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Trasferte e rimborsi spese

7 Dicembre 2020
Trasferte e rimborsi spese

Il datore di lavoro può modificare temporaneamente la sede di lavoro del dipendente.

Sei un lavoratore subordinato. Per svolgere la tua prestazione di lavoro, vieni inviato molto spesso in trasferta. Ogni volta che lavori fuori dalla tua sede di lavoro abituale ricevi un apposito emolumento. Ti chiedi se sia corretto sottoporre questa somma di denaro a tassazione oppure se dovrebbe essere esente dalle tasse, essendo un semplice rimborso spese.

Ogni contratto di lavoro prevede qual è il luogo nel quale il lavoratore deve recarsi per svolgere la prestazione lavorativa. A fronte di esigenze aziendali, tuttavia, il luogo di esecuzione dell’attività di lavoro può essere modificato. Ciò avviene, ad esempio, nel caso delle trasferte o missioni. In questo caso, al lavoratore spetta un’apposita indennità anche se in alcuni casi si prevede il diritto a ricevere solo dei rimborsi spese.

La disciplina della trasferta dipende essenzialmente dalle norme del contratto collettivo di lavoro applicato al rapporto di lavoro. Dalla natura retributiva o risarcitoria delle indennità di trasferta, tuttavia, derivano importanti conseguenze sotto il profilo fiscale e contributivo.

Che cos’è la trasferta?

Il luogo di lavoro è uno degli elementi essenziali della lettera di assunzione. Il lavoratore, infatti, deve sapere qual è la sede in cui deve recarsi per svolgere le mansioni lavorative previste dal contratto di lavoro.

Nel corso del tempo, il datore di lavoro può, però, avere l’esigenza di mutare il luogo di lavoro del lavoratore. Quando tale esigenza è definitiva sarà necessario procedere al trasferimento del dipendente [1], ossia, alla modifica definitiva del luogo di lavoro previsto nel contratto. Quando, invece, il datore di lavoro ha la necessità che il lavoratore svolga la prestazione di lavoro in un altro luogo solo temporaneamente siamo di fronte ad una trasferta o missione.

La trasferta è, quindi, una modifica temporanea della sede di lavoro del dipendente. Basti pensare ad un lavoratore che lavora presso la sede legale della società e che deve recarsi, in rappresentanza del datore di lavoro, in una riunione che si trova in una città distante.

È obbligatorio andare in trasferta?

Indicare al lavoratore una sede di lavoro diversa da quella abituale è una delle facoltà del datore di lavoro che deriva direttamente dal potere di organizzazione dell’impresa nonché dal potere direttivo, ossia, la facoltà di indicare al lavoratore le modalità di svolgimento della prestazione di lavoro.

Ne deriva che, sempre che vi siano ragionevoli esigenze aziendali che la rendono necessaria, la trasferta è obbligatoria per il lavoratore il quale non può, salvo il caso di particolari motivazioni, disattendere la richiesta aziendale di andare in missione. Ne consegue che se il lavoratore dovesse ingiustificatamente rifiutarsi di andare in trasferta rischierebbe di ricevere un procedimento disciplinare per insubordinazione.

Indennità di trasferta: cos’è?

È indubbio che andare in trasferta rappresenta un disagio per il lavoratore il quale, a volte, per raggiungere il diverso luogo di svolgimento della prestazione di lavoro deve effettuare lunghi viaggi e subire un indubbio disagio organizzativo.

Per questo, i contratti collettivi di lavoro prevedono che al lavoratore inviato in missione spetti un’apposita somma di denaro detta indennità di trasferta.

La legge, tuttavia, non precisa se tale emolumento abbia natura retributiva o risarcitoria. Per questo, al fine di definire la natura dell’emolumento, occorre riferirsi alla disciplina contrattuale collettiva.

In alcuni casi, il Ccnl prevede che l’indennità di trasferta abbia natura retributiva. In tal caso la somma è assoggettata a tassazione secondo le regole previste dal testo unico sulle imposte sul reddito delle persone fisiche [2]. Quando, invece, il Ccnl prevede che l’indennità di trasferta abbia natura meramente risarcitoria, in quanto destinata a rimborsare al lavoratore i maggiori oneri sostenuti a causa della missione, tale emolumento sarà esente da tassazione e da contribuzione previdenziale.

I rimborsi spese che il lavoratore riceve in busta paga a fronte dei costi da egli effettivamente sostenuti e documentati sono esenti da qualsiasi forma di imposizione fiscale e contributiva non avendo natura retributiva ma avendo una natura meramente restitutoria.

Quando, invece, l’indennità di trasferta ha natura mista, retributiva e restitutoria, occorrerà verificare qual è l’importo deve essere assoggettato a tassazione e contribuzione e quale importo debba essere, invece, trattato come un semplice semplice rimborso spese.

A volte, però, le norme del Ccnl non sono abbastanza chiare nel definire la natura dell’indennità di trasferta. In questi casi occorre rimettersi alle valutazioni del giudice [3] che dovrà verificare, tenendo conto delle circostanze specifiche del caso concreto, qual è la natura dell’indennità di trasferta.


note

[1] Art. 2103 cod. civ.

[2] Art. 51, comma 5, DPR 917/1986.

[3] Cass. 12 marzo 2004, n. 5078.


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