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Controlli fiscali su spese sospette

4 Ottobre 2020
Controlli fiscali su spese sospette

Come difendersi dal Redditometro: le giustificazioni che il contribuente deve fornire se spende più di quanto guadagna.

Solo chi ha soldi li può spendere. Sembra un’affermazione banale, ma proprio da questa partono i più frequenti controlli fiscali. Spesso, infatti, a fronte di un reddito esiguo dichiarato nel 730, fa da contraltare un tenore di vita elevato. Com’è possibile? La scusa più ricorrente è quella del ricevimento di donazioni o di prestiti. Ma all’ufficio delle imposte non basta la semplice affermazione: ci vogliono prove documentali.

In una recente ordinanza, la Cassazione [1] fa il punto proprio su tale argomento e spiega come ci si può difendere dai controlli fiscali su spese sospette. Di tanto parleremo meglio qui di seguito in modo da spiegare quando e come funzionano i cosiddetti accertamenti sintetici dell’Agenzia delle Entrate sui redditi dei contribuenti. Ma procediamo con ordine.

Controlli sulle spese sospette

La legge autorizza l’amministrazione finanziaria (ossia l’Agenzia delle Entrate) ad analizzare i volumi di spesa dei contribuenti. Lo fa partendo da tutti quegli acquisti che possono essere tracciati in quanto effettuati fornendo il codice fiscale. Un decreto ministeriale del MEF, datato 16 settembre 2015, elenca le spese principali che sono soggette a verifica. Leggi “Quali spese fanno arrivare un controllo fiscale“. 

Lo scopo è chiaramente quello di stanare l’eventuale evasione fiscale. In che modo? Molto semplice. L’ufficio delle imposte ha i dati reddituali di tutti i contribuenti per come da questi indicati nell’annuale dichiarazione dei redditi. Un software, chiamato Redditometro, misura le spese sostenute da questi ultimi comparandole con il reddito dichiarato; laddove le prime dovessero superare di oltre il 20% il secondo, l’amministrazione invia una segnalazione al contribuente chiedendogli di giustificare la maggiore disponibilità economica. «Come hai fatto a comprarti un’auto o la casa?»: è questa, in estrema sintesi, la sostanza del messaggio inviato dall’Agenzia delle Entrate.

Il contribuente è tenuto a difendersi in questa sede precontenziosa. Lo deve assolutamente fare se non vuole decadere dalla possibilità di presentare ulteriori documenti ed eccezioni dinanzi al giudice nel caso di una successiva impugnazione dell’avviso di accertamento.

Chi riceve la richiesta di chiarimenti da parte dell’ufficio delle imposte può inviare uno scritto difensivo o chiedere di essere ascoltato personalmente, magari insieme al proprio consulente (è il cosiddetto contraddittorio preventivo).

A quel punto, l’ufficio valuta le motivazioni addotte dal contribuente e decide se “spiccare” l’accertamento fiscale o chiudere la pratica.

Come difendersi dal Redditometro?

Vediamo ora come si svolge la difesa del contribuente in sede precontenziosa. Il soggetto sottoposto a verifica, nei confronti del quale il Redditometro ha rilevato una maggiore capacità di spesa rispetto al reddito dichiarato, deve dimostrare la provenienza di questa maggiore fonte di ricchezza. Egli ha solo due strade:

  • provare di aver ricevuto dei redditi esenti ossia che, in quanto tali, non andavano riportati nella dichiarazione dei redditi: tali sono, ad esempio, le donazioni dai familiari, il risarcimento del danno, la vendita di beni usati (un’auto di seconda mano, una collezione di antiquariato e così via);
  • provare di aver ricevuto dei redditi già tassati alla fonte, ossia prima dell’erogazione. Anche questi ultimi infatti, al pari dei redditi esenti, non vanno riportati nella dichiarazione dei redditi e, dunque, l’Agenzia delle Entrate potrebbe non esserne a conoscenza. Tali sono, ad esempio, le vincite al gioco.

Quando si parla di “prova” si intende una prova documentale. In altri termini, al contribuente non basta affermare – o far affermare – di aver ricevuto una somma in regalo da un partner. Egli deve fornire invece un documento dal quale possa evincersi ciò. E tale può essere solo un atto di donazione fatto dinanzi al notaio oppure registrato (quindi, munito di data certa) oppure la copia di un assegno o il tracciamento bancario di un bonifico eseguito da un conto a un altro. 

La testimonianza non è ritenuta una sufficiente prova per vincere un controllo fiscale tramite Redditometro.

Regali da familiari, parenti e partner 

Spesso, succede che la maggiore disponibilità di denaro derivi da un sostegno economico ricevuto dal coniuge, dal compagno/a, dai genitori o dai figli. In questo caso, bisogna tenere distinte due diverse situazioni:

  • donazioni ricevute da familiari conviventi inseriti nel nucleo familiare: in questo caso, la donazione non deve essere dimostrata documentalmente. Si presume infatti che i rapporti familiari siano assistiti da un vincolo di reciproca assistenza e solidarietà. In altri termini, è del tutto naturale che il marito dia alla moglie i soldi per acquistare un bene, anche di lusso o che un genitore regali al figlio l’auto o la moto. Pertanto, l’Agenzia delle Entrate, quando fa i controlli tramite Redditometro, valuta la ricchezza dell’intero nucleo familiare e non solo del singolo membro;
  • donazioni ricevute da conviventi di fatto o da altri familiari non conviventi: in tal caso, non c’è più alcuna presunzione di assistenza e, dunque, la donazione va dimostrata. Così, se il genitore non convive più col figlio e, ciò nonostante, continua a sostenerlo economicamente, i passaggi di denaro dovranno avvenire con assegno o bonifico per evitare di destare il sospetto del Fisco. Solo così si potrà controbattere in caso di controllo su eventuali acquisti sospetti.

La vicenda e il principio della Cassazione

Nel caso deciso dalla Corte, una donna aveva subito un accertamento fiscale a seguito di spese sospette. La contribuente si era giustificata sostenendo che la maggiore disponibilità economica le sarebbe derivata da alcuni aiuti in denaro ricevuti dall’ex convivente. Le motivazioni, però, non sono state ritenute plausibili. 

In premessa, i giudici del Palazzaccio ricordano che «in tema di accertamento delle imposte sui redditi, con riferimento alla determinazione sintetica del reddito complessivo netto in base ai coefficienti presuntivi individuati dai decreti ministeriali previsti dal cosiddetto “Redditometro”, la prova contraria ivi ammessa, richiedendo la dimostrazione documentale della sussistenza e del possesso, da parte del contribuente, di redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta, implica un riferimento alla complessiva posizione reddituale dell’intero suo nucleo familiare, costituito dai coniugi conviventi e dai figli, soprattutto minori, atteso che la presunzione del loro concorso alla produzione del reddito trova fondamento, ai fini dell’accertamento suddetto, nel vincolo che li lega». Da escludere, quindi, «i conviventi (ex o meno)».

In sostanza, la normativa «richiede qualcosa di più della mera prova della disponibilità di ulteriori redditi, occorrendo che il contribuente dimostri che debba escludersi che i suddetti redditi siano stati utilizzati per finalità non considerate ai fini dell’accertamento sintetico, quali, ad esempio, un ulteriore investimento finanziario, perché in tal caso essi non sarebbero ovviamente utili a giustificare le spese e/o il tenore di vita accertati, i quali dovrebbero pertanto ascriversi a redditi non dichiarati».

In aggiunta, poi, va tenuto presente, chiariscono dalla Cassazione, che «la mera “prassi familiare” di erogazione di liberalità da parte dei genitori a favore dei figli costituisce un fatto solo probabile e, quindi, non integra un fatto notorio», e dunque «in tema di accertamento sintetico del reddito, ove il contribuente deduca che la spesa sia il frutto di liberalità o di altra provenienza, la relativa prova deve essere fornita con la produzione di documenti dai quali emerga non solo la disponibilità all’interno del nucleo familiare di tali redditi, ma anche l’entità degli stessi e la durata del possesso in capo al contribuente interessato dall’accertamento, pur non essendo lo stesso tenuto, altresì, a dimostrare l’impiego di detti redditi per l’effettuazione delle spese contestate, attesa la fungibilità delle diverse fonti di provvista economica».


note

[1] Cass. ord. n. 20663/20 del 29.09.2020.

[2] Art. 38 del d.P.R. n. 600/1973.

Autore immagine: it.depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – T, ordinanza 9 – 29 settembre 2020, n. 20663

Presidente Mocci – Relatore Delli Priscoli

Rilevato che:

la Commissione Tributaria Provinciale respingeva il ricorso della parte contribuente avverso l’avviso di accertamento relativo all’anno 2008 con il quale l’amministrazione recuperava a tassazione un reddito ai sensi dell’art. 38, comma 4, del D.P.R. n. 600 del 1973, cioè attraverso una ricostruzione sintetica del reddito medesimo, effettuata partendo dalle spese sostenute dalla stessa;

la Commissione Tributaria Regionale respingeva l’appello della parte contribuente rilevando in particolare che non risulta provato che gli apporti di denaro costituiscano erogazioni liberali del suo ex compagno prive di natura reddituale: non risulta infatti esplicitata la provenienza degli accrediti;

la società ricorrente proponeva ricorso affidato ad un motivo di impugnazione e con memoria depositata in prossimità dell’udienza insisteva per l’accoglimento del ricorso mentre l’Agenzia delle entrate si costituiva con controricorso.

Ragioni della decisione

Con l’unico motivo d’impugnazione, in relazione all’art. 360, comma 1, n. 5, cod. proc. civ., la contribuente denuncia omesso esame delle sentenze penali prodotte in atti integranti fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti;

ritenuto che il motivo è inammissibile, sia per difetto di autosufficienza del ricorso sia per difetto della prova che tali sentenze siano state oggetto di discussione tra le parti sia per difetto della prova della decisività del fatto asseritamente omesso;

considerato, quanto al difetto di autosufficienza e alla circostanza che tali sentenze siano state oggetto di discussione tra le parti che, secondo questa Corte, qualora il ricorrente, come nel caso di specie, denunci in sede di legittimità l’omessa valutazione di prove documentali, per il principio di autosufficienza ha l’onere non solo di trascrivere il testo integrale, o la parte significativa del documento nel ricorso per cassazione, al fine di consentire il vaglio di decisività, ma anche di specificare gli argomenti, deduzioni o istanze che, in relazione alla pretesa fatta valere, siano state formulate nel giudizio di merito, pena l’irrilevanza giuridica della sola produzione, che non assicura il contraddittorio e non comporta, quindi, per il giudice alcun onere di esame, e ancora meno di considerazione dei documenti stessi ai fini della decisione (Cass. n. 13625 del 2019);

considerato, quanto al difetto della prova della decisività del fatto decisivo, che, secondo questa Corte, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, con riferimento alla determinazione sintetica del reddito complessivo netto in base ai coefficienti presuntivi individuati dai decreti ministeriali previsti dall’art. 38 del D.P.R. n. 600 del 1973 (cd. redditometro), la prova contraria ivi ammessa, richiedendo la dimostrazione documentale della sussistenza e del possesso, da parte del contribuente, di redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta, implica un riferimento alla complessiva posizione reddituale dell’intero suo nucleo familiare, costituito dai coniugi conviventi e dai figli, soprattutto minori, atteso che la presunzione del loro concorso alla produzione del reddito trova fondamento, ai fini dell’accertamento suddetto, nel vincolo che li lega (Cass. n. 30355 del 2019) e quindi non anche i conviventi (ex o meno);

ritenuto infatti che l’art. 38 cit. richiede qualcosa di più della mera prova della disponibilità di ulteriori redditi, occorrendo che il contribuente dimostri che debba escludersi che i suddetti redditi siano stati utilizzati per finalità non considerate ai fini dell’accertamento sintetico, quali, ad esempio, un ulteriore investimento finanziario, perché in tal caso essi non sarebbero ovviamente utili a giustificare le spese e/o il tenore di vita accertati, i quali dovrebbero pertanto ascriversi a redditi non dichiarati (Cass. n. 7389 del 2018; Cass. n. 14063 del 2020);

considerato che la mera “prassi familiare” di erogazione di liberalità da parte dei genitori a favore dei figli costituisce un fatto solo probabile e, quindi, non integra un fatto notorio (nella specie, relativa ad accertamento IRPEF, la Cassazione ha cassato la decisione impugnata che aveva ritenuto la gratuità della cessione di una quota di società da parte del padre alla figlia argomentando solo dal rapporto di parentela tra i titolari del rapporto: Cass. n. 14063 del 2014; Cass. n. 14063 del 2020);

in tema di accertamento sintetico del reddito, ai sensi dell’art. 38, comma 6, del D.P.R. n. 600 del 1973, ove il contribuente deduca che la spesa sia il frutto di liberalità o di altra provenienza, la relativa prova deve essere fornita con la produzione di documenti, dai quali emerga non solo la disponibilità all’interno del nucleo familiare di tali redditi, ma anche l’entità degli stessi e la durata del possesso in capo al contribuente interessato dall’accertamento, pur non essendo lo stesso tenuto, altresì, a dimostrare l’impiego di detti redditi per l’effettuazione delle spese contestate, attesa la fungibilità delle diverse fonti di provvista economica (Cass. n. 14063 del 2020; Cass. n. 7757 del 2018; Cass. n. 1510 del 2017);

in tema di accertamento delle imposte sui redditi, qualora l’ufficio determini sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali ed il contribuente deduca che tale spesa sia il frutto di liberalità, ai sensi dell’art. 38, comma 6, del D.P.R. n. 600 del 1973,(applicabile “ratione temporis”), la relativa prova deve essere fornita dal contribuente con la produzione di documenti, dai quali emerga non solo la disponibilità all’interno del nucleo familiare di tali redditi (nella specie, da parte della madre, titolare di maggiore capacità economica), ma anche l’entità degli stessi e la durata del possesso in capo al contribuente interessato dall’accertamento (Cass. n. 14063 del 2020; Cass. n. 1332 del 2016);

considerato che la CTR si è attenuta ai suddetti principi laddove ha considerato che, quand’anche una volta rilevato che i redditi della contribuente provenivano dal di lei (ex) convivente, sarebbe comunque spettato ugualmente a lei la dimostrazione che tali redditi non fossero suscettibili di imposizione fiscale, non essendo stato da lei provato che su tali redditi erano state già pagate le imposte o che per qualsiasi altro motivo tali imposte non avrebbero dovute essere pagate;

considerato pertanto che, in questo quadro fattuale e giuridico appena descritto, l’eventuale mancata considerazione di sentenze di condanna della contribuente in sede penale, anche a voler prescindere dalla circostanza della mancata prova che tali sentenze siano state oggetto di discussione fra le parti come richiesto dal n. 5 dell’art. 360 c.p.c., non si impone certo con il carattere della decisività che solo permetterebbe l’ammissibilità del motivo di impugnazione dal momento che il mancato esame di un documento può essere denunciato per cassazione solo nel caso in cui determini l’omissione di motivazione su un punto decisivo della controversia e, segnatamente, quando il documento non esaminato offra la prova di circostanze di tale portata da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia delle altre risultanze istruttorie che hanno determinato il convincimento del giudice di merito, di modo che la “ratio decidendi” venga a trovarsi priva di fondamento: ne consegue che la denuncia in sede di legittimità deve contenere, a pena di inammissibilità, l’indicazione delle ragioni per le quali il documento trascurato avrebbe senza dubbio dato luogo a una decisione diversa (Cass. n. 16812 del 2018);

ritenuto pertanto che il ricorso va dichiarato inammissibile; le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

dichiara il ricorso inammissibile.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in Euro 4.000, oltre a spese prenotate a debito.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater del D.P.R. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma del comma 1- bis dello stesso articolo 13, se dovuto.

 


2 Commenti

  1. Ma li facessero davvero questi controlli. C’è gente che gira con il macchinone, con l’iphone e poi chiede l’esenzione dal pagamento della mensa e magari ottiene anche borse di studio sulla base del reddito non dichiarato della famiglia. Ma siamo impazziti? E si toglie la possibilità a chi ne ha bisogno

  2. Ma io mi chiedo come faccia certa gente a dire che è sempre senza soldi, eppure va a fare la vacanza in Sardegna o all’estero, si fa la crociera, poi spende e spande in negozi di extra lusso, va a cena più volte a settimana, acquista auto grosse e pure a benzina. Da dove escono questi soldi?

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