.

Nonostante l’opinione pubblica sia sempre più attenta ai diritti degli animali, il loro ingresso in esercizi commerciali resta una importante zona grigia del riferimento normativo. E allora, quando si ha intenzione di portare i cani al ristorante, cosa dice la legge? È davvero possibile tirare fuori dal cilindro un articolo di una qualsiasi legge e difendere i diritti dei nostri migliori amici? Onde evitare di fare figure peregrine, ti consiglio di leggere questo articolo, interamente dedicato al rapporto tra cani e ristoranti da un punto di vista esclusivamente legale.

Ristorante: luogo pubblico o luogo aperto al pubblico?

«Mi dispiace, ma non è consentito accedere con il cane». È la frase che, molto spesso, i padroni si sentono dire all’ingresso di un ristorante. E con ancora maggiore frequenza, si è soliti rispondere: «Ma questo è un luogo pubblico!».

Purtroppo, una risposta del genere non ha alcun fondamento di verità. Per capire meglio quello di cui stiamo parlando, occorre conoscere la differenza che intercorre tra luogo pubblico e luogo aperto al pubblico.

A livello normativo, non esiste una legge specifica che dica cos’è l’uno e cosa sia l’altro. Tuttavia, una netta differenza emerge proprio dalla Costituzione [1]. Questa, nell’ambito dei rapporti civili, stabilisce un diverso iter nell’organizzazione delle riunioni. Quelle da tenersi in luogo pubblico vanno preventivamente comunicate alle autorità, mentre quelle organizzate in luoghi aperti al pubblico non necessitano di alcun preavviso.

La distinzione tra i due tipi di luoghi è poi ben fissato in materia di diritto penale [2], tanto da inquadrare il luogo pubblico come quello in cui è possibile accedere senza alcun tipo di limitazione. Questa libertà è possibile perché il luogo pubblico appartiene allo Stato.

A differenza del precedente, il luogo aperto al pubblico è invece suscettibile di potenziali circoscrizioni perché questo luogo costituisce proprietà privata.

Dunque, una piazza è un luogo pubblico, un ristorante è un luogo aperto al pubblico.

Accesso dei cani nei ristoranti: un quadro normativo confuso

Quando si tratta di affrontare i diritti dei proprietari a entrare in un ristorante in compagnia del proprio amico a quattro zampe, subentrano tutta una serie di disinformazioni e mezze verità. Questo accade soprattutto perché, a fronte di un regolamento nazionale e uno europeo, se ne possono porre altri di carattere locale.

Una buona dose di confusione deriva da un regolamento di polizia veterinaria, dal quale sono in molti a desumere che i cani possono entrare nei ristoranti. In realtà, in questa codificazione applicativa è espressamente detto che gli animali domestici possono accedere nei luoghi aperti al pubblico solo se legati al guinzaglio e se indossano la museruola [3].

Nel corso degli anni, poi, ciascun comune ha sentito la necessità di espletare la potestà regolamentare connessa all’esercizio delle sue funzioni. Questo significa che il contesto nazionale si è sempre più arricchito di una serie di delibere localistiche e disomogenee, rispondenti a criteri sempre diversi. Ciò che più interessa, però, è che queste deliberazioni – se ci sono – soppiantano il precedente regolamento veterinario.

Tecnicamente, si chiama “Regolamento comunale per la tutela ed il benessere degli animali” e il suo scopo è migliorare il rapporto di convivenza tra uomo e animale.

In queste ordinanze, il sindaco può consentire o vietare l’accesso dei cani nei luoghi pubblici e in quelli aperti al pubblico, ristoranti compresi.

Prendiamo, solo a titolo di esempio, il Regolamento comunale per la tutela e il benessere degli animali del Comune di Matera [4]. In questo comune, i cani possono accedere in tutti i luoghi pubblici e aperti al pubblico, a patto che siano tenuti al guinzaglio (non superiore a 1,5 mt.). La museruola si rende necessaria solo se gli stessi recano disturbo.

Previa comunicazione al Sindaco e al Servizio di tutela degli animali, gli esercenti di qualunque luogo aperto al pubblico della città possono altresì vietare l’ingresso dei cani. In tal caso, però, sarebbe opportuno predisporre degli spazi idonei all’accoglienza degli animali domestici per tutta la durata di permanenza del fruitore negli ambienti dell’esercizio. È importante sottolineare il carattere di opportunità stabilito dal regolamento che, quindi, non prescrive un obbligo o un dovere da parte dell’esercente di prevedere ambienti adatti alla permanenza dei cani.

Come si potrà facilmente intuire, non è detto che ci sia affinità d’intenti tra i vari comuni nazionali.

Ne è un esempio il comune di Quincinetto, nel torinese, il cui regolamento vieta l’accesso ai cani in bar, ristoranti e negozi di generi alimentari [5].

Accesso dei cani nei ristoranti: la parola al Ministero della Salute

Nel tentativo di superare una prevedibile frammentazione territoriale e uniformare la disciplina, nel 2013, il Ministero della Salute ha approvato il manuale stilato dalla Federazione Italiana Prassi Operativa (FIPE). Si tratta di un regolamento generale che allinea il panorama normativo nazionale con le direttive europee [6].

La finalità delle disposizioni comunitarie è di far rispettare le norme igienico-sanitarie all’interno di quei luoghi aperti al pubblico che si occupano di ristorazione, gastronomia, gelateria e pasticceria. Questo prezioso vademecum vieta l’ingresso dei cani nei luoghi predisposti alla preparazione e alla conservazione degli alimenti, nonché al loro trattamento [7].

Il divieto, se da un lato sembra rispondere a un giusto criterio tale da impedire la contaminazione alimentare, dall’altro non sembra estendersi agli ambienti del ristorante adibiti al consumo del cibo.

Una migliore interpretazione di questo punto del regolamento comunitario è giunta nel marzo del 2017, quando una nota del ministero della Salute ha definitivamente messo nero su bianco [8].

Due sono i requisiti da soddisfare per permettere l’ingresso dei cani nei ristoranti:

  1. l’animale domestico non deve trovarsi nello stesso ambiente in cui viene preparato, conservato e trattato il cibo;
  2. la permanenza del cane è riservata agli spazi interni dell’esercizio, appositamente predisposti per l’accoglienza degli amici a quattro zampe.

Ove non sia possibile accogliere, per ragioni igienico-sanitarie, il padrone e il suo fido amico, il ristorante dovrà predisporre spazi adeguati per la permanenza del cane. Si pensi, per esempio, a quei ristoranti che integrano la sala con una cucina a vista e che, pertanto, non possono permettere di far entrare i cani. Sarebbe opportuno, in casi del genere, predisporre androni o sale di attesa opportunamente organizzate per fornire asilo ai cani.

A distanza di pochi mesi dalla precedente, nel giugno del 2017, il Ministero della Salute ha emesso una seconda nota, questo volta con un obiettivo palesemente differente [9]. In questa seconda comunicazione, il dicastero con compiti in materia sanitaria ha inteso muoversi più nell’ottica della responsabilizzazione imprenditoriale. Nello specifico, si concede ai titolari dei luoghi aperti al pubblico la libertà di far entrare i cani nel proprio esercizio, a patto che gli stessi mettano a punto adeguati strumenti di autocontrollo.

Cosa significa questo? Ritorniamo all’esempio del ristorante con cucina a vista. Il proprietario del locale che deciderà di far entrare i cani, verosimilmente proteggerà la zona in cui la brigata prepara i piatti con una struttura di vetro. In questo modo, oltre a mantenere sempre visibile la zona della cucina, non verrà meno alle norme igienico-sanitarie. Senza contare che farà contenti padroni e cani per il servizio offerto.

Cosa fare se il proprietario di un ristorante non fa entrare il cane?

La posizione normativa attuale tende ad attribuire libertà di scelta all’imprenditore. Una posizione del genere rientra pienamente nel rispetto dell’esercizio professionale di un’attività economica.

Dunque, in qualità di figura lavorativa esposta al rischio, è il proprietario del ristorante che decide se far entrare i cani nei locali di cui è titolare. La decisione finale del ristoratore non dipende esclusivamente dal rispetto dei requisiti igienici, ma anche da come il responsabile intende gestire le relazioni col cliente.

Probabilmente, tra un ristorante che vieta l’ingresso dei cani e uno che lo consente, è plausibile che il padrone in compagnia del suo animale domestico tenderà a scegliere sempre il secondo. E questo, a lungo andare, potrebbe avere un impatto importante sulla clientela dei due ristoranti.

Cani e ristoranti: qual è la situazione in Europa?

Mai come in questo caso si può dire che (quasi) tutto il mondo è paese. In effetti, la situazione italiana non è molto distante dal resto delle nazioni europee. Come avremo modo di vedere, alcune virano più verso un senso peggiorativo, seppur con alcune lodevoli eccezioni, altre, invece, sono di gran lunga più dog-friendly.

Maglia nera per accoglienza dei cani nei ristoranti spetta ai Paesi Bassi. Basti pensare che alcuni esercizi pubblici olandesi vietano la permanenza dei cani anche presso i tavolini all’aperto. A fare la differenza, però, è Amsterdam che non solo vanta un buon numero di ristoranti predisposti all’accoglienza, ma addirittura è stata fra le prime capitali europee ad aprire locali per gli amici a quattro zampe.

La Francia e la Spagna, invece, presentano un contesto di accoglienza canina molto simile all’Italia.

Il primato per la tolleranza verso Fido è conteso tra Austria, Germania e Belgio. In queste nazioni, accomodarsi in un ristorante in compagnia del proprio cane è ritenuto un comportamento assolutamente normale.

Merito, forse, della politica educativa perseguita dai governi locali nei confronti dei proprietari di animali d’affezione.



Di Daniele Nuzzolese

note

[1] Art. 17 Cost.

[2] Artt. 340, 352, 404, 405, 419, 527, 654, 660, 663, 689, 718, 720, 725, 726 cod. pen.

[3] D.P.R. n. 320/1954.

[4] Delibera Cons. Com. n. 21 del 17.03.2015.

[5] Delibera Cons. Com. n. 56 del 21.12.2017.

[6] Reg. CE 852/2004.

[7] Art. 4, cap. IX, Reg. CE 852/2004.

[8] Nota num. 11359 del 27/03/2017.

[9] Nota num. 23712 del 07/06/2017.


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