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Ordini di protezione e abusi familiari

10 Ottobre 2020
Ordini di protezione e abusi familiari

Vivo all’estero. Le mie sorelle vivono con mia madre che ha bisogno di assistenza. Inizialmente si prendevano cura di lei. Una di queste ha iniziato ad abusare di droghe e soprattutto usare i soldi di mia madre. Vorrei che mia sorella fosse allontanata da casa di mia madre. Cosa devo fare?

La legge prevede degli appositi strumenti (cosiddetti ordini di protezione) per allontanare una persona convivente che sia causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell’altro convivente.

Per la precisione, ai sensi dell’art. 342-ter del codice civile, il giudice ordina al coniuge o convivente, che ha tenuto la condotta pregiudizievole, la cessazione della stessa condotta e dispone l’allontanamento dalla casa familiare del coniuge o del convivente che ha tenuto la condotta pregiudizievole prescrivendogli altresì, ove occorra, di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dall’istante, ed in particolare al luogo di lavoro, al domicilio della famiglia d’origine, ovvero al domicilio di altri prossimi congiunti o di altre persone, salvo che questi non debba frequentare i medesimi luoghi per esigenze di lavoro.

Il giudice può disporre, altresì, ove occorra, l’intervento dei servizi sociali del territorio o di un centro di mediazione familiare, nonché delle associazioni che abbiano come fine il sostegno e l’accoglienza di vittime di abusi e maltrattati.

Il giudice può perfino disporre il pagamento periodico di un assegno a favore delle persone conviventi che, per effetto del decreto di allontanamento, rimangono prive di mezzi adeguati, fissando modalità e termini di versamento e prescrivendo, se del caso, che la somma sia versata direttamente all’avente diritto dal datore di lavoro dell’obbligato, detraendola dalla retribuzione allo stesso spettante.

Con il medesimo decreto il giudice stabilisce la durata dell’ordine di protezione, che decorre dal giorno dell’avvenuta esecuzione dello stesso. Questa non può essere superiore a sei mesi e può essere prorogata, su istanza di parte, soltanto se ricorrano gravi motivi per il tempo strettamente necessario.

Tuttavia, secondo la giurisprudenza (Trib. Milano, sentenza del 18 marzo 2015), il figlio maggiorenne non convivente non può presentare istanza di protezione al fine di tutelare la condizione soggettiva della madre, oggetto di turbative e molestie da parte di terzi. Tale ipotesi , infatti, comporta l’inammissibilità del ricorso per difetto di legittimazione attiva, rilevabile d’ufficio. L’ordine di protezione ex art. 342-bis c.c. deve infatti essere sempre richiesto direttamente dal titolare del diritto soggettivo leso.

Nel caso esposto, dunque, chi vive lontano non può fare ricorso al giudice affinché emetta un ordine di protezione a favore del genitore, in quanto deve essere proprio quest’ultimo, in qualità di persona vittima degli abusi, a presentare l’istanza al giudice.

Solamente nel caso di persona sottoposta ad amministrazione di sostegno, curatela o interdizione, l’ordine di protezione ex art. 342-bis c.c. può essere richiesto dall’amministratore previamente autorizzato dal giudice tutelare, ovvero dal tutore o dal curatore.

Se l’individuo convivente si rende autore di veri e propri maltrattamenti e abusi penalmente rilevanti, allora sarà possibile sporgere querela per il reato di cui all’art. 572 del codice penale. In questo caso, le cose sarebbero un po’ più semplici perché questo tipo di denuncia può essere fatta da chiunque, anche da un vicino, da un passante o da chi ha conoscenza di ciò che avviene in casa.

Il reato di maltrattamenti giustifica la misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare (art. 282-bis cod. proc. pen.): si tratta di un provvedimento con cui il giudice prescrive all’imputato di lasciare immediatamente la casa familiare, ovvero di non farvi rientro, e di non accedervi senza l’autorizzazione del giudice che procede.

Il problema di questo tipo di allontanamento è che può essere disposto dal giudice solamente se è il pubblico ministero, valutata la gravità della situazione, a richiederlo. In altre parole, una denuncia per maltrattamenti non fa scattare automaticamente l’allontanamento; dovranno essere le autorità inquirenti a valutare la situazione. Nella denuncia/querela, però, si può sollecitare il p.m. ad avanzare tale tipo di richiesta.

Poiché il reato di maltrattamenti è procedibile d’ufficio, si potrebbe anche pensare di sollecitare l’intervento degli assistenti sociali affinché controllino la situazione familiare. Potrebbero essi stessi sporgere denuncia, qualora i maltrattamenti siano visibili.

Dal punto di vista della tutela patrimoniale contro lo sperpero del familiare, l’unica cosa da fare è aprire un procedimento civile volto a dichiarare la nomina di un amministratore di sostegno a favore del genitore che non è capace di provvedere da sé alle proprie esigenze.

La procedura può essere intrapresa anche dai familiari più prossimi, facendo ricorso al tribunale territorialmente competente. Il giudice, valutate le condizioni di salute del genitore, potrebbe nominare un amministratore di sostegno (che può essere un parente, un amico, ma anche una persona nominata direttamente dal giudice, come un avvocato) il quale gestirà il patrimonio della persona beneficiaria entro i limiti di ciò che più occorre alla stessa (farmaci, vestiario, alimenti, ecc.).

Così facendo, si porrebbe un argine all’utilizzo del patrimonio del beneficiario dell’amministrazione di sostegno, in quanto i movimenti economici sarebbero controllati dall’amministratore, il quale annualmente deve rendicontare al giudice.

Peraltro, a quel punto potrebbe essere lo stesso amministratore di sostegno, autorizzato dal giudice, a promuovere un’azione civile per ottenere l’allontanamento del familiare nocivo.

Infine, va ricordato che colui che si approfitta di una persona può incorrere nel reato di circonvenzione di persone incapaci. Secondo l’art. 643 del codice penale, chiunque, per procurare a sé o ad altri un profitto, abusando dello stato d’infermità o deficienza psichica di una persona, anche se non interdetta o inabilitata, la induce a compiere un atto che importi qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da 206 a 2.065 euro.

Anche in questa ipotesi, come in quella dei maltrattamenti, il reato è procedibile d’ufficio e, pertanto, può essere denunciato alle autorità da chiunque.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Mariano Acquaviva



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