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Crisi d’impresa e insolvenza: ultime sentenze

28 Ottobre 2020
Crisi d’impresa e insolvenza: ultime sentenze

Le norme incriminatrici contenute nel Codice della crisi d’impresa sono in continuità normativa con quelle contenute nella Legge fallimentare.

Codice della crisi d’impresa

Le norme incriminatrici contenute nel d.lg. 12 gennaio 2019 n. 14 (codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, Cci), che entreranno in vigore il 15 agosto 2020, sono in continuità normativa con le precedenti norme incriminatrici contenute nel Regio decreto 16 marzo 1942 n. 267 (affermazione resa relativamente al reato di cui all’articolo 223, comma 2, numero 1, del Regio decreto n. 267 del 1942, in relazione all’articolo 2621 del codice civile, rapportato al “nuovo” articolo 329, comma 2, lettera a), del codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza).

Cassazione penale sez. V, 10/12/2019, n.4772

L’ammissibilità dell’azione revocatoria

Saranno le sezioni Unite a definire il profilo dell’ammissibilità dell’azione revocatoria avanzata nei confronti della curatela fallimentare, anche alla luce dell’introduzione del nuovo “Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza”.

L’ordinanza della Prima sezione prende le mosse da una decisione con la quale il tribunale di merito ha accolto la tesi del curatore secondo il quale era da considerare inammissibile un’azione revocatoria proposta nei confronti di un fallimento dopo l’apertura del concorso, in virtù del principio della cristallizzazione del passivo fallimentare.

Tuttavia, per i giudici remittenti con l’articolo 290 comma 3 del d.lg. 14/2019 sembra ora generalizzato il principio contrario di ammissibilità dell’azione revocatoria, ordinaria e fallimentare, nei confronti della procedura concorsuale.

Cassazione civile sez. I, 23/07/2019, n.19881

Dichiarazione dello stato d’insolvenza di società in house

Anche per le società in house, sulle quali un’amministrazione esercita il controllo analogo, sussiste il requisito del controllo proprio: le società in house rientrano, quindi, nell’ambito delle società a partecipazione pubblica, con conseguente applicazione della normativa sulla crisi d’impresa di cui all’art. 14 TUSP. Le società a partecipazione pubblica sono sottoposte alla legge fallimentare, al concordato preventivo e all’amministrazione straordinaria, senza che le società in house abbiano ragione di distinguersi: ove ne ricorrano i presupposti può, dunque, essere dichiarato lo stato di insolvenza, ex art. 3 d.lgs. n. 270/1999.

Tribunale Catania, 20/07/2018, n.128

Quando non può essere dichiarato lo stato di insolvenza?

Non può essere dichiarato lo stato di insolvenza, ai fini della procedura di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi, d’impresa di un gruppo (la mera appartenenza al quale non vale a coinvolgere automaticamente nella procedura concorsuale prevista per impresa decorra quella non insolvente, pur se collegata alla prima) che si sia accollata il finanziamento agevolato concesso ad altra impresa del gruppo, per esso debitoriamente esposta (nella specie si trattava di accollo cumulativo privo di data certa, stipulato solo pochi giorni prima del deposito dell’istanza di ammissione alla procedura, e non irrevocabile per non avervi aderito, quale terzo beneficiario, l’istituto mutuante).

Corte appello Roma, 17/07/1980

Domanda di concordato preventivo

L’ art. 27, comma 1, CCII, a mente del quale “per i procedimenti di regolazione della crisi e dell’insolvenza e le controversie che ne derivano relativi alle imprese in amministrazione straordinaria e ai gruppi d’impresa di rilevante dimensione è competente il tribunale sede delle sezioni specializzate in materia d’impresa […]” riguarda anche le domande di concordato preventivo (o di accordo di ristrutturazione).

Tribunale Bergamo sez. II, 08/07/2020

Grandi imprese in stato di insolvenza: amministrazione straordinaria

Nell’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza, l’art. 50, comma 2, del d.lgs. n. 270 del 1999, come interpretato dall’art. 1 bis del d.l. n. 134 del 2008, conv., con modif., dalla l. n. 166 del 2008, dispone la prosecuzione “ope legis” dei contratti in corso in funzione della conservazione dell’impresa ammessa alla procedura, sicché, da un lato, i detti contratti continuano ad avere esecuzione fino a quando il commissario non eserciti la facoltà di sciogliersi e, dall’altro, i crediti maturati dal contraente “in bonis” dopo l’apertura della procedura devono essere ammessi al passivo in prededuzione, essendo le relative prestazioni finalizzate alla continuazione dell’attività d’impresa ex art. 52 del d.lgs. n. 270 del 1999.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ammesso in prededuzione il credito per la rata del premio relativo ad un contratto di assicurazione sulla responsabilità civile pendente all’apertura della procedura, maturato tra quest’ultima data e la dichiarazione del commissario di scioglimento dal detto contratto).

Cassazione civile sez. I, 09/11/2018, n.28797

L’azione revocatoria fallimentare

In tema di azione revocatoria fallimentare, la finalità della norma di cui all’art. 67 comma 3, lett. a) fall., va ravvisata nell’intento di rassicurare gli interlocutori di imprese che versano in sospetto o certo stato di insolvenza, e di evitare che i primi, preoccupati di vedere assoggettati a futura revoca i pagamenti ottenuti, possano indursi ad interrompere i normali rapporti di fornitura, privando così l’impresa di ogni residua possibilità operativa.

In tal modo, si consente, pur in presenza dello stato di insolvenza, la normale continuazione dell’attività d’impresa, in modo tale da non soffocare possibili processi di superamento della crisi e di non precludere all’imprenditore in crisi, l’accesso a soluzioni alternative al fallimento, capaci di sfociare nella conservazione, piuttosto che nella distruzione di complessi aziendali in difficoltà.

Tribunale Roma sez. fallimentare, 05/01/2015, n.161

Criteri di accertamento dello stato di insolvenza

Ai fini dell’accertamento della conoscenza dello stato di insolvenza (“scientia decoctionis”), che costituisce presupposto della revocatoria fallimentare dei pagamenti di debiti liquidi ed esigibili, il giudice può avvalersi di presunzioni semplici, come quella fondata sul fatto che, secondo l’“id quod plerumque accidit”, una notevole parte della popolazione (ivi inclusa quella che dirige o collabora all’attività d’impresa) sia solita consultare la stampa ed informarsi di quanto essa pubblica, comprese le notizie relative allo stato di dissesto della società poi fallita.

Cassazione civile sez. VI, 08/02/2017, n.3299



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