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Cosa sono le ong

7 Dicembre 2020
Cosa sono le ong

 Come lavorano queste organizzazioni di utilità sociale, scopo declinato in vari settori, dall’ambiente alla protezione dei diritti umani.

Ong, queste sconosciute. In realtà, la sigla è ricorrente su giornali e telegiornali. L’informazione, però, spesso dà per scontate molte cose nelle sue cronache. In una certa misura, fisiologicamente e comprensibilmente, ci sentiamo di dire: non sarebbe possibile aprire ogni volta delle parentesi di digressione per spiegare ogni concetto.

Qui, però, vogliamo aprire una finestra di approfondimento sul tema, per spiegare chiaramente cosa sono le ong. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura dei prossimi paragrafi. Quello che ci auguriamo è che, alla fine dell’articolo, le tue idee in proposito siano più chiare.

Ong: che significa questa sigla?

Ong sta per «organizzazioni non governative». L’espressione stessa ci svela qualcosa in più sulla loro natura indipendente: non percepiscono fondi da Stati e governi, eccetto quelli per la cooperazione [1]. Il loro bilancio si basa per lo più su donazioni, quindi contributi volontari di chi voglia aiutarle. Chi decide di donare, in genere, condivide i principi e le cause che orientano l’agire dell’organizzazione, per questo vuole sentirsi parte delle sua mission finanziandola. Può trattarsi di persone singole, filantropi, aziende e fondazioni, enti o istituzioni.

Le ong non hanno fine di lucro: perseguono scopi che ritengono di utilità sociale, intesa e declinata in modi diversi. Alcune, per esempio, si dedicano all’ambiente, altre all’infanzia, altre ancora all’aiuto umanitario o alla tutela dei diritti umani. L’accento posto sul loro carattere non governativo sta a marcare una sorta di lacuna che tentano di colmare: la scelta di dedicarsi a una particolare attività benefica deriva dalla constatazione di un «vuoto» nell’azione governativa, o comunque di una profusione di sforzi, a loro parere non sufficiente, che rende necessario un intervento compensativo.

La più antica ong è Save The Children, esistente dal 1919. Oltre 200 quelle attive in Italia, inserite in una lista del ministero degli Esteri, a titolo di riconoscimento del loro impegno nella cooperazione allo sviluppo. L’iscrizione in questa lista dà loro anche la possibilità di accedere ai contributi della cooperazione italiana.

Ong: cosa fanno?

Dal 2015, anno della grande crisi migratoria che ha interessato l’Italia e altri Stati europei affacciati sul Mediterraneo, abbiamo sentito parlare di ong per lo più in relazione al soccorso in mare ai migranti. Alcune si occupano esclusivamente di questo, come la tedesca Sea Watch, che alla ricerca e salvataggio con la propria nave affianca il monitoraggio aereo, per aiutare chi si trova su gommoni e barchini in difficoltà.

Per altre ong, il soccorso in mare è solo uno dei settori di intervento. Viene da pensare ancora a Save The Children o a Medici senza frontiere: il loro obiettivo è salvare vite in contesti difficili, qualunque essi siano, generalmente segnati da guerre e sottosviluppo. Il mare è inteso come un ulteriore spazio di azione per portare avanti questo scopo.

Molte ong hanno iniziato a dedicarsi al soccorso marittimo sette anni fa, a seguito di due fatti: la «tragedia di Lampedusa» il 3 ottobre 2013, ancora oggi la più grande strage di migranti nel Mediterraneo, e la fine di Mare Nostrum, operazione di soccorso dei migranti delegata a Marina e Aeronautica italiana dalla seconda metà di ottobre 2013 e fino a fine mese, proprio in risposta a quel drammatico naufragio in cui morirono 368 persone.

Le ong andarono quindi a supplire al vuoto negli aiuti determinato dalla fine di Mare Nostrum, con interventi sempre più frequenti tra il 2015 e il 2017, gli anni della crisi migratoria. Il tema è entrato nell’agenda politica, dividendo l’opinione pubblica. Duri gli attacchi da parte di leader di Lega e Movimento 5 Stelle, che le hanno accusate di agire come «taxi del mare» e «vice scafisti», oltre a ritenerle «pull factor»: fattori di incoraggiamento delle partenze dal Nordafrica.

Studi come quello della European University Institute hanno dimostrato che sono altri i fattori che provocano un incremento delle partenze: meteo, guerre e accordi internazionali sulle strette all’emigrazione.

Dicevamo che questo non è comunque l’unico ambito in cui operano le ong, attive in una pluralità di settori. Ne abbiamo elencati alcuni nel paragrafo precedente. Può essere utile fare degli esempi: Greenpeace è un’ong canadese che concentra i suoi sforzi sulla difesa dell’ambiente, degli animali – foche e balene in particolare – e del clima; Amnesty International è in prima linea sul terreno dei diritti umani; Cesvi e Caritas si occupano principalmente della lotta alla povertà; Nessuno tocchi Caino dell’abolizione della pena di morte e dei diritti dei detenuti.

Ong: come sono regolamentate?

L’ultima legge italiana che ha riguardato la vasta materia d’intervento delle ong, e quindi la cooperazione internazionale, risale al 2014 [2]. La cooperazione internazionale è stata inserita tra gli aspetti qualificanti della nostra politica estera, al punto da modificare il nome del ministero degli Affari esteri in ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale (Maeci).

Obiettivi:

  • sradicare la povertà;
  • diminuire le disuguaglianze;
  • proteggere i diritti umani, con un’attenzione particolare all’eguaglianza di genere e alle pari opportunità;
  • sostenere i processi di pacificazione.

Le ong sono contemplate tra i soggetti titolati ad agire sul terreno della cooperazione internazionale, in qualità di operatori specializzati [3], insieme a:

  • organizzazioni non lucrative di utilità sociale (onlus) [4];
  • organizzazioni di commercio equo e solidale, della finanza etica e del microcredito [5];
  • organizzazioni e associazioni delle comunità di immigrati che mantengano con le comunità dei Paesi di origine rapporti di cooperazione e sostegno allo sviluppo  [6];
  • imprese cooperative e sociali, organizzazioni sindacali dei lavoratori e degli imprenditori, fondazioni, organizzazioni di volontariato e associazioni di promozione sociale qualora i loro statuti prevedano la cooperazione tra i fini istituzionali [7];
  • organizzazioni con sede legale in Italia che godono da almeno quattro anni dello status consultivo presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (Ecosoc).

Le ong restano quindi a tutti gli effetti attori non istituzionali, mantengono la propria autonomia e il proprio carattere non governativo. Lo Stato italiano ne riconosce e promuove l’attività [8] in base al principio di sussidiarietà [9], che contempla l’iniziativa autonoma per perseguire interessi generali. Cooperano, però, con le istituzioni, dandosi un proprio statuto nel quale illustrano scopi, attività, divieti, obblighi, configurazione e funzione degli organi societari.

Ong: cosa è cambiato di recente?

Per quanto riguarda le ong che si occupano di salvataggi in mare, in questi ultimi mesi i soccorsi si sono fermati causa pandemia. Al di là della situazione straordinaria generata dal Coronavirus, il numero delle ong attive nei soccorsi ai migranti nel Mediterraneo si è assottigliato notevolmente, dopo la stretta subita tra il 2017 e il 2018.

Tre anni fa, l’Italia, ministro dell’Interno Marco Minniti, ha adottato un codice di condotta che consentiva gli sbarchi solo alle ong che accettassero di sottoscriverlo. Prevedeva l’impegno a non entrare in acque libiche e a non portare i migranti soccorsi a bordo di altre navi. Tra i nuovi obblighi, quello di posizionare segnali luminosi di riconoscimento sulle imbarcazioni, disporre di certificazioni tecniche, mettere gli investigatori al corrente di informazioni importanti in caso di indagini. Altra novità, la dichiarazione delle proprie fonti di finanziamento. Un addendum aggiunto al codice lo ha poi definito «non vincolante».

In due anni, le ong attive in mare sono passate da 12 a 5 (le tedesche Sea Watch e Sea-Eye, Proactiva Open Arms, Mediterranea Saving Humans e Pilotes volontaires). L’attività è stata scoraggiata soprattutto dalla violenza della guardia costiera libica che, in molte occasioni, non avrebbe esitato ad aprire il fuoco contro i soccorritori, come ha denunciato, nell’estate 2017, la spagnola Proactiva Open Arms. È seguita l’istituzione di una zona off limits alle navi straniere, oltre le 12 miglia dalla costa libica. Questo ha provocato la sospensione temporanea delle attività di soccorso da parte di molte ong.

In diversi casi, sono state oggetto di sequestri che hanno causato il fermo delle navi o di indagini aperte per appurare presunti legami con gli scafisti. Fascicoli che, al momento, non risulta abbiano dato esito. «I tentativi del governo italiano e delle autorità giudiziarie e di polizia di provare la collusione delle ong di salvataggio con i trafficanti, l’illegittimità delle fonti di finanziamento, nonché il coinvolgimento in associazioni criminali per facilitare la migrazione irregolare e commettere altri reati, non hanno portato a nulla», ha scritto Amnesty International sul suo ultimo rapporto.

Alcune ong sono entrate apertamente in conflitto con i governi nazionali e le loro politiche: su tutti, il caso di Carola Rackete, comandante della Sea Watch-3 che, l’estate scorsa, forzò il blocco al porto di Lampedusa, per far approdare i 42 rifugiati che aveva a bordo, scontrandosi con una nave della guardia di finanza.

Tra il 2018 e il 2019, il penultimo governo italiano, al Viminale Matteo Salvini, ha approvato due decreti sicurezza. Il secondo ha regolamentato i cosiddetti «porti chiusi», prevedendo la facoltà, per il ministro dell’Interno, di «limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale», per motivi di ordine pubblico e, appunto, di sicurezza. I comandanti delle navi che non rispettano l’ordine rischiano l’arresto, una multa fino a un milione di euro e la confisca dell’imbarcazione.

Dal punto di vista legislativo, lo scenario, al momento, è in piena evoluzione. In Italia, è prevista una revisione dei due decreti sicurezza: c’è una bozza già pronta che prevede la cancellazione delle multe milionarie per le ong, la riforma del sistema di accoglienza e il ritorno della protezione umanitaria. Segnali che vanno nella direzione di un nuovo clima di maggiore distensione.


note

[1] L. 38/1979; L. 49/1987.

[2] L. n. 125 dell’11.08.2014, disciplina generale sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo.

[3] Art. 26 co. 2, lett. a l. 125/2014.

[4] Art. 26 co. 2, lett. b l. 125/2014.

[5] Art. 26 co. 2, lett. c l. 125/2014.

[6] Art. 26 co. 2, lett. d l. 125/2014.

[7] Art. 26 co. 2, lett. e l. 125/2014.

[8] Art. 26 co. 1 l. 125/2014.

[9] Art. 118 Cost.


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