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Sanzioni fiscali: quando vanno in prescrizione?

6 Dicembre 2020 | Autore:
Sanzioni fiscali: quando vanno in prescrizione?

Il decorso del termine è indipendente da quello dei tributi non versati cui esse si riferiscono, ma si estende nel caso di sentenza passata in giudicato.

Se hai ricevuto una qualsiasi cartella esattoriale per tasse non pagate ti sarai accorto che spesso la voce delle sanzioni è superiore a quella dei tributi. Il sistema fiscale funziona così. Se il tributo evaso è 100, la sanzione può arrivare anche al doppio e anche nei casi più blandi, come il ritardato versamento oltre un certo termine, si aggiunge un 30% all’importo base.

Tutto il coacervo dei tributi dovuti, accertati e non versati viene iscritto a ruolo a carico del contribuente inadempiente agli obblighi fiscali, ma il tempo che trascorre può fare una profonda differenza. Le possibilità di riscossione cambiano, perché la prescrizione rappresenta uno sbarramento oltre il quale il debito non sussiste più: perciò si può legittimamente evitare di pagare.

A tal proposito devi sapere che in molti casi le sanzioni si prescrivono prima del tributo al quale si riferiscono. Se ti chiedi quando vanno in prescrizione le sanzioni fiscali, proseguendo la lettura avrai la risposte necessarie. L’effetto pratico di questo regime è notevole soprattutto per le imposte più comuni, come l’Irpef, l’Iva, l’Ires e l’Irap, ma anche l’imposta di registro e quella sulle successioni.

La prescrizione dei tributi

La prescrizione dei tributi indica il decorso del tempo oltre il quale gli Enti impositori e gli Agenti di riscossione non possono più riscuotere le imposte e tasse che il contribuente non ha versato.

Può considerarsi una “scadenza” nel senso che il diritto alla pretesa fiscale non può essere fatto valere quando il termine di prescrizione è maturato; anche se per realizzare questo effetto la prescrizione va eccepita dal contribuente destinatario dell’atto che contiene tributi – o sanzioni, come vedremo tra poco – prescritti.

Esistono vari tipi di prescrizione: quella ordinaria e generale è di 10 anni e vale per i tributi erariali, come l’Irpef, l’Iva, l’Ires, l’Irap, l’imposta di registro, quella sulle successioni e donazioni, le imposte ipotecarie e catastali. Ma anche i diritti camerali, il canone Rai e il contributo unificato sugli atti giudiziari si prescrivono in 10 anni (per conoscere nel dettaglio i vari tipi di imposte erariali e la loro distinzione da quelle locali consulta la nostra tabella prescrizione tributi).

Al contrario, le imposte e tasse locali hanno un termine di prescrizione più breve, di 5 anni. Così Imu, Tari, Tasi, Tosap, tassa di soggiorno, imposta sulle affissioni si prescrivono in un periodo dimezzato rispetto a quello delle imposte statali (per approfondire leggi “Prescrizione tributi locali“).

Fa eccezione il bollo auto, o tassa automobilistica, che arriva a prescrizione in soli 3 anni; qui il termine inizia a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello in cui la tassa doveva essere versata.

La prescrizione delle sanzioni

Il diritto a riscuotere le sanzioni diventa prescritto dopo 5 anni dalla notifica dell’atto (cartella esattoriale o avviso di accertamento esecutivo) che le irroga e quantifica. Ciò è stabilito espressamente dalla legge [1] ma la giurisprudenza è dovuta intervenire sul punto per fare chiarezza.

Un orientamento dell’Agenzia Entrate Riscossione ritiene che per sanzioni relative alle imposte erariali il termine sia quello dei tributi ai quali esse si riferiscono, come abbiamo visto, di 10 anni. Una differenza non da poco, che ha richiesto l’intervento della Corte di Cassazione.

In una recente sentenza [2], la Suprema Corte ha stabilito che per le sanzioni tributarie il termine generale di prescrizione è di 5 anni anche quando il tributo principale soggiace al termine generale, ma con un’eccezione: se l’accertamento principale è divenuto definitivo, con una sentenza passata in giudicato, si applica il termine di 10 anni sia per i tributi sia per le sanzioni.

In questi casi infatti il titolo esecutivo, cioè la base giuridica per poter riscuotere il tributo, non è più l’atto amministrativo che aveva irrogato le sanzioni, ma è da individuarsi nella sentenza; dunque, dovrà applicarsi la norma relativa agli effetti del giudicato sulle prescrizioni brevi [3], che riporta il termine a quello decennale.

Pertanto, in caso di ricorso tributario definitivamente perso, con un giudizio concluso da una sentenza passata in giudicato, il contribuente subirà la conseguenza dell’allungamento del termine prescrizionale delle sanzioni.

Altrimenti, il contribuente, quando è maturato il termine prescrizionale delle sanzioni contenute in una cartella esattoriale – che si verifica, come abbiamo visto, quando è decorso oltre un quinquennio dalla notifica – potrà eccepire l’intervenuta prescrizione di queste voci, in maniera autonoma e indipendente da quella dei tributi ai quali esse sono collegate e che, se erariali, hanno un termine maggiore e restano ancora riscuotibili.

Attenzione, però, alla eventuale presenza di atti interruttivi della prescrizione, come un’intimazione o un’ingiunzione di pagamento che fanno seguito all’atto di irrogazione iniziale: se il contribuente riceve uno di questi atti prima che sia decorso il termine utile a far scattare la prescrizione, esso inizierà a decorrere da capo e, da quel momento, si dovrà conteggiare il nuovo periodo di 5 anni necessario per farla maturare. Leggi anche “Prescrizione breve per sanzioni e interessi fiscali“.


note

[1] Art 20 D.Lgs. n. 472 del 18 dicembre 1997.

[2] Cass. ord. n. 20955/20 del 1 ottobre 2020.

[3] Art. 2953 Cod. civ. “Effetti del giudicato sulle prescrizioni brevi“.


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