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Stalking: divieto di avvicinamento alla vittima

4 Ottobre 2020
Stalking: divieto di avvicinamento alla vittima

Il divieto di avvicinamento deve contenere precise indicazioni sui luoghi che lo stalker deve evitare.

Fin dove si può spingere il divieto di avvicinamento alla vittima di stalking? Sul punto, la giurisprudenza non è univoca. Qui di seguito forniremo la sintesi di alcuni degli indirizzi più interessanti sposati, negli ultimi anni, dalla Cassazione.

Per prima cosa, però, dobbiamo stabilire in cosa consiste il divieto di avvicinamento alla vittima in caso di stalking e, in secondo luogo, come questo funziona e, soprattutto, a quali luoghi si intende esteso. Si può vietare al reo di abitare in casa propria se la vittima vive nello stesso condominio o di andare a lavorare se la parte offesa è un collega? Ecco cosa c’è da sapere sull’argomento.

Divieto di avvicinamento dello stalker

L’articolo 282 ter del Codice di procedura penale ha introdotto una nuova misura cautelare al fine di contrastare il fenomeno degli atti persecutori. L’articolo citato «prevede innanzitutto il divieto di avvicinamento a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa e l’obbligo di mantenere una determinata distanza da tali luoghi, al fine di assicurare alla vittima uno spazio fisico libero dalla presenza del soggetto che si è reso autore di reati in suo danno».

La norma ricalca l’analoga previsione contenuta nell’articolo 282 bis cod. proc. pen. «secondo cui il giudice, qualora sussistano esigenze di tutela dell’incolumità della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, può ordinare all’imputato o all’indagato, oltre che di lasciare immediatamente la casa familiare, di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti».

In entrambe le disposizioni è contenuta, quindi, «l’avvertenza di riempire la prescrizione di un contenuto specifico: quello della individuazione (determinazione) del luogo a cui l’autore del reato non si deve avvicinare». La previsione nasce – ha spiegato il Palazzaccio – per ottemperare «a un’esigenza pratica e un’esigenza di giustizia: l’esigenza pratica è quella di rendere noto all’obbligato quali sono i luoghi da evitare, alla cui determinatezza è collegata la stessa praticabilità della misura; l’esigenza di giustizia è quella di contenere le limitazioni imposte all’indagato nei limiti strettamente necessari alla tutela della vittima e di assicurare a quest’ultima la certezza di uno spazio libero dalla presenza del prevenuto».

Entrambe le norme partono dal presupposto, quindi, che un’indicazione generica del luogo «interdetto all’obbligato non sia funzionale alle esigenze che si vogliono tutelare, perché non consentirebbe al prevenuto di sapere in anticipo quale comportamento è a lui richiesto».

Divieto di comunicazione

Oltre al divieto di avvicinamento, ovvero di non avvicinarsi fisicamente alla vittima, vi è anche il divieto di comunicazione che consiste nel non avere contatti e non rivolgersi alla persona offesa con la parola o con lo scritto, compreso il divieto di guardare, quando lo sguardo assume la funzione di intimorire o minacciare.

Divieto di avvicinamento alla vittima: per quali luoghi?

Una recente sentenza della Cassazione si è occupata del divieto di avvicinamento alla persona offesa anche se questa è una collega del persecutore e, dunque, il divieto si tradurrebbe nell’impossibilità per lo stalker di andare al lavoro. Ad avviso della Cassazione, la misura è comunque legittima; spetta poi al giudice trovare un sistema, se compatibile, per far esercitare all’indagato il suo diritto fondamentale [1].

Per quanto, invece, riguarda lo stalking condominiale la Suprema Corte [2] ha stabilito l’impossibilità di applicare la misura cautelare del divieto di avvicinamento, se questa si traduce nel divieto di rientrare in casa. La Cassazione ha così sottolineato la necessità di conciliare i diversi interessi in gioco: tutelare la persona offesa ma senza sacrificare ogni libertà del reo. E, nello specifico, si trattava del diritto fondamentale di usare la propria abitazione che non può essere compressa se non per casi particolarmente gravi.

Con una sentenza del 2015 [3], la Cassazione ha sdoganato il potere del giudice di ordinare allo stalker, per esigenze di tutela della vittima, di non avvicinarsi al posto di lavoro o al domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti.

In ogni caso, la misura cautelare del divieto di avvicinamento deve contenere precise indicazioni sui luoghi e sulla distanza dagli stessi che lo stalker deve accuratamente evitare. Lo scopo è quello di «assicurare alla vittima uno spazio fisico libero dalla presenza del soggetto che si è reso autore di reati in suo danno».

Il principio generale è quello secondo cui il divieto di avvicinarsi alla vittima può essere genericamente esteso a tutti i luoghi frequentati dalla presunta vittima dello stalking [4]. L’evoluzione della normativa, secondo la Quinta sezione, indica la volontà di privilegiare la libertà di movimento della persona offesa, passando dalla tutela dei soli luoghi in cui essa presumibilmente si trova più spesso a quella estesa di fatto ad ogni luogo in cui tale persona si rechi. La Cassazione riconosce così l’esigenza di consentirle «il completo svolgimento della propria vita sociale in condizioni di sicurezza» anche laddove la condotta dello stalker non sia «legata a particolari ambiti locali».

Stalking: sanzioni e tutela

Il reato di atti persecutori, disciplinato dall’art.612 bis del Codice penale (meglio noto come “stalking”) punisce l’autore delle condotte vessatorie di minaccia e molestia che, reiterate nel tempo, minano profondamente la vita della vittima provocandole gravi stati d’ansia, fino a costringerla a mutare le sue abitudini e stili di vita.

Lo stalker è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni, che possono aumentare se il fatto è commesso dal coniuge anche separato o divorziato o se il fatto è commesso con strumenti informatici o telematici. La pena è aumentata sino alla metà se il fatto è commesso nei confronti di un minore, di una donna in stato di gravidanza, di una persona disabile oppure a mezzo di armi.

Il reato è punibile a querela della persona offesa entro sei mesi. Si procede, invece, d’ufficio se la vittima è un minore o un disabile.

Oltre al divieto di avvicinamento e di comunicazione alla vittima, esiste un’ulteriore misura a tutela della persona oggetto degli atti persecutori, forse meno nota: la possibilità per quest’ultima di proporre, prima della querela, una richiesta al questore attraverso la procedura dell’ammonimento nei confronti dello stalker.

Questa procedura si articola in tre fasi:

  • la vittima espone i fatti e le azioni poste in essere dallo stalker, indicando eventuali testimoni;
  • il questore, ricevuta la richiesta, assume le necessarie informazioni, anche previa convocazione del presunto stalker;
  • all’esito di questa attività istruttoria, il questore deciderà per il rigetto o per l’accoglimento dell’istanza.

Con l’ammonimento, il questore diffida lo stalker a compiere atti persecutori nei confronti della vittima, invitandolo al rispetto della legge.

Nel caso in cui il soggetto ammonito non ottemperi all’invito formulato dall’autorità, il reato diventa procedibile d’ufficio e, in caso di condanna, vi sarà un aumento di pena.

Attenzione però, anche la parte offesa deve mantenere le distanze: atteggiamenti di “apertura” nei confronti dello stalker fanno venire meno il reato. La Cassazione ha affermato che fa venire meno il reato rispondere al telefono al proprio molestatore e acconsentire ad un incontro chiarificatore [5].


note

[1] Cass. sent. n. 27271/2020.

[2] Cass. sent. n. 3240/2020.

[3] Cass. sent. n. 5664/2015.

[4] Cass. sent. n. 48395/2014.

[5] Cass. sent. n. 9221/2016.

Autore immagine: it.depositphotos.com


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